Dalla pelle all’ovocita: la nuova frontiera della fertilità

Come la biologia riproduttiva sta trasformando cellule comuni in potenziali strumenti per la fertilità del futuro


Da cellule cutanee a ovociti

Immagina che un semplice frammento di pelle, lo stesso che vediamo ogni giorno allo specchio, possa un giorno generare un ovulo pronto per essere fecondato. Un’idea che fino a poco tempo fa sembrava fantascienza è oggi al centro delle ricerche più avanzate nella biologia riproduttiva. Recenti studi hanno dimostrato la possibilità di trasformare cellule cutanee in ovociti umani aprendo prospettive rivoluzionarie per la fertilità, ma anche sollevando questioni scientifiche ed etiche delicate.

Il primo passo di questo percorso consiste nel “ripristinare” una cellula della pelle al suo stato più plastico, trasformandola in una cellula staminale pluripotente. Già in passato, Shinya Yamanaka aveva mostrato come fosse sufficiente l’azione di quattro fattori trascrizionali per riportare cellule differenziate a una condizione simile a quella embrionale. Una volta raggiunto questo stato, le cellule possono essere indirizzate verso diversi destini, compreso quello germinale.

Una delle tecniche più usate nei recenti esperimenti è il trasferimento nucleare: il nucleo di una cellula cutanea viene inserito all’interno di un ovocita donatore privato del proprio nucleo. In questo modo, il DNA della pelle si ritrova a “controllare” l’ambiente dell’uovo, in un procedimento che ricorda quello della clonazione, la stessa usata per Dolly la pecora (Figura 1).

Un ostacolo fondamentale

Mentre una cellula somatica possiede un corredo cromosomico diploide, cioè di 46 cromosomi, un ovocita deve essere aploide, con 23 cromosomi, per potersi unire correttamente con lo spermatozoo. Per risolvere questo problema, i ricercatori hanno sviluppato un processo chiamato mitomeiosi, in cui la cellula viene indotta a “scaricare” metà dei cromosomi in una piccola struttura detta corpo polare, mantenendo l’altra metà nell’ovocita. Il risultato, però, non è ancora affidabile: spesso i cromosomi si dispongono in modo errato, producendo anomalie genetiche. Non sorprende quindi che, su 82 ovociti generati in un esperimento, meno del 10% sia riuscito a raggiungere lo stadio embrionale iniziale, e nessuno sia stato coltivato oltre i sei giorni. La strada verso un’applicazione clinica sicura è dunque ancora molto lunga.

Enucleazione e trasferimento nucleare

Limiti e potenzialità

Questa tecnologia potrebbe rappresentare un aiuto concreto per le donne che hanno perso la capacità di produrre ovociti a causa dell’età, produrre nuove terapie in ambito oncologico o per patologie, evitando il ricorso a donatrici o procedure invasive. In prospettiva, persino offrire nuove possibilità alle coppie omosessuali maschili: in teoria, un ovocita ottenuto da cellule cutanee di uno dei partner potrebbe essere fecondato con lo sperma dell’altro. Alcuni scienziati arrivano a immaginare una sorta di “ovaio esternalizzato”, dove tutte le funzioni riproduttive avverrebbero in coltura cellulare, riducendo la necessità di interventi ormonali e chirurgici.

Le sfide restano però enormi. L’efficienza della tecnica è ancora troppo bassa e la qualità degli ovociti prodotti non è sufficiente per uno sviluppo regolare. Anche quando il numero di cromosomi risulta corretto il problema non è risolto: occorre infatti che gli ovociti mantengano le giuste modifiche epigenetiche, come le metilazioni e l’imprinting, indispensabili per lo sviluppo embrionale. Inoltre, la sicurezza a lungo termine non è garantita, poiché non si conoscono ancora i possibili effetti collaterali in termini di mutazioni, difetti o rischi oncogeni. A ciò si aggiunge la necessità di trasformare protocolli complessi di laboratorio in procedure cliniche standardizzate, sottoposte a controlli rigorosi e a regole di qualità precise.

Dilemmi morali

Accanto agli aspetti scientifici emergono inevitabilmente dilemmi etici e sociali. Fino a che punto la scienza può spingersi nel manipolare la nascita di una nuova vita? Quali conseguenze potrebbe avere in termini di accessibilità e disuguaglianze, se queste tecnologie rimanessero appannaggio di pochi? E quali regole dovranno stabilire i governi per garantire un uso responsabile, fondato sul consenso informato e sulla trasparenza della ricerca? Infine, c’è un interrogativo ancora più complesso: la combinazione tra ovociti artificiali ed editing genico potrebbe aprire la porta a pratiche di “ottimizzazione” genetica dei figli, avvicinandoci a un terreno scivoloso che la società dovrà decidere se e come percorrere.

La trasformazione di cellule cutanee in ovociti umani rappresenta quindi una delle sfide più ambiziose della biologia riproduttiva moderna. L’idea che la pelle, cellula dopo cellula, possa generare la vita è affascinante e inquietante allo stesso tempo. Per ora resta un approccio preliminare, con grandi limiti tecnici e scientifici, ma il suo potenziale è tale da poter rivoluzionare il modo in cui pensiamo alla fertilità. Perché il sogno diventi realtà, serviranno ancora anni di ricerca, un ampio dibattito pubblico, regole etiche chiare e soprattutto una costante cautela.

Christian Giommi

Riferimenti: 

  • The Guardian. “Scientists create human eggs from skin cells in fertility breakthrough”, 2025.
  • AP News. “Human egg development in lab raises hopes and ethical questions”, 2023.
  • WGBH News. “Harvard researchers are working on growing human eggs in a lab”, 2023.
  • The Guardian. “Scientists create sperm and eggs using skin cells: fertility and ethical questions”, 2018.

Condividi:

Facebook
LinkedIn
WhatsApp
La ricerca del Dr. Christian Giommi è focalizzata sull’indagine della tossicità riproduttiva, dello sviluppo e del metabolismo causata dagli interferenti endocrini e sulla capacità di mitigazione tramite la somministrazione di probiotici. Lavora con il modello Danio rerio, così come con modelli umani 3D in vitro. Recentemente ha studiato la tossicità dell’acido perfluoroottanoico sulla ossificazione delle larve di zebrafish e la capacità di mitigazione del probiotico Bacillus subtilis var. natto. Inoltre, le sue ricerche si concentrano sulla tossicità riproduttiva maschile indotta dal glifosato negli zebrafish, applicando approcci metabolomici, proteomici, analisi trascrittomiche e immunoistochimica. La sua ricerca è anche focalizzata sulla capacità di mitigazione della somministrazione di probiotici contro la tossicità di PFOA e Bisfenolo A a livello intestinale, utilizzando organoidi intestinali umani come modello. Ha completato il suo dottorato sotto la supervisione della Prof.ssa Oliana Carnevali presso l’UNIVPM, ad Ancona, Italia, nel 2024 ed è attualmente un postdoc presso il DiSVA dell’UNIVPM.

Vedi tutti gli articoli

Altre Impronte

Articoli correlati