Il consumo occasionale di alimenti ultra-processati può compromettere l’attenzione e la velocità di elaborazione mentale, indipendentemente dalla qualità complessiva della dieta.

Quando si parla di alimentazione – ed in particolare di cibi industriali ultra processati- l’attenzione si concentra quasi sempre sul loro contenuto calorico e nutrizionale. Negli ultimi anni, tuttavia, la comunità scientifica ha iniziato ad indagare gli effetti di questi alimenti su specifici organi e tessuti, come il sistema nervoso centrale, e le possibili implicazioni a lungo termine per la salute.
Lo scorso aprile, un gruppo di ricercatori australiani ha pubblicato sulla rivista scientifica Alzheimer’s & Dementia: Diagnosis, Assessment & Disease Monitoring, uno studio che ha coinvolto 2192 adulti australiani di età compresa tra i 40 e i 70 anni, con l’obiettivo di valutare gli effetti neurobiologici associati all’assunzione di cibi ultra-processati. I risultati hanno evidenziato una preoccupante associazione tra l’aumento nel consumo di questi alimenti e prestazioni inferiori nei test cognitivi proposti, anche tra i partecipanti che seguivano un’alimentazione complessivamente sana.
Cosa sono gli alimenti ultra-processati?
Gli ultra-processed food (UPF), sono formulazioni industriali altamente lavorate, con una presenza minima -se non assente- di alimenti interi. Il loro consumo tende a sostituire quello di cibi freschi e ricchi di nutrienti quali vitamine, fibre e minerali, ed è comunemente associato ad un maggior rischio di sviluppare malattie cardiovascolari, diabete di tipo 2 e obesità.
In paesi ad alto reddito come Stati Uniti, Regno Unito e Australia gli UPF rappresentano circa il 50% dell’apporto alimentare quotidiano. Anche in Italia è stato osservato un progressivo incremento nel consumo di UPF tra il 2005 e il 2020, accompagnato da un generale peggioramento nella qualità complessiva della dieta. La loro diffusione è favorita dalla lunga conservabilità, dalla praticità di consumo, dal costo contenuto e dall’elevata appetibili.

Secondo il sistema di classificazione alimentare NOVA, gli alimenti si dividono in quattro categorie, in base al grado di trasformazione industriale. Gli UPF rappresentano il quarto gruppo e sono costituiti principalmente – o addirittura interamente – da sostanze derivate dagli alimenti (oli, grassi, amidi modificati, isolati proteici) e da additivi chimici (coloranti, esaltatori di sapidità, edulcoranti, addensanti, emulsionanti).
Tra gli UPF più comunemente consumati troviamo bevande analcoliche (gassate e non), snack confezionati dolci e salati, cioccolatini, caramelle, prodotti da forno realizzati in serie, margarine e creme spalmabili, salse e condimenti industriali, piatti pronti e cibi istantanei in polvere. Inoltre, alcuni alimenti poveri di calorie, e talvolta pubblicizzati come sani e naturali, costituiscono quella classe di UPF più difficilmente riconoscibili ma comunque sottoposti a lunghi processi di lavorazione industriale (come barrette proteiche, gallette, crackers, pane in cassetta, zuppe e minestre istantanee, yogurt aromatizzati, burger e creme vegane).
L’impatto dei cibi ultra-processati sulle funzioni cognitive
Un team di ricercatori australiani, guidato dalla Dottoressa Barbara R. Cardoso, ha osservato che un aumento del 10% della quota di UPF nella dieta quotidiana (calcolato in termini di peso degli alimenti) si riflette in un peggioramento delle prestazioni nei test che valutano l’attenzione e la velocità di elaborazione delle informazioni.
L’aspetto più interessante è però rappresentato dall’indipendenza di questi risultati dalla qualità complessiva della dieta dei singoli partecipanti. Anche coloro con una maggior aderenza alla dieta mediterranea, considerata uno standard di alimentazione equilibrata e sana, mostrano risultati più bassi nei test cognitivi. Gli autori ipotizzano che questa associazione potrebbe essere mediata da meccanismi biologici come l’infiammazione cronica e l’aumento di stress ossidativo, entrambi coinvolti nei processi di invecchiamento cerebrale. A questi si potrebbero aggiungere anche gli effetti indiretti legati ad un ridotto apporto di nutrienti.
“Quasi sempre” dieta sana? Non basta!
Questo studio ribadisce l’importanza di ridurre l’apporto di cibi ultra-processati nella nostra dieta. Suggerisce, inoltre, che seguire un’alimentazione generalmente sana potrebbe non essere sufficiente a compensare gli effetti associati al consumo di questi prodotti.
D’altronde, l’impatto legato al consumo di UPF sulle funzioni cognitive dimostrato dal team della Dott.ssa Cardoso, è solo l’ultimo tassello di un mosaico biologico (e patologico) molto più complesso.

Negli ultimi anni la ricerca ha dimostrato come gli UPF agiscano negativamente sulla nostra salute su più fronti. A livello intestinale sono state osservate variazioni nel microbiota intestinale legate all’assunzione di cibi industriali, con un’incidenza diversa negli uomini e nelle donne. Il loro effetto è stato osservato anche a livello cardiometabolico, con un aumento del rischio di sviluppare malattie cardio e cerebro-vascolari. Infine, il consumo di UPF è stato anche associato a più frequenti stati di ansia e depressione.
La scelta che fa la differenza
E’ quindi necessario guardare il cibo da una prospettiva diversa: non conta solo quante calorie questo apporta ma anche (e soprattutto) la sua “storia”. Non si tratta più soltanto della scelta tra un alimento considerato sano e uno meno sano, ma di comprendere il livello di trasformazione industriale che ha subito e quanto questo lo abbia allontanato dalla sua forma originaria.
Questa consapevolezza può diventare uno strumento utile per tutelare la nostra salute nel breve e nel lungo tempo.
Il cibo non è solo una fonte di energia ma anche (e forse soprattutto) un elemento capace di influenzare nel bene e nel male la nostra vita.
Per questo motivo scegliere cibi “veri” e minimamente processati significa proteggere il benessere non solo del nostro cervello e delle sue funzioni, ma anche di tutto il nostro organismo.
Bibliografia
- Cardoso B.R., Steele E.M., Brayner B., Yuan X., Bransby L., Cummins H., Lim Y. Y. & Machadoet P. Ultra-processed food intake, cognitive function, and dementia risk: A cross-sectional study of middle-aged and older Australian adults. Alzheimer’s Dement. 2026; 18:e70335.







