Il cambiamento climatico non solo sta modificando la distribuzione degli squali, ma sta selezionando i fisiotipi più resilienti a vivere in oceani sempre più caldi.

La temperatura degli oceani sta aumentando in tutto il mondo: entro la fine del secolo si prevede un incremento compreso tra 1 e 3 °C, mentre eventi estremi come le ondate di calore marine e le fasi calde dell’ENSO (El Niño) diventano sempre più intense e frequenti. Anche variazioni minime possono avere effetti sugli ecosistemi marini, alterando gli equilibri ecologici e costringendo le specie a spostarsi per trovare aree più idonee dove vivere.
Tra le specie più sensibili alle variazioni climatiche, gli squali risultano particolarmente vulnerabili, soprattutto nelle regioni tropicali dove vivono già vicino ai loro limiti termici. La temperatura dell’acqua regola ogni aspetto della loro fisiologia: metabolismo, capacità di nuotare, cacciare, digerire e riprodursi. Quando l’oceano si scalda, questi processi vengono alterati e gli squali devono modificare il loro comportamento per mantenere prestazioni vitali.
La risposta al riscaldamento varia in base alla mobilità, alla dimensione corporea e al tipo di habitat. Gli squali pelagici, grandi e attivi, reagiscono rapidamente alle variazioni termiche perché possono spostarsi con facilità alla ricerca di condizioni più favorevoli. Le specie bentoniche, invece, vivono più legate al fondale, hanno tassi metabolici più lenti e una capacità di movimento ridotta: per questo faticano a modificare il loro areale e risultano più esposte agli effetti del cambiamento climatico.

Cocos Island: un laboratorio naturale del cambiamento climatico
Lo studio condotto dall’Università della Victoria ha analizzato 27 anni di osservazioni (1993–2019) su sette specie di squali e razze presenti nelle acque di Cocos Island (Costa Rica), per comprendere come le popolazioni di elasmobranchi rispondano al cambiamento climatico, considerando sia il progressivo aumento della temperatura media superficiale dell’oceano, sia eventi estremi come le marine heatwaves e le oscillazioni termiche legate ai cicli di El Niño e La Niña.
I risultati mostrano che molte specie diminuiscono di abbondanza quando la temperatura aumenta, in particolare quelle più mobili come lo squalo martello (Sphyrna lewini), lo squalo tigre (Galeocerdo cuvier) e le mobule. Questi animali, che devono nuotare costantemente per ossigenarsi, tendono a spostarsi altrove quando l’acqua si scalda, causando un apparente calo locale.
Le specie bentoniche, come lo squalo pinna bianca (Triaenodon obesus), mostrano invece risposte più deboli: si muovono poco, hanno costi energetici elevati e faticano a inseguire condizioni più favorevoli. Al contrario, alcune specie come Carcharhinus limbatus e la razza Aetobatus narinari aumentano di abbondanza con temperature più alte, probabilmente perché tollerano meglio il caldo o perché approfittano della minore presenza di grandi predatori durante il fenomeno del El Niño.

Oltre al riscaldamento degli oceani, gli squali devono affrontare anche la pressione della pesca. Lo studio evidenzia infatti una possibile interazione tra riscaldamento degli oceani e attività di pesca. Molte popolazioni sono già in declino a causa delle catture, e l’aumento della temperatura rischia di aggravare ulteriormente la situazione. L’aumento della temperatura dell’acqua può spingere gli squali fuori dai loro areali di distribuzione, alla ricerca di condizioni più favorevoli, portandoli in zone dove la pesca è consentita. Questo li espone maggiormente ai pescherecci e accelera i cali osservati nelle popolazioni.
Il caso del Regno Unito
Anche un altro studio condotto dalla Marine Biological Association di Plymouth mostra che le popolazioni di squalo nelle acque britanniche stanno cambiando distribuzione. Le specie tipiche delle acque meridionali vengono avvistate sempre più a nord, a causa sia dell’aumento della temperatura sia per lo spostamento delle loro prede verso acque più fredde. Parallelamente, specie che un tempo vivevano a latitudini più basse — Atlantico centrale, Mediterraneo, acque subtropicali — compaiono oggi con maggiore frequenza nel Canale della Manica.
Secondo il dottor Alex Plaster, l’aumento della temperatura sta favorendo anche l’arrivo di nuove specie di pesci, come orate e tonni pinna blu, che attirano a loro volta nuovi predatori. Tra le specie di squali avvistati più spesso nelle Channel Islands c’è la verdesca: molti individui sono femmine probabilmente gravide, suggerendo che queste acque più calde possano funzionare come una sorta di nursery naturale, dove le femmine si rifugiano per partorire e per evitare i maschi, talvolta aggressivi durante l’accoppiamento.
Gli effetti fisiologici in risposta al cambiamento climatico
Il cambiamento climatico non influisce solo sulla distribuzione, ma anche sulla fisiologia degli squali. L’aumento della temperatura può ridurre la mineralizzazione delle pinne pettorali in alcune razze, rendendo il nuoto meno efficiente. Inoltre, le acque calde aumentano il metabolismo e il consumo energetico, rendendo più faticoso il nuoto sostenuto, soprattutto per le specie di grandi dimensioni. Al contrario, le specie più piccole tollerano meglio il caldo, ma faticano nelle migrazioni su lunghe distanze.
Anche il comportamento cambia: squali e razze selezionano attivamente acque più calde o più fredde per cacciare o dove recuperare le energie. Con il riscaldamento globale, potrebbero modificare le loro rotte migratorie o spostarsi verso aree più profonde.
Anche l’acidificazione degli oceani produce effetti altrettanto rilevanti. Sebbene gli elasmobranchi si siano evoluti nel Devoniano, quando i livelli atmosferici di CO₂ erano più elevati, oggi concentrazioni maggiori di CO₂ disciolta possono comunque provocare anomalie morfologiche e fisiologiche. Studi recenti mostrano che l’acidificazione aumenta la mineralizzazione dello scheletro, riducendo la galleggiabilità e incrementando il costo energetico del nuoto. Può inoltre alterare la percezione degli odori, rendendo più difficile individuare le prede, e a pH molto bassi può danneggiare i denticoli cutanei, aumentando l’attrito con l’acqua.

Quando riscaldamento e acidificazione agiscono insieme, gli effetti si amplificano. Il nuoto diventa più dispendioso, il recupero dopo la caccia rallenta, le migrazioni si fanno più difficili e l’efficacia predatoria diminuisce. Tutto questo limita la capacità degli squali di raggiungere habitat favorevoli e li rende più vulnerabili alla scarsità di cibo e ai predatori.
Quindi chi si adatta meglio?
Le risposte al cambiamento climatico variano lungo tutto il ciclo vitale: gli stadi embrionali e giovanili sono i più vulnerabili, mentre la capacità di acclimatazione dipende dalla durata dell’esposizione e dalle caratteristiche delle popolazioni. Alcune specie possono acclimatarsi gradualmente, altre possono adattarsi più rapidamente attraverso le generazioni.
I fisiotipi più resilienti sono quelli dotati di un nuoto rapido, corpi affusolati e un’ampia distribuzione geografica. Gli squali eterotermi, come i lamnidi (Squalo bianco, Mako, Smeriglio), possiedono un vantaggio ulteriore: possono nuotare più a lungo e più velocemente e sono in grado di mantenere alcune parti del corpo a temperature superiori rispetto all’ambiente circostante, migliorando così le prestazioni in acque più calde.
Le specie bentoniche e di piccola taglia, invece, compensano solo in parte gli effetti dell’aumento termico sfruttando microambienti con temperature diverse all’interno del loro habitat. Questa strategia permette loro di regolare temporaneamente le funzioni fisiologiche, ma non li protegge dalle limitazioni legate alla scarsa mobilità. Restano infatti più vulnerabili quando si tratta di migrare su lunghe distanze alla ricerca di condizioni favorevoli.
In conclusione, il cambiamento climatico sta modificando in modo sempre più rapido la distribuzione, la fisiologia e il comportamento degli squali. Le specie più mobili riescono a inseguire condizioni favorevoli, mentre quelle sedentarie rimangono maggiormente esposte agli stress termici e alle alterazioni dell’habitat. Quando queste pressioni si sommano ad altre minacce, come la pesca intensiva, la vulnerabilità degli elasmobranchi aumenta ulteriormente.
Proteggere questi predatori chiave è essenziale per mantenere l’equilibrio degli ecosistemi marini: servono strategie di conservazione mirate, capaci di integrare gli effetti del clima con le altre pressioni antropiche. Garantendo a queste specie un futuro in oceani che cambiano sempre più velocemente.
Fonti:
- Effects of climate-change-driven gradual and acute temperature changes on shark and ray species: https://doi.org/10.1111/1365-2656.13560
- The vulnerability of sharks, skates, and rays to ocean deoxygenation: Physiological mechanisms, behavioral responses, and ecological impacts: https://doi.org/10.1111/jfb.15830
- Swimming performance of sharks and rays under climate change: https://doi.org/10.1007/s11160-022-09706-x
- https://www.bbc.com/news/articles/crk5705rm5mo







