I nostri batteri contro i “forever chemicals”

Quando il microbiota diventa scudo contro i PFAS

Intestinal bacteria. Microbiome. 3d illustration (credit photo: https://www.istockphoto.com/it/immagine/microbiota-umano)
Il nemico invisibile: i PFAS

Al giorno d’oggi quasi tutto ciò che tocchi è contaminato da sostanze chimiche invisibili e persistenti. Questo è il caso dei PFAS (sostanze per- e polifluoroalchiliche), composti utilizzati in padelle antiaderenti, tessuti impermeabili, cosmetici e imballaggi alimentari. La loro caratteristica principale è la stabilità: non si degradano facilmente e si accumulano nell’ambiente e nel nostro corpo, guadagnandosi il soprannome di “forever chemicals“. Oggi, oltre il 95% della popolazione mondiale ha tracce di PFAS nel sangue, e in Europa i costi sanitari associati a queste sostanze ammontano a 50–80 miliardi di euro all’anno.

Rappresentazione grafica dei vari oggetti di uso comune in cui i PFAS sono impiegati nella produzione e attraverso i quali ci contaminiamo quotidianamente (credit photo: https://www.rivistamissioniconsolata.it/2023/07/10/i-prodotti-contenenti-pfas-gli-inquinanti-eterni/)
C’è una speranza

Un gruppo di ricercatori dell’Università di Cambridge ha scoperto che alcuni batteri presenti nel nostro intestino possono intrappolare i PFAS. Su 89 ceppi analizzati, 38 hanno mostrato questa capacità. Per ora, il più promettente è Bacteroides uniformis, un batterio comune nel nostro microbiota intestinale, che riesce ad accumulare grandi quantità di PFAS senza smettere di crescere. Questi batteri assorbono i PFAS e li accumulano all’interno delle cellule in piccoli granuli densi, simili a “cassonetti molecolari“. Alcuni ceppi utilizzano pompe proteiche per regolare l’ingresso e l’uscita di queste molecole. Per osservare questo fenomeno, i ricercatori hanno utilizzato una tecnica avanzata chiamata FIB’n’SIMS (cryo-ion beam secondary ion mass spectrometry), una sorta di “tomografia molecolare” a risoluzione altissima (possiamo immaginarla come se fosse una TAC, ma per le molecole).

Per verificare se questo processo avviene anche in un organismo vivente, i ricercatori hanno colonizzato topi privi di microbi con questi batteri umani. Il risultato è stato sorprendente: i topi che ospitavano ceppi bioaccumulatori hanno eliminato più PFAS nelle feci rispetto agli altri. Questo suggerisce che il nostro microbiota potrebbe avere un ruolo attivo nella difesa contro queste sostanze nocive.

Questa scoperta apre scenari affascinanti. In futuro, potremmo sviluppare probiotici speciali per ridurre i PFAS nel corpo, combinare batteri, dieta e farmaci per facilitarne l’eliminazione, o persino applicare questa capacità ai batteri per bonificare terreni e acque contaminate. Tuttavia, i dati attuali si limitano a studi in laboratorio e su modelli animali; sono necessari ulteriori studi clinici per confermare l’efficacia sull’uomo.

Il nostro microbiota non è quindi solo un “ospite” che ci aiuta a digerire. È un alleato attivo nella difesa della salute. Forse, un giorno, basterà un semplice integratore di batteri selezionati per aiutarci a liberarci da una delle contaminazioni più pervasive del nostro tempo.

Christian Giommi

Fonti:

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