Jumpers – Un salto tra gli animali

Con il debutto alla regia di un lungometraggio, Daniel Chong porta la Pixar a parlare di ecologia e biodiversità grazie a Jumpers- Un salto tra gli animali – nuovo cartone animato uscito a marzo 2026 – e lo fa tra la testardaggine della protagonista e gli occhioni degli animali.

©Disney.

Tralasciando la bizzarra decisione di voler trasformare, qui in Italia, il titolo originale da “Hoppers” a “Jumpers” a cui si è aggiunto il sottotitolo “Un salto tra gli animali”, Jumpers è un film che porta alla ribalta la Pixar dopo il flop di Elio. Non rientra tra i suoi migliori film, ma è senza dubbio una pellicola da apprezzare e non solo per le sue tematiche. 

Con una comicità demenziale, un disegno pupazzoso degli animali e i chiari riferimenti a Avatar e La gang del bosco, Daniel Chong (regista della serie animata “Siamo solo orsi”) realizza una dichiarazione d’amore alla natura, anche qui sopraffatta dalle costruzioni antropiche. Jumpers- Un salto tra gli animali diventa così uno dei film più diversi nella storia Pixar.

Il posto speciale

Tutto ha inizio con Mabel, una bambina che non riesce ad accettare la cattività degli animali presenti nella sua scuola e fa di tutto per ridar loro la libertà. Mabel sin dal primo sguardo ci fa scontrare con la tristezza e la rabbia di questa – paradossale – realtà.

Una rabbia che vuole essere lo specchio dell’ingiustizia ecologica verso cui guardiamo con sofferenza, spesso senza fare o poter far nulla.

Eppure, poco dopo, la nonna ci dà il primo grande insegnamento di questo cartone animato. 

“Non c’è spazio per la rabbia quando ti senti parte di qualcosa di grande”

Parole che entrano nella mente di Mabel ma non nel cuore.

Lo stagno, ancora selvaggio e naturale, dietro la casa della nonna diventa il loro posto speciale. Un posto in cui Mabel impara a prendersi cura della natura, a osservare gli animali e studiarne i comportamenti. Crescendo Mabel diviene la custode non ufficiale di quel pezzo di natura e farà di tutto per proteggerlo soprattutto dopo la morte della sua amata nonna…soprattutto contro il sindaco Jerry e la sua tangenziale.

Mabel e nonna Tanaka. ©Disney.
Cattività e libertà: licenza di uccidere?

Ma prima di prendere la tangente e andare avanti nella storia, mi vorrei soffermare proprio su questa prima scena di Jumpers. Quella in cui Mabel bambina vuole salvare gli animali – con evidenti espressioni tristi umanizzate – che vivono nelle loro gabbie all’interno della scuola.

[AVVISO: i due paragrafi sulla cattività sono lunghi, ma a mio parere necessari per spiegare bene un argomento molto complesso, di cui andrò solo a scalfire la punta. Quindi, se pensi possa annoiarti ti consiglio di andare direttamente al paragrafo “Solo un castoro potrebbe salvarlo”]

Oltre all’umanizzazione espressiva degli animali, la cosa che mi ha lasciata perplessa è questa: Ma se un animale è cresciuto in cattività, davvero liberarlo è giusto?

La risposta potrebbe non essere così ovvia e a qualcuno di voi non piacerà. 

Partiamo dal presupposto che il “rilascio” in natura svolto da persone private, e quindi che non ha nulla a che fare con un progetto di reintroduzione scientifica seguito da un team di esperti, è abbandono e/o pericoloso per l’ecosistema (SMETTETELA DI LIBERARE IN MARE LE ARAGOSTE DALLE VASCHE DEI RISTORANTI!).

Ed è importante precisare che l’abbandono di animali, oltre ad essere un atto riprovevole, è un reato previsto dal Codice penale italiano (Articolo: 727 c.p.), il quale stabilisce che chiunque abbandona animali domestici o abituati alla cattività è punito con l’arresto fino a 1 anno, oppure l’ammenda da 5.000 a 10.000 euro.

Chiarito questo, se avete comprato un animale alloctono, esotico, e non potete tenerlo, NON potete liberarlo in quanto rappresenta un grave danno ecologico all’ambiente e alla sua biodiversità. L’esempio più lampante e pratico è quello della tartaruga dalle orecchie rosse (Trachemys scripta elegans), che è stata importata in Italia a partire dagli anni Settanta. A causa delle dimensioni che possono raggiungere, queste tartarughe sono state man mano abbandonate in laghetti (artificiali e non) nella convinzione – forse – di far loro del bene, ma creando così un danno ecologico di non poco conto. Pensate che già dal 1997 la Commissione Europea ne ha bloccato la massiccia importazione (Regolamento 338/97, Allegato B), mentre l’Italia nel maggio 2018 ha pubblicato le Linee guida per la corretta detenzione degli animali da compagnia appartenenti a specie esotiche invasive, con l’obiettivo di mitigare l’impatto che questa specie- e le sue “sorelle”- crea nelle nostre zone.

Trachemys scripta elegans: Pierre Fidenci, CC BY-SA 2.5 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.5>, via Wikimedia Commons

Ma quale impatto? In sostanza, le Trachemys scripta sono specie onnivore e opportuniste, con un forte comportamento aggressivo, il che comporta – tra le altre cose – una importante competizione con la nostra specie Emys orbicularis. Altro fattore di rischio della tartaruga americana è la trasmissione di patogeni, che causano alti livelli di mortalità nelle specie autoctone.

Per questo motivo, proprio grazie al decreto del 2018, se ne vieta la commercializzazione, l’introduzione su territorio nazionale e il rilascio in natura. Infine, il possesso ne deve essere denunciato.

Quindi prima di voler liberare qualsiasi animale esotico/alloctono FERMATEVI: informatevi, denunciate e affidatevi ai centri specializzati al loro accoglimento.

Dalla scena del film, Mabel cerca di liberare una testuggine di terra, un serpente, una cavia peruviana e non so più che altro infila in quello zaino.

Il problema è che questi animali, anche se non addomesticati come il cane o il gatto, quando entrano nelle nostre case diventano animali domestici non convenzionali, per cui vale la legge contro l’abbandono detta prima.

Oltre al fatto che, nell’esempio della testuggine di terra (Testudo hermanni) vale la tutela della normativa CITES e della Convenzione di Berna.

Quindi, Mabel riporta indietro quegli animali!

Io però ho un gatto e penso sia giusto dargli la libertà di uscire di casa quando vuole.

Qui tocchiamo un argomento diverso. Prima abbiamo parlato di animali alloctoni che vengono rilasciati in natura. Ora parliamo di animali domestici che vogliamo far sentire liberi.

I gatti sono predatori, loro hanno l’istinto per la caccia – sì anche un gatto obeso che da steso a terra allunga una zampa verso la mosca sulla finestra ha un istinto predatorio. Il gatto domestico (Felis catus) da quando è stato addomesticato, più di 9000 anni fa, è stato introdotto da noi umani in tutto il mondo – con eccezione dell’Antartide. Questo non solo li rende uno degli animali più diffusi, ma il gatto randagio – quindi non di proprietà – rientra tra le 100 specie invasive più problematiche al mondo. In questo studio del 2013 si stima che i gatti randagi negli Stati Uniti uccidano annualmente da 1,3 a 4 miliardi di uccelli e da 6,3 a 22,3 miliardi di mammiferi. (Qui, invece, potete leggere uno studio italiano sull’argomento).

Sì, ma il mio gatto non è un randagio.

Il problema è che se lasciamo il nostro gatto domestico libero di girare per il quartiere, soprattutto in zone ove vivono animali selvatici, il risultato è lo stesso e stiamo creando un danno. Il motivo è semplice: il nostro gatto, che mangia in casa, è pieno di energie e quando caccia fuori dalle nostre mura lo fa per puro scopo istintivo, portando però a un impatto sulla biodiversità.

Cosa fare? Semplice, non far uscire il gatto di casa, arricchendola con stimoli come tiragraffi, oggetti verticali, giocattoli automatici o con elastico (in questo articolo vi sono una serie di suggerimenti utili per l’arricchimento delle abitazioni). Se invece volete a tutti i costi farlo uscire allora i consigli sono quelli di recintare il giardino, così che possa non oltrepassare i confini. Infine, è consigliabile mettergli un collarino con campanella – essendo rumorosi allertano le potenziali prede – o ancora collari “birdsafe”, ovvero molto vistosi e appariscenti.

In questo modo limiterete la licenza di uccidere del vostro dolcissimo gatto, aiuterete la biodiversità locale ed eviterete la presenza di “regali” sanguinolenti per casa. 

Cattività e libertà: il ritorno in natura

A tutto questo, va aggiunta un’altra questione importante. In Jumpers, Mabel cerca di liberare animali che dipendono dall’uomo per il cibo, che ricevono comfort necessari per una vita sì in gabbia, ma protetta. Quindi, cara Mabel, se liberassi quegli animali in natura, molto probabilmente morirebbero dopo un giorno.

Nel film, quindi, gli animali vivono a strettissimo contatto con l’uomo. Ma per quelli che invece non vivono in una scuola o una casa privata? In generale, un animale che nasce in cattività viene a contatto con una realtà in qualche modo diversa dal suo conspecifico nato e cresciuto in natura. Da una parte gli animali che vivono in bioparchi o riserve, per quanto magari il contatto con l’uomo possa essere ridotto al minimo indispensabile, si ritrovano in uno spazio non illimitato, controllato dai ranger o specifico staff, con cibo facilmente reperibile e a rapporti sociali un po’ veicolati dalla necessità. Questo vale anche in caso di predatori a cui vengono date prede ancora vive per mantenere attivo il loro istinto predatorio.

Dall’altra la natura offre la sua libertà con il costo delle predazioni, di patologie/infezioni/malattie che non vengono guarite, la ricerca e competizione per una tana, per il cibo o per la riproduzione, la necessità di spostamenti per le stagioni, ecc.

[NOTA BENE: in questo articolo non verrà affrontato il tema degli zoo come strutture positive o negative, ma verranno solo portate alla vostra attenzione alcune riflessioni sugli animali in cattività e la loro possibile reintroduzione in natura!]

È qui che la cattività – parlando di strutture in cui si tiene in considerazione il benessere animale – si tinge di sfumature contrastanti. Essa può infatti garantire la sopravvivenza di una parte di popolazione e divenire la “fonte” per la reintroduzione di specie che in natura si sono o stanno per estinguersi. Ma questi animali sarebbero capaci di sopravvivere in natura? La reintroduzione non è così facile, appunto perché parliamo di animali con diverse abitudini (e non solo, in questo articolo vengono messi in evidenza tutti i cambiamenti degli animali in cattività).

Ovviamente il processo di rinaturalizzazione di esemplari cresciuti in cattività viene controllato da un team di esperti e possono essere attuate tecniche che ne favoriscono il successo. Vantaggioso può essere il rilascio graduale – in cui gli animali vengono fatti acclimatare in situ prima e supportati dopo il rilascio – al posto di quello drastico.

Cavallo di Przewalski By Chinneeb – Own work, CC BY 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=148372248

Un esempio positivo di ripopolamento con animali cresciuti in cattività è quello che sta avvenendo con il cavallo di Przewalski, ovvero l’unica specie equina selvatica rimasta poiché non è mai stata addomesticata. Questi animali un tempo popolavano le steppe asiatiche, finché nel 1969, a causa della caccia e della perdita di habitat, è stata dichiarata estinta in natura. Esistevano solo 200 esemplari e tutti negli zoo.

Così nel 1990 la IUCN ha messo in piedi un piano per cercare di riportarlo in natura. Da quel momento, sono state attuate diverse fasi di reintroduzione – prima in Mongolia e Cina e poi in Kazakistan- di cavalli di Przewalski cresciuti in zoo. L’ultima è del 2024 con il trasferimento di sette esemplari provenienti dagli zoo di Praga e Berlino. Dopo un anno di acclimatazione nel centro di reintroduzione Alibi, gestito dall’Associazione per la Conservazione della Biodiversità del Kazakistan (ACBK), il branco è stato reintrodotto in natura nel 2025, sempre sotto osservazione. Non si può ancora affermare con assoluta certezza che il progetto abbia funzionato al 100%, ma la nascita di un puledro il 22 agosto 2026 all’interno del centro fa ben sperare.

Se la reintroduzione – non ancora completata – del cavallo di Przewalski con esemplari cresciuti in cattività può testimoniare che con pazienza possa funzionare, diversi sono altri casi.

Prendiamo ad esempio i mammiferi marini che non solo necessitano di spazi ampi in lunghezza/larghezza e profondità, ma anche di instaurare rapporti sociali fondamentali per le esigenze cognitive. Va specificato che, nella maggior parte dei casi, quando si parla di cetacei in cattività si riferisce ad animali tenuti nei parchi acquatici non tanto per scopi educativi o scientifici ma di intrattenimento.

Il film Blackfish del 2013, diretto da Gabriela Cowperthwaite, ha svolto un ruolo chiave nel cambiare l’opinione pubblica a riguardo, determinando anche la nascita di legislazioni in tutto il mondo per limitare o eliminare la detenzione di cetacei a scopo di intrattenimento. Pensate che nel mondo più di 3.500 cetacei sono ospitati in vasche di cemento o recinti/lagune marine in circa 350 parchi marini, zoo e strutture militari ( Ceta-Base, 2025 ). Il problema è che questi animali difficilmente riescono a vivere in mare una volta liberati.

Emblematico sta diventando il caso del Marineland Antibes, che dopo la legislazione del 2021 approvata in Francia, ha dovuto chiudere definitivamente nel 2024, necessitando però ancora oggi (dopo due anni) il trasferimento dei cetacei che manteneva. Il problema è che, salvo rare eccezioni (come individui catturati in natura o salvati e tenuti in cattività per un breve periodo), i cetacei in cattività non possono essere rilasciati in natura perché non possiedono le competenze di base per la sopravvivenza. L’alternativa etica in questo caso è il santuario, ovvero recinti in ambiente oceanico dove i cetacei possono continuare a ricevere cure godendo di maggiore spazio e autonomia. 

Keiko: un’orca da salvare

Per farvi capire meglio, ora racconterò la storia dell’orca Keiko, che negli anni ’90 è stata la protagonista del film Free Willy- un amico da salvare.

Keiko non ha avuto sempre questo nome, anzi nel 1979 era un giovane maschio che viveva libero – e privo di nomi – nelle acque islandesi… finché un giorno viene catturato da un peschereccio. 

Da qui ha inizio la sua triste storia.

Passa di acquario in acquario, fino ad arrivare in un parco acquatico in Messico in condizioni davvero pessime dove, purtroppo, ha vissuto per diversi anni. Nel 1982 Keiko viene scelto come protagonista del film che parla dell’amicizia tra un bambino e un’orca, la quale era stata strappata dal suo habitat per andare a vivere (indovinate un po’?) in un parco marino. Una storia fin troppo simile a quella reale di Keiko. Nel film il ragazzino aiuterà Willy l’orca a tornare libera e Keiko diventa la superstar amata dagli spettatori. Talmente tanto amata che inizia una vera e proprio campagna per liberare il vero animale protagonista della pellicola. Vennero raccolti milioni di dollari e anni dopo l’orca fu trasferita all’Oregon Coast Aquarium, negli Stati Uniti.

Qui, finalmente, l’animale inizia a riprendersi e a guarire da tutte le malattie che aveva sviluppato in Messico a causa dello stress dovuto alle condizioni di vita terribili. Nel 1998 Keiko viene nuovamente trasferito in Islanda.

Finalmente torna a casa!

Anche questa volta la sua vita sarà reclusa all’interno di un recinto, ma direttamente in mare e di circa 80×30 mt. Tra l’altro, dopo aver passato gran parte della sua vita a contatto con gli umani, qui cercano di disabituarlo a questi atteggiamenti e di farlo riavvicinare ad esemplari della sua stessa specie. Nel 2002, dopo diversi tentativi di renderlo libero in mare aperto, Keiko si allontana dalla baia in cui vive e raggiunge la Norvegia. Sembrava che il progetto di reinserimento dell’animale nel suo habitat naturale fosse finalmente riuscito, ma ogni volta che si avvicinava alla costa lui cercava gli umani con cui giocare.

Alla fine, un anno dopo, Keiko muore per una polmonite e diventa il simbolo della lotta contro la cattività. Ciò nonostante, se Willy nel film è riuscito a trovare la felicità con i suoi conspecifici, Keiko resta il risultato di quanto l’interazione con l’uomo possa creare profonde ripercussioni sulla psicologia e socialità di alcuni animali.

Ma dopo questo lungo excursus sulla cattività, torniamo al film…

Jumpers ©Disney
Solo un castoro potrebbe salvarlo

Mabel, ormai diciannovenne, non perde la rabbia e soprattutto la determinazione nel voler aiutare gli animali. La nonna non c’è più e lo stagno, il loro posto speciale, rischia di essere distrutto dal Sindaco Jerry, per la costruzione di una tangenziale che migliorerebbe la città. Fa quindi la sua prima apparizione il cattivo, un villain che nei film che parlano di ecologia ha il classico aspetto dell’uomo di affari completamente insensibile alla natura e agli animali.

Mabel, come suo solito, attacca e urla battendosi per i diritti degli animali. Ma quali animali?

Lì, in quello stagno che lei conosce bene, gli animali sono all’improvviso spariti. Proprio grazie a questo cavillo, Jerry ha ottenuto il permesso per costruire la sua tangenziale. L’obiettivo di Mabel è chiaro: riportare gli animali allo stagno. Dopo essersi confrontata con la Dott.ssa Samantha Fairfax, scopre che basterebbe portare una sola specie e con essa tutti gli altri tornerebbero a ripopolare il luogo.

<<Gli animali sono andati via dopo che il castoro si è spostato.
[…] Non puoi salvare quel posto. Solo un castoro può!>>

<<Cosa? Un castoro può salvarlo?>>

<<Beh ma certo, perché è una specie chiave!>>

Rincuorata da queste parole, Mabel si apposta nello stagno – recintato per la realizzazione della superstrada – con l’intento di attirare un castoro con un po’ di cibo. Effettivamente un castoro si avvicina ed è qui che cadiamo dentro Avatar.

In un susseguirsi tumultuoso di eventi, si scopre che quel castoro non è altro [SPOILER] che la stessa Dott.ssa Sam!


[Immagine accanto:  La Dott.ssa Sam e il suo team- Jumpers ©Disney]

Il team di scienziati del film, costituito dalla Dottoressa e due assistenti (la ricerca è povera anche nei cartoni Pixar- sigh) ha creato una macchina che riesce a <<trasferire questo dentro questo>>.
Certo, detto così non si capisce nulla. La macchina trasferisce la coscienza dell’essere umano all’interno di un robot animale con tanto di pelliccia e caratteristiche “realistiche”. Mabel riesce a entrare in un castoro e qui inizia il bello.

Il castoro – Mabel arriva tra i veri animali e scopre di riuscire a parlare con loro. Molto simpatica l’idea che quando le conversazioni avvengono tra gli animali stessi questi assumano caratteristiche pupazzoidi: occhi tondi e antropomorfi, voce coccolosa, acconciature strane. Quando invece gli animali cercano di parlare con gli umani si trasforma tutto in squittii e versi vari, occhi completamente neri e aspetto più animale. Non mi soffermerò su questo aspetto perché il linguaggio animale-uomo lo abbiamo già affrontato in Il Robot Selvaggio- il cuore metallico della foresta e in DR. DOLITTLE: i prodigi dell’A.I. nella comprensione del linguaggio animale.

Ma cosa sono le specie chiave?

Per chi non lo sapesse, specie chiave (o specie chiave di volta) sono tutte quelle specie che hanno un forte impatto nel loro territorio. La loro presenza o assenza è determinante negli ecosistemi, provocando anche uno sbilancio ecologico. In parole povere, come in Jumpers con il castoro, se quella specie manca tutto il resto viene meno.

Quindi parliamo un attimo del castoro.

Il castoro, grazie alle sue doti da ingegnere dell’ecosistema, si avvale di questo titolo. Le dighe da loro costruite non solo potenziano la qualità naturale dell’habitat ma forniscono l’insorgenza di zone umide ottime per la varietà animale e vegetale. È stato dimostrato, infatti, che la sua presenza ha notevoli effetti benefici su tutti gli animali, compreso l’uomo. La costruzione di dighe favorisce il ripristino di zone soggette a siccità e inondazioni, incrementando anche il turismo naturalistico grazie alla presenza di specie “armoniose”.

Lì dove, invece, il castoro viene percepito come una figura negativa per l’uomo è dato da problemi quali l’erosione delle sponde e l’allagamento dei terreni agricoli con conseguenze economiche. Tali conflitti però possono essere facilmente risolvibili con piani di gestione che prevedano il controllo della stabilità delle sponde, l’installazione di dispositivi di regolazione del flusso (per abbassare i livelli dell’acqua) e/ o la protezione degli alberi.

Insomma, la reintroduzione del castoro in Europa dovrebbe essere accolta da tutti i paesi, come accaduto in Germania, Paesi Bassi o anche in Svizzera. 

Grafici sull’efficacia delle dighe costruite dai castori. 2020 The Authors. WIREs Water published by Wiley Periodicals LLC.

E in Italia com’è la situazione?

In Italia, il castoro è stato presente nelle regioni centrali e settentrionali dal Pleistocene inferiore fino al XVI secolo. La perdita progressiva di habitat, unita alla caccia per la pelliccia e per il castoreo, una sostanza oleosa secreta dalle ghiandole perianali dell’animale, hanno portato alla scomparsa della specie per circa 500 anni.

Per il nostro territorio la svolta arriva nel 2018, quando il magnifico ingegnere di dighe torna sulle Alpi grazie alla naturale dispersione dall’Austria. Da qui si espande fino al centro Italia dove ne è stata registrata la presenza nel 2021. Mentre nel 2023, grazie a una fototrappola, è stata confermata la sua presenza anche sul fiume Volturno, tra Isernia e Caserta.

Ebbene con un animale che ha una tale importanza ecologica, mi sembra ovvia la scelta del regista e degli sceneggiatori di rendere il castoro il re dei mammiferi! (Piano, piano. Ci arriviamo)

Noi incrociamo le dita per il successo di questa reintroduzione in Italia, ma ora andiamo avanti con la pellicola

La legge dello stagno

Siamo arrivati al punto in cui Mabel incontra e parla con gli altri animali. Quando vede finalmente un castoro – completamente apatico alla vita – si scontra però con la dura realtà. 

Mabel, come dicevo prima, non ha imparato nulla dagli insegnamenti della nonna. Colma di una certa arroganza, che la fa auto-innalzare a salvatrice degli animali, pretende a questo punto di impedire la predazione da parte dell’orso Ellen.

Questa, affamata, decide di fare ricorso e trascina Mabel dinnanzi al re dei mammiferi. Così la protagonista fa la conoscenza dell’adorabile George (doppiato dal mitico Giorgio Panariello). Il re-castoro, che con la sua minuscola coroncina e una positività a tratti snervante, dopo aver bloccato una sessione di acquagym con i suoi sudditi, insegna a Mabel “le Regole dello Stagno”.

<<Con tanti animali in un solo piccolo stagno servivano delle regole di convivenza. Se vuoi vivere qui devi impararle anche tu. Regola numero 1: Conosci tutti!

È difficile litigare con qualcuno se conosci il loro nome.

Regola numero 2: Quando hai fame mangia!>>

STOP! Fermiamoci qua.

Analizziamo questa regola. Nonostante l’aspetto cartoonesco dei personaggi, Jumpers non vuole addolcire o nascondere la verità della vita in natura. Ellen non riesce a mangiarsi il castoro apatico ma alla fine si pappa il pesce Steve.

Ellen, il castoro apatico Loaf e gli altri animali- Jumpers ©Disney

Come dicevo prima, vivere libero in natura equivale a fare i conti con essa, cosa che invece la cattività limita. C’è una catena alimentare lì fuori, con predatori e prede, con regole e gerarchie proprie. È difficile accettare di vedere un leone in una gabbia che fa avanti e indietro davanti al vetro, ma quanti non si dispiacciono quando vedono un altro leone che preda un cucciolo di antilope?! Quanti si battono per la libertà delle orche ma poi gli sale la lacrimuccia quando leggono la storia del cucciolo di delfino che rimasto orfano si unisce al pod di orche che hanno ucciso sua madre?!

Reazioni del tutto normali! Noi siamo umani e proviamo dei sentimenti. È giusto lottare contro la detenzione di animali in strutture di cattività che non permettono il benessere dell’animale stesso. È giusto esprimere anche i propri sentimenti dinnanzi la cruda realtà della natura e rattristarsi per storie triste come quelle citate prima. Ma è sbagliato essere come Mabel, è sbagliato interferire con quelle stesse crude regole della natura.

<<Che ci vuoi fare? È la legge dello stagno!>>

Su questo il film è chiaro e guadagna un sacco di punti!!

Una regola che tutti dovremmo conoscere e che per i documentaristi wildlife è il fondamento del proprio lavoro. Per quanto possa essere difficile da guardare: mai intervenire. 

Eppure, durante le riprese del documentario della BBC Dynasties del 2018 la regola venne infranta. Intrappolati in un profondo burrone ghiacciato dopo una bufera di neve, circa 50 pinguini imperatore e i loro pulcini stavano morendo. Ciò costrinse la troupe a prendere una decisione: non interferire e assistere alla morte degli animali o agire. Scelsero la vanga! Senza toccare i pinguini, la troupe iniziò a scavare dei sentieri nel burrone, nella speranza che gli uccelli riuscissero a usarli come rampe per uscire da quella trappola mortale. E così fu. (Qui il video).

Un evento unico e raro che lo stesso Davide Attenborough ritenne giusto per aiutare gli animali. 

Regola numero 3: siamo sotto lo stesso cielo!

In questa ultima regola, George include anche gli esseri umani. Dopotutto siamo mammiferi e quindi suoi sudditi, e lui in qualità di sovrano deve provvedere anche noi. 

<<Le regole devono valere per tutti: pesci, orsi, castori, umani. Siamo sotto lo stesso cielo. Case di animali- case di umani. Un solo microcosmo, enorme!>>

Un punto di vista inaspettato, che Mabel non condivide. Lei è umana, conosce gli umani e tutto il male che fanno alla natura. Lei conosce Jerry e lo deve combattere. Se George non vuole farlo, allora ci penserà lei.

Ancora una volta, nel tentativo di fare la cosa giusta con la sua solita arroganza, Mabel fa convocare il consiglio dei sovrani: il Re degli Uccelli, la Regina dei Pesci, il Re degli Anfibi, tre regine serpente e soprattutto la Regina degli Insetti, una bellissima e temibile farfalla monarca.

Mabel-castoro con George e gli altri Re- Jumpers©Disney

La riunione non finisce come spera e la Regina degli Insetti dichiara guerra a tutta l’umanità, decidendo di schiacciare Jerry. 

<<Abbiamo tutti posto nella catena alimentare, ma un animale sta prendendo più di quanto gli spetti>>.

Mabel si rende conto di aver decretato la morte del Sindaco e peggiora la situazione quando schiaccia, letteralmente, la farfalla. 

Le carte in tavola cambiano. All’improvviso tutti i re dichiarano guerra ai mammiferi, il perfido Tytus, il figlio – bruco della farfalla, si proclama Re degli Insetti e si scopre come nuovo villain del film. La storia si trasforma in un puro caos controllato.

Gli animali, dando la caccia a Mabel-castoro, scoprono l’inganno dei robot. Dopo il fallito tentativo di uccidere Jerry schiacciato da uno squalo, costringono la Dott.ssa Sam e il suo team a costruire un robot che somigli al sindaco così che Tytus possa trasferirvi la sua coscienza all’interno. Tytus diventa il Sindaco Jerry. Tytus ha il potere sugli umani della città, quegli stessi umani che continuano a costruire ciò che vogliono a discapito di tutti gli altri esseri viventi. 

Non solo, Tytus ha ora il potere e la tecnologia per schiacciare tutte gli animali che non sono insetti (o artropodi).

Il cambio di prospettiva

Dopo più di un’ora, finalmente Mabel capisce. 

Siamo tutti sotto lo stesso cielo, siamo tutti parte di tutto! 

Il film ci fa vedere punti di vista differenti:

  • Quello di Jerry che non è cattivo ma umano e questo significa che siamo ciechi dinnanzi a ciò che per noi è importante. Nella discussione iniziale con Mabel, lui afferma che la superstrada sarà di aiuto ai cittadini che devono andare al lavoro e spostarsi in macchina. Una giustificazione che lo aiuta a confermare la posizione politica sulla città e di conseguenza il suo potere. Non è forse obiettivo dell’essere umano cercare di scalare in qualche modo la gerarchia sociale che ci interessa?  Ed è forse questo che Jumpers ci vuole mostrare, ovvero il nostro più grande errore come specie.
  • Quello di Mabel che si crede di agire sempre nel bene della natura, ma scopre che anche lei è un essere umano e come tale anche lei ha rischiato di distruggere tutto per le sue convinzioni.
  • Quello di George, ovvero una visione immaginaria degli animali che accettano ciò che siamo perché siamo anche noi parte di questo ecosistema.
  • Infine, quello di Tytus, uno tra gli animali più piccoli e innocui ma che stanco dei soprusi da parte di tutti, rischia di diventare una minaccia globale.

Con questa semplificazione un po’ esagerata e filosofica delle interazioni uomo-natura e della politica, il film vuole dare la sua impronta ecologista ricordandoci che Siamo tutti sotto lo stesso cielo e che prima di far divampare un incendio distruttore è sempre meglio capire quando fare un passo indietro.

Jerry lo capisce – e forse dopo essere tornato a scuola per una lezione sulla sensibilizzazione ambientale – aiuta Mabel a ridare agli animali il proprio stagno e si ripromettono di trovare una soluzione insieme per la costruzione della tangenziale.

Mable e re George- Jumpers ©Disney
<<Castoro. Castoro. Ciocchi di legno. Ciocci di legno. Castoro.>>

Greta L. Cerrone

Fonti:

Tutte le immagini del cartone Pixar Jumper- un salto tra gli animali sono state prese dal Press Kit della Disney in questo link https://press.disney.co.uk/gallery/hoppers-logos-and-key-art?image_id=image_d2f1e59b

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