Dall’ipocrisia del greenwashing al rigore della LCA: come il capolavoro di Miyazaki ci insegna a superare la cecità ecologica

«Nei tempi antichi, la terra era ricoperta da foreste, dove, da epoche lontane, abitavano gli spiriti degli dei. Allora, uomo e bestia vivevano in armonia, ma col passare del tempo, la maggior parte delle grandi foreste furono distrutte»
Sembra un passo tratto da un testo sacro o una favola antica, scritta per incantare i bambini. Eppure, queste poche righe bastano a risvegliare un senso di colpa collettivo. Ci ricordano che siamo i carnefici di quello stesso stato di natura, complici di una frattura che continuiamo ad alimentare giorno dopo giorno. C’è qualcosa di disarmante nella precisione chirurgica con cui questo incipit, nato per introdurre un anime, descrive il nostro esatto presente. Ma è risaputo: le grandi opere d’arte non si limitano a intrattenere, ma scuotono le coscienze, agendo come specchi che restituiscono la verità storica delle nostre responsabilità.
Quando nel 1997 Hayao Miyazaki consegna al mondo il suo capolavoro Principessa Mononoke, non ci lascia in eredità solo una favola ecologista, ma una spietata cronaca di dolore e ferite rimaste aperte. Il film ci proietta in un Giappone medievale e mitologico che somiglia drammaticamente al nostro presente: il momento esatto in cui l’era della Natura incontaminata viene aggredita e spinta oltre il limite dall’avanzata tecnologia
Ogni ferita lascia una cicatrice
Oggi tendiamo a guardare ai disastri ambientali come a tragiche fatalità meteorologiche o semplici coincidenze. Ma la verità è un’altra: la Natura sta sviluppando una ribellione sistemica. È la risposta di un ecosistema a cui la tecnologia sta togliendo tutto, una reazione violenta e inevitabile causata dalle nostre azioni scellerate, dall’incosciente spreco di risorse e dalla distruzione programmata di interi ecosistemi. E quando un ambiente viene spinto oltre il limite, la Terra non si limita a subire: si difende!
Miyazaki, cresciuto nell’ombra dei traumi atomici di Hiroshima e Nagasaki, compie un’operazione di straordinaria onestà: ci mostra che la furia della biosfera non è una minaccia aliena, ma una conseguenza diretta, evitabile e comprensibile delle nostre scelte tecniche.
Nel film, la vera “bestialità” non appartiene al mondo animale, ma germoglia dalla superbia tecnologica dell’essere umano. Lo specchio perfetto di questa dinamica è Eboshi, la leader di Ferro Town, un personaggio che rappresenta esattamente la nostra società attuale. In lei vive una contraddizione che ci appartiene profondamente: da un lato è una guida carismatica, generosa e inclusiva, capace di riscattare gli emarginati; dall’altro incarna una disarmante indifferenza ecologica. Il suo sguardo si arresta bruscamente alle mura della città. Oltre quel perimetro, la foresta smette di essere un santuario vivente e viene degradata a mera riserva di materie prime da saccheggiare per alimentare le sue macchine.
Proprio come noi, Eboshi non distrugge per pura crudeltà, ma per il benessere e il progresso del suo popolo. Eppure, lo fa con una freddezza cieca, dimenticando una verità biologica elementare: l’essere umano è un animale, totalmente immerso nella Natura (anche se l’ha dimenticato), un figlio di questa biosfera che non può prosperare sulle sue ceneri.

Il costo invisibile del progresso: il Greenwashing e la LCA
Oggi, la nostra società si comporta esattamente come Eboshi. Per cercare di rallentare e attutire i danni ambientali, la comunità internazionale ha istituito gli SDG (Obiettivi di Sviluppo Sostenibile) dell’ONU. Si tratta di diciassette metriche nate per valutare l’impatto globale, sia ambientale che sociale. Infatti, tali metriche misurano tutto: dalle emissioni di carbonio al consumo di combustibili fossili, dall’impoverimento dei minerali, fino alla parità di genere e alla giustizia sociale. Eppure, l’effetto serra accelera e le temperature registrano record sistematici. Perché? Perché siamo intrappolati nello stesso identico errore di Eboshi: curiamo il perimetro delle nostre regole sociali e ignoriamo la Natura.
Una questione è certa, se vogliamo inquinare di meno e smettere di distruggere la biosfera, dobbiamo ripensare da zero l’intera filiera con cui progettiamo e creiamo i nostri prodotti e servizi. Per farlo sul serio, la scienza ha sviluppato uno strumento rigoroso noto come LCA (Life Cycle Assessment), ovvero la valutazione del ciclo vita di un prodotto. Questa metodologia non si limita a fotografare l’impatto di un oggetto mentre lo usi, ma ne calcola l’impronta ecologica totale, dall’estrazione delle materie prime fino al suo smaltimento finale.
Tuttavia, il castello di carte crolla quando entra in gioco il greenwashing, ossia l’arte di mostrarsi ecosostenibili, nascondendo i danni ambientali. Spinte da incentivi economici tarati solo sulla riduzione delle emissioni locali di CO2, le aziende si arricchiscono vendendo risposte parziali, che si limitano a spostare il disastro ecologico un po’ più in là.
Pensate alla propaganda martellante sulle auto elettriche: bellissime perché non hanno un tubo di scappamento che fuma in città, ma l’estrazione selvaggia di litio e cobalto per le batterie e il futuro smaltimento dei loro metalli pesanti stanno devastando gli ecosistemi. Ancora, l’uso spropositato delle Intelligenze Artificiali che consumano quantità immonde di acqua ed energia, pesando come macigni sul riscaldamento globale. Lo stesso paradosso vale per i materiali avanzati. L’industria li progetta ultraleggeri per ridurre i consumi dei veicoli, ma per produrli servono temperature folli e processi ad altissima intensità energetica. E la beffa finale? A fine vita sono difficili da riciclare. Insomma, per curare un sintomo, creiamo una malattia cronica a monte e a valle del sistema.

Oltre il Conflitto: La Tecnologia può redimerci
Nel film, questo conflitto radicale è incarnato da San, la principessa Mononoke. Umana per nascita ma lupo per appartenenza, San decide di combattere ferocemente contro la sua stessa razza. Spesso viene vista come la sintesi di due mondi, ma la realtà è che non appartiene a nessuno dei due. A mio avviso, infatti, la protagonista non rappresenta affatto la soluzione, quanto la frattura di due realtà in guerra aperta. E questo limite emerge chiaramente quando sceglie di difendere la Natura a oltranza. Una decisione che a noi spettatori può sembrare quella “giusta”, ma che di fatto la trascina sullo stesso livello morale di tutti gli altri personaggi. Anche San, alla fine, usa la violenza e la sopraffazione per far valere le proprie ragioni.
La vera via d’uscita abita in Ashitaka. Il giovane principe guerriero è la sintesi tra l’essere umano e la Natura. C’è un dettaglio sublime nel suo personaggio: Ashitaka è colpito da una maledizione, ma si serve di quella stessa piaga per fare del bene e salvare vite. Questo è il più grande insegnamento di Miyazaki per la nostra transizione ecologica (e morale): “la tecnologia industriale, che sta causando il collasso del pianeta, non va demonizzata, perché è uno strumento. Quindi, se ripensata e amministrata con saggezza, la nostra capacità tecnica può trasformarsi in salvezza.“
Cosa resterà dopo di noi?
La storia non si chiude con un lieto fine preconfezionato. Dopo la devastazione, la foresta torna a fiorire. Ma non lo fa perché l’umanità si è pentita o perché lo meritiamo. Succede perché la vita non si arresta mai.
La resilienza della biosfera prescinde dall’essere umano. Se domani la nostra specie dovesse soccombere sotto il peso della crisi climatica, la Terra continuerà a girare e gli ecosistemi troveranno un nuovo equilibrio, sotto un firmamento ancora luminoso. La Natura non ha bisogno di essere salvata. Siamo noi ad aver bisogno di salvarci dalla nostra stessa cecità.
Se la scienza ci fornisce le equazioni per costruire un mondo sostenibile, il cinema di Miyazaki ci mostra la carne, l’anima e le conseguenze morali di quelle stesse formule. Resta solo un dubbio: “sapremo usare la nostra intelligenza tecnica per trovare una vera conciliazione con la Natura, o continueremo a finanziare false promesse di sostenibilità, aspettando che sia la nostra estinzione a far rinascere il pianeta?“
Fonti:
- Bellantoni, Dario. “Il significato della Principessa Mononoke – il “primo documentario” di Miyazaki”, pubblicato su ArteSettima il 3 giugno 2026
- Singh, Abhinav. “An Eco-critical Study of Hayao Miyazaki’s Princess Mononoke”, pubblicato su International Journal Of Multidisciplinary Research in Science, Engineering and Technology (IJMRSET), Volume 7, Issue 4, Aprile 2024. DOI: 10.15680/IJMRSET.2024.0704136
- Fadli, Zaki Ainul. “Representation of Anthropocentric and Ecocentric Figures in Hayao Miyazaki’s Princess Mononoke”, pubblicato su E3S Web of Conferences, Volume 359, Ottobre 2022. DOI: 10.1051/e3sconf/202235903027








