Vi è mai capitato di voler spezzare un po’ la routine? Non è necessario chiuderla in un armadio, ma semplicemente pensare per un attimo di voler respirare un’aria diversa da quella di casa. Alle volte basta abbracciare una nuova sfida vicino a noi, anche un hobby diverso dal solito. Altre volte, invece, può essere necessario prendere un aereo e aprire un nuovo breve capitolo della propria vita.
Che ci crediate o no, accade anche nella fotografia (chi la pratica forse sa di cosa sto parlando). Scattare foto negli stessi ambienti, per quanto ci possano far sentire vivi, o dedicarsi sempre allo stesso stile possono con il tempo portare alla necessità di cercare qualcosa di diverso. Ne sono testimonianze i diversi fotografi incontrati in queste interviste di “Click & Talk”, e Jacopo Ursitti non è da meno.
Lui è un fotografo naturalista e biologo che attualmente collabora con il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, dove tra l’altro è cresciuto. Se scorrete il suo profilo Instagram, infatti, vedrete per la maggior parte foto sulle Alpi o nell’Est Europa con neve, lupi, stambecchi. Poi ad un certo qualcosa di diverso. Un’occasione che lo ha chiamato, attratto: l’Africa!
“Quando mi si è presentata l’opportunità di fare questo viaggio in Sud Africa ho colto la palla al balzo! Poi da lì mi è salita un po’ la “sindrome” e dopo pochi mesi sono andato in Zambia!”.
Safari africano: tra fotografia ed etica

Ciao Jacopo (Instagram: jacopo.ursitti), Tu non solo sei fotografo, ma anche biologo della conservazione. Come descriveresti la tua esperienza in Africa sia dal punto di vista del fotografo che da quello di biologo della conservazione?
(a sx Jacopo Ursitti, fotografo naturalista e biologo della conservazione)
Premetto che comunque io sono laureato in biologia della conservazione studiando prima i lupi e poi i grandi carnivori in generale. Attualmente lavoro sempre su questo tipo di animali nel Parco Nazionale d’Abruzzo. Sono quindi abituato ad un contesto ed ecosistemi molto diversi da quelli presenti in Africa!
Ad esempio, se qui i predatori hanno un comportamento più elusivo, lì no. Li trovi a bordo strada, magari. Questo, comunque, ti permette una visione quasi immediata.
Rispondere alla tua domanda quindi mi viene un po’ difficile proprio perché parliamo di contesti completamente differenti. Quando arrivi lì la prima volta è come trovarsi catapultato in un mondo del tutto nuovo, sia dal punto di vista fotografico – come le condizioni di luce e soggetti diversi – sia dal punto di vista naturalistico – come può essere lo stesso safari in sé, a cui noi qui non siamo abituati.
In Africa hai fotografato in diversi parchi, dove la protezione degli animali è maggiore. Hai notato una qualche differenza, in questi termini, tra l’approccio che si ha nei parchi tra l’Africa e l’Europa?
In Sud Africa sono stato in due Game Reserve, che sono aree private, nella parte perimetrale del Kruger.
In questo tipo di riserva ho notato un approccio improntato sul rispetto della fauna, sul non disturbo perché c’erano molti controlli. Ad esempio, c’era un limite di tre macchine per ogni punto di osservazione, quindi potevi stare lì un tempo limitato per permettere alla macchina successiva di fare la sua osservazione. Questo permette comunque di evitare una calca che invece si trova nei parchi nazionali, dove davvero possono trovarsi molte più macchine per osservare dei predatori. Dall’alba al tramonto si possono fare i safari, di notte no. Nonostante dietro ai safari ci sia un forte business, nei parchi nazionali in cui c’è un po’ più di libertà trovi in ogni caso i rangers che controllano.

Per quanto riguarda invece i comportamenti, ci sono degli atteggiamenti da tenere ben in mente mentre si fa un safari?
In Africa la base è non stare in piedi, tenere tutte le estremità nel veicolo.
Poi ci sono i comportamenti normali, da tenere in mente in ogni luogo, come: evitare i movimenti bruschi, evitare rumori e dare lo spazio all’animale. Non bisogna rincorrere l’animale, tentare di avvicinarsi. Tu stai là e l’animale ti sta davanti. Se gli dai fastidio, potresti rischiare che si avvicini.
Fotografare leoni e leopardi
Spesso quando si pensa all’Africa, una paura che può nascere spontanea è quella di trovarsi faccia a faccia con un leone. Ma in realtà anche trovarsi dinanzi un elefante può avere le sue problematiche. Cosa hai provato in queste due occasioni?
Consideriamo che comunque le statistiche riportano una maggior mortalità umana data dagli elefanti, o zanzare, che dai leoni!
A Manyeleti, in una Game Reserve, ho avuto la fortuna di stare in un lodge con recinzioni. Gli animali che trovi lì però, ripeto, tendenzialmente non si avvicinano. Ora racconto due delle mie esperienze un po’ più ravvicinate con questi animali e vedrete che non c’è alcun pericolo. Una sera, mentre rientravamo nelle tende, c’era un elefante che osservava gli ippopotami. E, per chi non lo sapesse, questi sono veramente pericolosi. Lui era lì, tranquillo. È stato un bell’incontro.
L’altra esperienza è invece con un predatore, ma non il leone. È avvenuto una mattina, io ancora assonnato stavo andando a fare colazione. Ad un certo punto sento che gli altri mi bussano e cercano di farmi segno. Io ero assonnato, non capivo. Mi sono girato e c’era una iena. È stato un attimo, ci siamo guardati e poi lei è andata via.

Una tua foto che mi ha molto colpita è quella della vecchia leonessa cieca da un occhio. Nella didascalia c’è scritto che l’hai incontrata in due momenti diversi. Vorrei chiederti di raccontare la storia dietro questi due diversi momenti.
Era uno degli ultimi giorni in Sud Africa, una mattina se non sbaglio.
Sì, la prima volta era la mattina in cui abbiamo incontrato lei in compagnia di un’altra leonessa. La luce che c’era, quello sguardo. Aveva un volto davvero molto interessante, che mi ha colpito sin da subito. Era una leonessa abbastanza anziana. Ma potevamo stare lì solo 10 minuti, quindi è stato davvero un breve incontro che mi ha richiesto un ritratto veloce.
La seconda volta non è stata molto distante. Verso metà giornata, nel pomeriggio. Stavamo seguendo un maschio che tornava verso il suo gruppo. C’era una parte cespugliosa, vicino ad un’altra invece molto aperta e qui c’erano tutte loro. Tra le leonesse, abbiamo rivisto lei, quella più anziana. Era quasi il momento del tramonto, quindi loro erano già più attive e si muovevano un po’. Ad un certo punto, questa leonessa si alza e viene verso la jeep. Quella è stata la mia nuova occasione per scattare, così le ho fatto altri ritratti e dato finalmente arte a quel volto animale pieno di vita e ricordi.

Durante il tuo viaggio in Zambia a giugno, la missione era quella di fotografare il leopardo. Un felino che ha uno stile di vita abbastanza diverso dal leone. I leopardi sono più schivi, solitari, preferiscono cacciare di notte. Cosa ti ha colpito di più di questo animale e quale è stata la difficoltà in questo caso?
Il leone la maggior parte del tempo sta buttato lì, seduto, dorme. Il leopardo o lo vedi dormire sui rami, in mezzo agli alberi, oppure quando scende ma a quel punto è abbastanza difficile da prevedere perché si muove di continuo. Non si ferma un attimo! Più di una volta è capitato di avere un leopardo a pochissima distanza da noi ma non riuscire a vederlo perché perfettamente mimetizzato fra i cespugli.
Nella difficoltà dovuta al suo comportamento più schivo, però, bisogna dire che nel Lower Zambezi è facile trovare questa specie.
Le ombre di Caravaggio nella luce africana
Tra le tue foto si possono notare alcuni ritratti di animali immersi in uno sfondo scuro e con uno sprazzo di luce che mette in mostra caratteristiche salienti, quasi una tecnica caravaggesca. Sono delle fotografie che di sicuro creano un forte impatto perché mettono in risalto la maestosità di questi animali ma suscitano anche diverse emozioni. Cosa provi, come fotografo, quando crei una fotografia di questo genere e cosa vuoi trasmettere?
Ti direi che, parlando di tecnica fotografica è la luce che definisce l’immagine. Però, secondo me, può funzionare anche al contrario. Usare le ombre per mettere in risalto una parte della scena!
Quando si ha un soggetto con la condizione di luce adatta – il che non capita spesso – con delle forme, con delle espressioni o qualcosa sul volto, secondo me lo scuro mette molto più in risalto ciò che vuoi rappresentare. È qualcosa su cui mi piace lavorare! Il minimalismo mi è sempre piaciuto e quando mi trovo nell’occasione giusta, è una scelta che faccio in automatico.
Molte sono invece in bianco e nero. Scelta che spesso viene messa un po’ in disparte nella fotografia naturalistica perché si vanno a spegnere i colori. Ciò nonostante, il B/N riesce anche a creare un rapporto un po’ più documentaristico con la scena che si fotografa. Quindi ti vorrei chiedere, anche qui, il perché di questa tua scelta stilistica.
Anche qui si tratta un po’ di gusto personale e un po’ di stile che mi porto dietro. Io, prima di approcciarmi alla fotografia naturalistica, ho studiato il lavoro di altri fotografi, non solo naturalisti, e per dieci anni a Roma ho fatto molta Street Photography. Inoltre, i miei autori preferiti lavorano proprio in b/n, tra cui anche artisti wildlife. Quando ho iniziato a sperimentarlo anche io, in questo tipo di fotografia, mi sono reso conto che il concetto che volevo trasmettere veniva rappresentato meglio. Concetti come: il comportamento, il soggetto stesso, l’atmosfera, l’ambiente. Quindi, a meno che non ci siano proprio delle scene in cui un colore dominante trasmette qualcosa di particolare, io preferisco il bianco e nero.
Quale tra tutti questi animali hai preferito ritrarre?
Probabilmente gli elefanti! A livello fotografico, questi animali hanno una texture della pelle, una forma del corpo o delle zanne, che veramente sono soddisfacenti da scattare.
Per tutto ciò che c’è dietro invece – la ricerca, la pazienza, l’imprevedibilità – ti dico il leopardo.

Quale attrezzatura portare in Africa
Parliamo un attimo di attrezzatura e tecnica. Passare dalla montagna all’Africa immagino comporti una differenza in questi termini. Cosa metti in valigia quando parti per un safari?
Porto principalmente due corpi macchina – io utilizzo Canon – poi come obiettivi utilizzo principalmente un 16mm, un 24-70, 70-200 e un 500 f/4. Poi bisogna ricordarsi sempre le batterie, io me ne porto circa otto! Una cosa fondamentale per l’Africa è la pompetta per l’aria, perché la polvere è veramente atroce!
Parlando di obiettivi, io di base uso sempre il 500 mm. Il 70-200 lo uso molto in Africa, dalle nostre parti invece lo uso decisamente di meno. Il 24-70 lo uso per scatti un po’ più ambientali, tipo i paesaggi.
La prima volta che sei partito, c’è stato qualche strumento fotografico che hai lasciato in Italia e che ti sei reso conto solo nel momento della sessione fotografica che fosse utile?
Sì, decisamente la crema solare!
A parte gli scherzi, la cosa importante quando fai il safari in jeep è che più sei libero di muoverti e meglio è! Quindi avrei preferito non portarmi lo zaino con tutta la roba ma solo l’essenziale: macchinetta con obiettivo, un altro obiettivo e batterie. Se inizi ad avere roba tra i piedi, più cose hai e meno riesci a muoverti. Di conseguenza, fotografi molto meno e fai anche rumore!

La fotografia naturalistica richiede spesso tempi di attesa abbastanza lunghi. In montagna una delle problematiche maggiori può essere il freddo, la neve, che creano disagio sia a noi stessi che alla macchina fotografica. Mentre in Africa, a quale tipo di difficoltà ambientale si va maggiormente incontro?
In Africa dipende dalla stagione: in inverno arrivano degli scrosci d’acqua incredibili, devi assolutamente avere l’impermeabile e cover per la macchinetta; in estate la difficoltà per l’attrezzatura è la polvere, per te stesso invece sono le escursioni termiche della giornata. Esci la mattina che sei sottozero e rientri a mezzogiorno che ci sono 35°C.
A livello tecnico fotografico, non ci sono grosse difficoltà invece. Ti rendi senza dubbio che la luce è differente, ma poi ci prendi l’occhio. Senza dubbio con un leopardo l’autofocus va gestito con attenzione,
senza lasciar fare alla macchina, per avere a fuoco il volto dell’animale.
Fotografia e conservazione della biodiversità
Ora passiamo un attimo a domande un po’ insidiose ma che vogliono approfondire il rapporto tra fotografia e biologia della conservazione. Questo perché, Jacopo, oltre che fotografo tu sei biologo della conservazione quindi come tale studi e proteggi la biodiversità. La prima domanda che vorrei farti è proprio su questo: pensi che la fotografia sia uno strumento utile per aiutare nella conservazione della biodiversità?
Sì, decisamente. Basta vedere tutti i lavori che sono stati fatti in passato, ad esempio le inchieste sui traffici animali, l’attenzione posta su specie minacciate o per esporre i problemi climatici. La fotografia è come qualsiasi altra forma di arte: devi studiarla, praticarla, hai bisogno di una certa sensibilità. Inoltre la fotografia naturalistica necessiterebbe una conoscenza dell’ambiente e del soggetto. Per cui non tutti possono farla! Non basta avere una macchinetta e un teleobiettivo. Ci deve essere qualcosa dietro!
Allo stesso tempo, pensi che per un fotografo naturalista sia necessario avere un approccio conoscitivo della fragilità degli ambienti e di chi li vive? Secondo la tua esperienza personale, credi ci debba essere un maggior controllo verso i fotografi naturalisti?
Il controllo deve esserci, insieme al buonsenso. In Appennino, ad esempio, le “dinamiche fotografiche” e i luoghi visitati si conoscono bene, quindi non credo sia necessario incentivare controlli lì dove già dovrebbero esserci, semplicemente c’è bisogno che aumenti il buonsenso delle persone.
Come dicevo prima, non basta una macchina fotografica. Non è necessaria una laurea, ma bisogna studiare della specie che si vuole fotografare e dell’ambiente in cui si va. Questo è fondamentale! Anche perché ti aiuta ad anticipare i comportamenti.
Il mio consiglio per i fotografi è di non farsi una cultura fotografica su Instagram, ma comprare i libri degli autori e studiare il loro linguaggio. Poi prendere questo bagaglio di cultura e provare, senza cercare di copiare.

Anche Jacopo è diventato fotografo seguendo la sua passione sin da piccolo, quando prendeva in prestito dai suoi genitori le macchine fotografiche e scappava fuori a fotografare tra la vegetazione. Una passione che poi è divenuta un percorso di studio, il quale di pari passo a quello universitario, lo hanno portato a una connessione sempre più profonda con la natura e in particolar modo con i grandi predatori terrestri.
Rispetto e consapevolezza, è questo che traspare mentre risponde alle domande.
Jacopo ha trasformato le montagne e chi le abita in un progetto. Un progetto che cambia forma ogni volta ma che lo trascina sempre, come quello che cerca di realizzare ora nell’Est Europa. Eppure, tra una montagna e un lupo, l’anno scorso si è immerso nella magia dell’Africa. Una terra che ti porti addosso per sempre una volta che ci metti piede – e non solo letteralmente con la sabbia!
Quindi, se vi state chiedendo quali sono i suoi animali nel cassetto, o meglio nell’obiettivo…beh la risposta è facile: il lupo artico e il ghepardo.
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