Durante l’evento del il 25 febbraio le nostre ospiti hanno ricevuto delle domande anonime sulle loro carriere. Con l’articolo di oggi rispondiamo alle domande poste alla professoressa Alessia Amato

Parlando della necessità delle donne di dover sempre dimostrare di valere per colmare il divario di genere, dal pubblico è emersa la prima domanda. “Le donne dovrebbero avere il diritto, tanto quanto gli uomini, di non averlo questo “super potere”, non credete?“
Questa è una domanda che mi sono posta molte volte. Perché è dato sempre per scontato che le donne abbiano il “super potere”? La risposta che mi sono data è duplice.
La prima è che sì, le donne hanno il diritto di non averlo. Di non dover necessariamente dimostrare di essere all’altezza, di poter essere stanche. Hanno il diritto dii poter sbagliare e di poter non comprendere qualcosa, così come tutti gli esseri umani.
Tuttavia, a volte mi dico che, se ancora questo non è entrato nella mentalità della società moderna, occorre fare uno sforzo in più per cambiare le cose. Come donna e come professionista sento una grande responsabilità. Si tratta della responsabilità di lavorare al fine di rendere la parità di genere la normalità, qualcosa di cui non occorra più parlare. Allora, probabilmente potremo accantonare questo super potere.
Spero di farlo non solo dando il meglio nel mio lavoro, cosa che tra l’altro fa parte del mio modo di essere, ma cercando di trasmettere questa passione, questo credere nel cambiamento ai mie due figli (maschi). Proprio loro, in questo mondo di instabilità, fragilità e, a volte, diciamolo, di disparità, hanno un’enorme responsabilità. Mi immagino per loro un mondo dove non sia necessario per nessuno avere un super potere. O meglio ancora, un mondo in cui tutti, uomini e donne, abbiano quel super piede citato dalla Professoressa Fermani, capace di dondolare la culla mantenendo le mani libere, per costruire una società migliore, per il solo piacere di farlo, senza necessariamente dover dimostrare qualcosa a qualcuno.

Tra ieri e oggi
La professoressa Fermani, durante l’evento, ci ha offerto la possibilità di viaggiare dal tempo degli antichi greci fino al presente, conducendoci a riflettere sull’evoluzione della visione della donna nel corso dei secoli. Su questa scia, accorciando un po’ l’intervallo temporale, si introduce la seconda domanda. “Se aveste iniziato oggi la vostra carriera professionale, ritenete che sarebbe cambiato qualcosa? In caso affermativo, pensate che il cambiamento sarebbe stato in senso positivo o negativo?“
Mi sento di dire che, in fondo, la mia carriera professionale è iniziata oggi (o comunque molto di recente), vogliamo risentirci tra qualche anno per questa risposta???
Quasi come se fosse un proseguo della domanda precedente, si attesta la terza ed ultima domanda. “In realtà sono tre domande una dopo l’altra. Fermo restando che gli ostacoli ci sono tutt’ora, secondo te, se non avessi trovato un ostacolo saresti stata spinta a reagire ed avresti comunque raggiunto l’obiettivo che hai raggiunto oggi? O avresti puntato e raggiunto un obiettivo più elevato? O ti saresti adagiata in una situazione più confortevole?“
Per rispondere a questa domanda, faccio un passo indietro e parto da un racconto che faccio sempre ai ragazzi della scuola secondaria, quando mi capita di fare attività di orientamento.
A diciannove anni, prima della maturità, ho provato un senso di smarrimento, stavo per uscire da una zona di comfort, ma non avevo un piano. Buona parte dei miei compagni aveva preso una decisione. C’era chi voleva entrare nel mondo del lavoro, chi voleva fare il medico, chi l’ingegnere. E io? Sapevo che lo studio, fino a quel momento, mi aveva dato grandi soddisfazioni, mi piaceva studiare, mi piaceva ascoltare le persone con un gran sapere, quelle capaci di trasmettere conoscenza, di appassionare. E così mi sono iscritta all’università. Sono stata la prima della mia famiglia a laurearmi, con grande supporto da parte dei miei genitori. Ed è lì che è partita la sfida, probabilmente una sfida più contro (o con) me stessa che contro gli altri.
L’incontro con vari ostacoli è stato – o meglio è – il momento in cui sono sempre riuscita a dare il meglio. Il momento in cui sono riuscita a trovare quell’energia che neanche sapevo (so) di avere. E alla fine, la miglior ricompensa per tutto questo sforzo, è essere arrivata a fare un lavoro che mi piace, che mi permette di essere connessa con il resto del mondo, oltre le barriere culturali, che varia ogni giorno, che mi mette alla prova, che pur assorbendo gran parte del mio tempo, mi rende libera. Quest’ultimo, lo considero un enorme privilegio!
E tutto questo contro ogni aspettativa. Contro chi ha pensato che aver fatto una scuola tecnica avrebbe limitato le mie capacità, contro chi ha pensato che le mie opportunità si sarebbero ridotte dopo la nascita dei miei figli, contro chi potrebbe aver pensato che le mie possibilità erano inferiori in quanto donna. Allora ripenso allo smarrimento di quei diciannove anni e di come quella sensazione negativa sia stata trasformata in un percorso: in fondo quel primo ostacolo è stato ispirazione.
Avrei puntato ad un obiettivo più alto? Direi che a me questo sembra già altissimo, e chi lo avrebbe mai pensato?! Essere arrivata a questo punto della carriera è già per me incredibile. Lo devo al mio impegno e a tutte quelle persone, fondamentali, che mi hanno spronato, supportato e soprattutto mi hanno dato delle opportunità. Lo vedo comunque come un nuovo punto di partenza, per continuare a crescere, per darmi nuovi obiettivi. C’è così tanto da fare e imparare. Non andrà sempre bene, non va sempre bene. A volte si cade, a volte si è tristi e stanchi ma il suggerimento è di circondarsi di persone che credono in te e di cercare di vedere quell’ostacolo come una rampa di lancio. Spesso basta un cambio di prospettiva.
Questa è la testimonianza di Alessia Amato, professoressa dell’Università Politecnica delle Marche. Grazie a lei e alla sua forza d’animo, credere nell’essere umano e nella possibilità del cambiamento diventa più semplice. Spesso, focalizzati sui problemi che ancora sono da risolvere, ci dimentichiamo di guardare alla strada percorsa finora. Una strada fatta di sudore, impegno e fallimenti, ma anche di condivisione, soddisfazione e successi. Alessia ci ricorda come sia importante valorizzare anche questi ultimi, circondandosi di persone con cui vale la pena condividerli.






