I segreti dell’oceano

Il viaggio sottomarino tra speranza e scienza di David Attenborough

Tutta la vita è iniziata nel profondo mare blu.

All life began in the deep blue sea.

Uscito l’8 giugno, durante la Giornata mondiale degli Oceani, sulle piattaforme Disney+ e Hulu, questo documentario è l’immersione senza bombole che serve all’umanità per scoprire la bellezza e le mostruosità che si celano nelle profondità marine.

Ocean

In lingua originale questo documentario ha un nome molto più conciso, Ocean.
Una parola, un luogo, uno scopo.

In italiano, invece, hanno voluto tradurre il titolo con “I segreti dell’oceano” e ne comprendo il motivo. Con questo documentario, infatti, Sir David Attenborough, celebre naturalista britannico, ci accompagna in un viaggio spettacolare che mostra le meraviglie e le sfide dell’oceano. 

Ma quali saranno mai questi “segreti”? Quale sarà il suo scopo?
Svelarci che non esiste luogo più importante per la nostra sopravvivenza dell’oceano!

Il documentario, diretto da Toby Nowlan, Keitch Scholey e Colin Butfield, non solo sancisce la prima collaborazione tra Attenborough e la National Geographic, ma (cosa più importante) si basa sulla ricerca scientifica marina. All’interno del team consultato e produttore esecutivo del documentario c’è Enric Sala, biologo marino e fondatore di Pristine Seas.

Il documentario vuole dare risalto, in questo decennio dedicato alla conservazione dei mari e degli oceani, proprio alla protezione marina puntando lo sguardo su un’inversione di rotta nei confronti delle norme e delle leggi che legalizzano la pesca eccessiva industriale. Un documentario ambientalista che non si risparmia. 

Ma voglio dirlo sin da ora riportando una frase pronunciata nel documentario stesso: “proteggere l’oceano non significa essere contro la pesca!”

Il documentario, il suo messaggio e questa recensione non sono contro la pesca, perché esiste la pesca sostenibile, la quale ha gli stessi obiettivi della conservazione.

Il posto più importante per la Terra non è sulla terraferma ma nel mare


Il naturalista britannico, ormai novantanovenne, a pochi secondi dall’inizio pronuncia una delle frasi più importanti del documentario:

“Dopo aver vissuto per quasi cento anni su questo pianeta, ora capisco che il posto più importante sulla Terra non è la terraferma, ma il mare”.

Sir David Attenborough – FOTOGRAFIA DI Silverback Films and Open Planet Studios/Keith Scholey.

La prima mezz’ora circa è dedicata a rendere lo spettatore consapevole. Grazie ad una fotografia spettacolare, il documentario mostra incredibili habitat marini come le barriere coralline, le fanerogame marine, le kelp forest. Non solo, infatti, viene dato risalto anche agli abitanti che li popolano: dalle grandi megattere fino al minuscolo plancton. Ciò mostra come tutto sia in uno straordinario equilibrio. Soprattutto, Attenborough sottolinea come queste distese marine assorbano più carbonio di qualsiasi foresta presente sulla terraferma. 

Proprio qui, tra l’entusiasmo e le immagini immersive, lo spettatore si perde incantato…

Immagini tratte dal documentario- Fonte: Arksen

 E inconscio di ciò che sta per accadere.

Dal Giardino del Paradiso all’inverno nucleare 

“Ma per comprenderne davvero l’importanza, dobbiamo prima renderci conto di cosa stia avvenendo proprio ora, sotto le onde”

Abbandonando i colori vivaci e la vita degli habitat marini, si passa ad una lunga catena che preannuncia qualcosa di catastrofico. Il rumore sferragliante che ricorda una carrozza trainata da cavalli o un treno in corsa, i toni cupi e la musica che aumenta il ritmo a mano a mano che una rete da pesca a strascico si rivela, ci danno il primo pugno nello stomaco.

Un fondale desertico, con solo rocce e sabbia, fa’ da tappeto alla draga idraulica che, mentre cerca capesante, cattura nella sua enorme rete quei pochi animali rimasti e che cercano di sfuggire. Una corsa contro il tempo, contro la velocità della morte, contro l’avanzare devastante della pesca industriale. 

Veniamo così catapultati sui fondali spazzati via in pochi secondi.

La devastazione di una rete da pesca a strascico- tratta dal documentario Ocean- Arksen

L’amaro diventa ancora più sgradevole in bocca quando ci rendiamo conto che buona parte del contenuto di quelle reti – il bycatch, o catture accidentali che può arrivare a rappresentare oltre la metà di tutto il pescato – verrà gettato giù dalla nave, per lasciare lo spazio alle poche specie di interesse economico.

“Oltre tre quarti del pescato rischia di essere gettato via”

Miliardi di persone sul pianeta dipendono dagli oceani per sopravvivere, ma questo documentario toglie il velo anche da un’altra terribile realtà: pochi pescherecci industriali di una manciata di Paesi si portano via tutto. Attenborough non esita a chiamarlo colonialismo moderno.

Un’aperta denuncia alle poche aziende private che agiscono per profitto e che possono essere frenate solo dai grandi leader politici.

La resilienza del mare

Ciò nonostante, Attenborough decide di combattere tutto questo con l’ottimismo mostrandoci come l’oceano sia capace di salvarsi da solo se protetto.

Nelle Channel Islands, negli Stati Uniti, i 200 anni di pesca incessante avevano trasformato la foresta di kelp in un mondo sterile. Poi la decisione determinante: bloccare qualsiasi azione di pesca in circa 780 km quadrati. I risultati sono stati incredibili già dopo alcuni anni: le foreste di kelp hanno ripreso a crescere e con loro sono tornati anche pesci ed invertebrati, i quali sono stati liberi di crescere sia in termini di abbondanza che di dimensioni. 

Non solo, grazie alle correnti marine le larve di aragoste sono arrivate a ripopolare le zone in cui la pesca era ancora permessa. 

Fondamentale in tutto il documentario è senza dubbio la testimonianza di un pescatore locale, il quale ammette che dopo l’istituzione dell’Area Marina Protetta (con divieto alla pesca, No-take Zone) in quell’area lui è riuscito ad avere il pescato record di aragoste della sua vita.

Anche il Mediterraneo può sperare

Non manca a questo punto anche un piccolo ma importantissimo sguardo al Mar Mediterraneo, ampiamente considerato il mare più sovrasfruttato a livello globale.

Ma anche qui, in questo mare in cui il 66,7% delle popolazioni ittiche monitorate nel Mediterraneo è soggetto a overfishing o é collassato, ci può essere speranza. Una dimostrazione, Attenborough dice, è stata la creazione di una riserva naturale a largo della costa francese la quale ha portato all’esplosione della vita marina.

Il potere della salvaguardia

Ad oggi solo <3% degli oceani del mondo sono soggetti a protezione elevata, ovvero costituiscono aree in cui sono vietate tutte le attività umane.

“Agli atti pratici, non è nulla”

Le immagini del monumento nazionale marino di Papahānaumokuākea sono l’ennesima prova che la volontà, la cooperazione, la comprensione possono e devono esistere per poter avere un Oceano sano, naturale e più ricco di specie.

Grazie agli obiettivi 30×30 tutti i Paesi hanno deciso di impegnarsi, almeno su carta, al raggiungimento della protezione completa di un terzo dell’Oceano, ovvero il 30% dei mari e degli oceani entro il 2030.

Ora sta a tutti noi proteggerlo!

“Se riusciamo a salvare l’Oceano, salviamo il nostro mondo”

Sir David Attenborough, scena del documentario- Arksen.

Greta L. Cerrone

Fonti:

Condividi:

Facebook
LinkedIn
WhatsApp
Sono appassionata di scienza e porto contenuti che riguardano soprattutto il mare, la pesca, l’acquacoltura e gli animali. Mi sono approcciata alla divulgazione per caso e per divertimento e non ne sono più uscita. Ora salpate l’ancora, l’orizzonte è nostro!

Vedi tutti gli articoli

Seguici su

Gli articoli più popolari

Rimani sulle nostre tracce

Iscriviti alla newsletter di Impronta Animale

No inviamo spam, solo notizie delle nostre attività ed iniziative

Altro da Impronta Animale

Altre Impronte

Articoli correlati