I delfini e la loro dipendenza dalla pesca

Un recente studio italiano ci mostra come e perché le interazioni tra delfini e pescherecci con reti a strascico stiano diventando sempre più frequenti e pericolose.
Pescherecci nel Porto di Chioggia (Photo Credits: Twice25 & Rinina25 (2007). Wikimedia Commons. Licenza Creative Commons Attribution 2.5 (CC BY 2.5))

Fin dai tempi degli antichi greci e romani, i tursiopi (Tursiops Truncatus) – chiamati comunemente delfini – e gli uomini hanno sempre interagito, in una “lotta” costante per i pesci, fonte di sopravvivenza per i primi e di sostentamento per i secondi. 

Plutarco, nella sua opera De sollertia animalium, ne parlava:

“Quando il delfino viene catturato e si accorge di essere intrappolato nella rete, aspetta pazientemente, per nulla turbato ma anzi soddisfatto, perché si abbuffa senza ritegno dei pesci che sono stati raccolti senza alcuno sforzo. Ma non appena si avvicina alla riva, si fa strada a morsi attraverso la rete e riesce a fuggire. Tuttavia, se non dovesse riuscire a scappare in tempo, la prima volta non subisce alcun danno: i pescatori si limitano a cucirgli delle canne sulla cresta e lo lasciano andare. Ma se viene catturato una seconda volta, lo riconoscono dalla cucitura e lo puniscono con una bastonata. Questo, però, accade raramente: la maggior parte dei delfini è grata per il perdono ricevuto la prima volta e si guarda bene dal fare del male in futuro.”

Plutarco ci racconta, infatti, di come gli uomini fossero soliti trovare i tursiopi tra le loro reti, mentre questi ultimi si rimpinzavano del loro pescato.

La parte finale denota probabilmente, più che il senso di gratitudine, l’intelligenza di questi animali, che hanno saputo adattare i loro comportamenti e le loro strategie alimentari in funzione dell’attività di pesca dell’uomo.

Affresco di delfini proveniente dagli scavi dell’età del Bronzo di Akrotiri (Santorini, Grecia) (Photo Credits: Immagine da Wikimedia Commons, pubblico dominio (Public Domain Mark 1.0)) 

Questa strategia alimentare si è sempre più affinata, a tal punto che dai primi anni dell’800, nel Mediterraneo, l’uomo iniziò a decimarli per estirpare il problema legato alla pesca. Addirittura, in luoghi come l’ex Jugoslavia – e in Italia dagli anni ’30 del secolo scorso – erano state stabilite delle taglie per ogni delfino ucciso.

Fortunatamente questa pratica, durante la fine del ‘900, è andata scemando fino ad essere abolita in tutti i Paesi del Mediterraneo. Crebbe una maggior sensibilità verso questi mammiferi marini, in alcuni casi trasformandosi addirittura in coesistenza. Ma se la caccia spietata ai delfini ad oggi è terminata, non si può dire la stessa cosa per le interazioni tra pescatori e delfini.

Un rapporto che si è trasformato in dipendenza

Negli anni, studi scientifici hanno analizzato e documentato questo rapporto tra uomo e tursiopi, che solitamente si sviluppa in depredazione da parte dei delfini. Dagli studi emerge non soltanto la natura del rapporto, ma anche come questo sia aumentato in maniera costante, e in alcuni casi, vertiginosa. È il caso dell’Adriatico.

In uno studio recente è stato osservato non solo come i tursiopi interagissero con i pescherecci, ma anche per quanto tempo. Condotto nelle acque del Veneto e delle Marche dove si sviluppano i tre tipi di pesca a strascico: di fondo, a divergenti e a coppia. Ha mostrato come i tursiopi erano capaci di captare un peschereccio a quasi 3 km di distanza e di modificare la loro traiettoria per andare a nutrirsi del pescato o delle carcasse rigettate in mare.

Sorprendente, oltre la capacità di captazione, è che i tursiopi si alimentavano dietro ai pescherecci per quasi il 40% del tempo totale di osservazione. Questa interazione si è rivelata più presente tra le imbarcazioni marchigiane, che per la maggior parte erano rappresentate da pescherecci a strascico a coppia. Ciò ha rappresentato un fattore di discriminazione per i tursiopi: le barche che svolgevano pesca a strascico sul fondo erano meno seguite e rispetto a quelle che svolgevano pesca in colonna d’acqua. Infatti le reti hanno una bocca più piatta e metallica – difficile per l’interazione – deputata per lo più a pesci piatti e molluschi, che non rientrano solitamente nella dieta dei delfini. 

Delfini tursiopi che si nutrono e cercano cibo dietro un peschereccio a strascico in pelagica in Veneto (foto in alto). Dietro, un peschereccio a strascico nelle Marche (foto in basso). (Photo credits: Bearzi et al., 2026)
La strategia per la sopravvivenza

Il tempo sempre maggiore passato dietro i pescherecci e un’alimentazione basata sempre più sul pescato e sullo scarto di questi ultimi non sono casuali. Il Mediterraneo – e in particolare l’Adriatico – è un mare che oltre a subire gli effetti del cambiamento climatico – aumento delle temperature, acidificazione – è un mare che soffre molto l’attività di pesca, con il 63% delle specie ittiche pescato in maniera insostenibile. 

Tutti questi fattori influiscono negativamente sulla stabilità di popolazioni di predatori apicali come i tursiopi, che hanno sempre più difficoltà a trovare risorse alimentari per via della pesca che depaupera il mare. 

Si ipotizza, infatti, che questa possa essere una motivazione per la quale i delfini passino così tanto tempo nei pressi delle imbarcazioni. D’altronde, questa vicinanza per loro rappresenta un rischio di cattura e uno stress acustico per via sia dei motori dei pescherecci sia dei pinger (dissuasori acustici pensati per allontanare i delfini) e solo la possibilità di un reale vantaggio può bilanciare questi rischi.

Il rischio sconosciuto 

Purtroppo, è impossibile prevedere quale sarà l’impatto di questa nuova strategia alimentare in aumento tra le popolazioni di delfini. In alcuni casi, come in Australia, è stata addirittura notata una separazione della popolazione tra chi seguiva i pescherecci e chi no, arrivando ad avere in comune solo la condivisione dell’habitat, senza nessuna più interazione fino a quando il fenomeno della pesca non è nuovamente diminuito. 

Il forte impatto antropico e la mancanza di una reale regolamentazione sulla conservazione e protezione di aree marine non possono far altro che favorire questo processo di dipendenza dalla pesca a strascico, a cui si aggiunge la trasmissione culturale di queste nuove “tecniche di alimentazione” dai delfini adulti ai delfini più piccoli, che hanno sempre meno prede “reali” da poter cacciare.

Valentina Tavolazzi

Fonti

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Laureata in Biologia Marina e ho un master in Acquacoltura. Sono co-fondatrice di Impronta Animale, grazie alla quale cerco di portare avanti le mie grandi passioni: la scienza e il mare, nate già in tenera età, e la divulgazione, interesse maturato grazie ai documentari e sviluppato tramite diverse esperienze come la Notte dei Ricercatori. Credo inoltre che il modo più efficace per trasmettere la scienza sia a tu per tu con il pubblico e nel modo più divertente possibile…Quiz?!

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