La pesca è un’attività antica quanto l’umanità, ma la sua progressiva industrializzazione ha aumentato la pressione sugli ecosistemi marini. Questo articolo ne ripercorre l’evoluzione e analizza le possibili soluzioni per renderla più sostenibile.

La pesca, un attività antica quanto l’uomo
La pesca accompagna l’umanità fin dalla preistoria e ha sempre rivestito un ruolo fondamentale nello sviluppo delle comunità costiere. Inizialmente rappresentava soprattutto una fonte diretta di sostentamento. Con il passare del tempo, tuttavia, il pescato iniziò a essere scambiato e venduto, trasformando progressivamente la pesca in un’attività economica capace di generare lavoro,commercio e ricchezza.
Per molte popolazioni del Mediterraneo, la pesca non costituisce soltanto una professione, ma anche un elemento importante della cultura e dell’identità locale. Tecniche, imbarcazioni e conoscenze del mare sono state tramandate per generazioni, contribuendo a creare un rapporto stretto tra l’uomo e l’ambiente marino.
Per gran parte della storia, l’impatto della pesca sugli ecosistemi rimase relativamente circoscritto. Le imbarcazioni erano di piccole dimensioni, gli strumenti rudimentali, le distanze percorse limitate e il pescato doveva essere consumato o venduto in tempi brevi. Questi fattori riducevano naturalmente la quantità di pesce che poteva essere prelevato. La situazione iniziò però a cambiare con lo sviluppo tecnologico e con la progressiva trasformazione della pesca da attività prevalentemente artigianale a settore industriale. L’aumento della capacità di cattura, rese disponibili maggiori quantità di pesce. Questo accrebbe anche la pressione esercitata sulle popolazioni marine e sugli habitat da cui esse dipendono.
L’avvento della rivoluzione industriale

La situazione cambiò con la rivoluzione industriale e, soprattutto, con l’introduzione della propulsione meccanica, il perfezionamento delle reti e lo sviluppo dei sistemi di conservazione del pescato.
Le flotte poterono così spingersi più lontano, rimanere in mare più a lungo e prelevare quantità sempre maggiori di pesce. La pesca si concentrò soprattutto sulle specie di maggiore valore commerciale e sugli individui di grandi dimensioni, nonostante questo, aumentarono anche le catture accessorie, o bycatch, che possono comprendere pesci privi di interesse commerciale, individui sotto taglia, tartarughe marine, cetacei, squali, razze e uccelli marini. Nel tempo, la crescente pressione esercitata dalle flotte contribuì alla riduzione di numerosi stock ittici, ovvero, gruppi di pesci della stessa specie che vivono in una determinata area geografica e all’alterazione degli equilibri naturali degli ecosistemi.
Oggi, secondo la Commissione generale per la pesca nel Mediterraneo della FAO, nel 2023 la quota degli stock valutati sottoposti a sovrasfruttamento è al di sotto del 60%. Il dato mostra un relativo miglioramento rispetto al decennio precedente, ma indica comunque che più della metà degli stock analizzati continua a essere pescata oltre livelli considerati sostenibili.
È possibile una pesca sostenibile?
Per diminuire, quindi, il sovrasfruttamento degli stock ittici e attuare attività ittiche sostenibili è importante valutarne l’impatto, concentrandosi soprattutto su due aspetti fondamentali: le diverse tecniche di pesca impiegate e la quantità di organismi prelevati.
Alcune pratiche illegali, come l’impiego di esplosivi, la pesca subacquea con autorespiratore e la pesca a strascico effettuata su fondali rocciosi o sulle praterie di Posidonia oceanica, possono produrre conseguenze particolarmente gravi e immediate sugli ecosistemi marini.
Anche forme di pesca legali, tuttavia, se praticate senza rispettare le modalità, i limiti e le condizioni previsti dalla normativa, possono determinare un notevole impoverimento delle risorse marine.
Le tecniche di pesca maggiormente selettive, come alcune forme di pesca artigianale, le tonnare tradizionali e la pesca subacquea in apnea se praticate nel rispetto delle taglie minime di cattura e supportate dalle conoscenze scientifiche, possono risultare meno impattanti e contribuire a limitare l’impoverimento dei mari.
Ciò non significa che tali attività siano prive di conseguenze, ma che, se svolte nel rispetto delle normative, dei periodi riproduttivi, delle taglie minime e della capacità di rinnovamento delle specie, possono esercitare una pressione più contenuta sugli ecosistemi marini. Questi ultimi, entro determinati limiti, possiedono infatti una naturale capacità di resilienza alle perturbazioni.
È infine importante sottolineare che i pescatori possono essere considerati veri e propri “custodi del mare”. Vivendo e osservando l’ambiente marino durante tutto l’anno, essi acquisiscono conoscenze ed esperienze. Queste, possono assumere un ruolo fondamentale nella gestione sostenibile delle risorse ittiche e nella conservazione dell’ambiente marino.
Il ritorno dell’aragosta: il laboratorio Sardegna
Un esempio interessante di possibile convivenza tra conservazione e attività economica riguarda l’aragosta rossa, o aragosta europea, Palinurus elephas, in Sardegna.
Questa specie cresce lentamente, raggiunge tardi la maturità ed è sottoposta a un forte interesse commerciale. Durante la seconda metà del Novecento, i suoi stock hanno subito un marcato declino in diverse aree del Mediterraneo.
Nel 2019 un gruppo di ricercatori, in larga parte appartenenti all’Università degli Studi di Cagliari, ha pubblicato sulla rivista Scientific Reports uno studio dedicato al recupero dell’aragosta attraverso il ripopolamento attivo e la creazione di aree integralmente protette.
La ricerca ha analizzato un programma quinquennale realizzato lungo le coste di Bosa, Buggerru e Castelsardo. Tra il 2011 e il 2015, 8.213 giovani aragoste catturate nelle zone di pesca circostanti furono misurate, marcate e trasferite all’interno delle aree protette.
Il progetto coinvolse direttamente i pescatori locali, che parteciparono alle attività di cattura, rilascio, campionamento e controllo. Questo elemento fu fondamentale: i pescatori non vennero considerati soltanto come utilizzatori della risorsa, ma come partecipanti attivi al suo recupero.
Dopo circa due anni, nelle aree sottoposte contemporaneamente a protezione e ripopolamento, la densità e la biomassa delle aragoste aumentarono approssimativamente del 300–700%. Alla fine del programma fu osservato un incremento del 30–50% anche nelle zone di pesca esterne.

Questo risultato è stato interpretato come un possibile effetto di spillover: una parte degli individui cresciuti all’interno delle riserve avrebbe raggiunto le aree circostanti, dove la pesca era consentita.
Il valore dell’esperienza sarda non risiede soltanto nell’aumento del numero di aragoste. Il progetto dimostra che protezione, monitoraggio scientifico, ripopolamento e collaborazione con le comunità locali possono produrre benefici sia ecologici sia economici.
Gli stessi ricercatori sottolineano, tuttavia, che le aree protette non sono sufficienti quando lo sforzo di pesca esterno rimane eccessivo. Per ottenere risultati duraturi è necessario regolare anche il numero delle imbarcazioni, la quantità degli attrezzi impiegati e la capacità complessiva di prelievo.
La pesca, dunque, non è necessariamente incompatibile con la conservazione della biodiversità marina. Può continuare a essere una fonte di cibo, lavoro e cultura soltanto se il prelievo rimane entro i limiti della capacità riproduttiva delle popolazioni e non compromette gli habitat.La vera domanda non è se scegliere tra pesca e conservazione, ma quale tipo di pesca possa continuare a esistere senza distruggere le condizioni ecologiche che la rendono possibile.
Pescare il futuro
Nel corso del tempo la pesca si è trasformata da attività di sussistenza a settore industriale capace di prelevare grandi quantità di risorse marine. Questa evoluzione ha favorito lo sviluppo economico e garantito cibo e lavoro a molte comunità, ma ha anche aumentato il rischio di sovrasfruttamento degli stock ittici, catture accidentali e danneggiamento degli habitat.
L’esperienza dell’aragosta in Sardegna dimostra però che il recupero delle specie è possibile. La creazione di aree protette, il ripopolamento, il monitoraggio scientifico e il coinvolgimento dei pescatori hanno prodotto benefici sia per l’ambiente sia per le attività economiche locali. La soluzione, quindi, non è rinunciare alla pesca, ma renderla più selettiva, controllata e rispettosa dei tempi di riproduzione delle specie.Solo attraverso una gestione responsabile sarà possibile conservare la biodiversità marina e, allo stesso tempo, garantire che la pesca continui a rappresentare una risorsa per le generazioni future.
Bibliografia
- Cau, A., Bellodi, A., Cannas, R., Fois, M., Guidetti, P., Moccia, D., Porcu, C., Pusceddu, A., Sabatini, A. e Follesa, M. C. (2019). “European spiny lobster recovery from overfishing enhanced through active restocking in Fully Protected Areas”. Scientific Reports, 9, 13025. DOI: 10.1038/s41598-019-49553-8.
- FAO – General Fisheries Commission for the Mediterranean (2023). The State of Mediterranean and Black Sea Fisheries 2023.
- FAO (2005). Discards in the World’s Marine Fisheries: An Update. FAO Fisheries Technical Paper n. 470.
- ICES. Effects of fishing on benthic fauna, habitats and ecosystem functions. DOI: 10.1093/icesjms/fsv237.






