Oggi andiamo alla scoperta dell’importanza della fotografia nel campo della conservazione e di come può aiutare al rispetto della biodiversità. Il fotografo che ci accompagnerà è Andrea Benvenuti, biologo conservazionista e fotografo naturalista, affascinato dalle meraviglie che lo circondano e curioso di scoprire ogni meccanismo nascosto degli ecosistemi.

Ciao Andrea, grazie per aver accettato l’intervista per la nostra rubrica “Click&Talk”! Nelle varie ricerche su di te ho letto che la tua passione per la fotografia nasce all’età di 18 anni. Quindi molto presto, cosa ti ha spinto verso la fotografia?
Ciao e grazie a voi per avermi dato la possibilità di raccontarvi un po’ di me e sulla meravigliosa natura che ci circonda. La fotografia è sempre stata, fin dall’inizio, uno dei tanti strumenti che conoscevo per passare tempo in natura. I ricordi più belli della mia infanzia appartengono senza dubbio ai boschi ed ai pascoli del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, dove passavo le mie estati fin da giovanissimo. Apprese le prime nozioni fotografiche, è sempre risultato estremamente semplice e naturale uscire accompagnato da una qualche sorta di attrezzatura fotografica (amatoriale o professionale) per documentare le meraviglie che scoprivo ogni giorno e poterle condividere con la mia famiglia ed i miei amici.
Dalla tua biografia ho letto che sei un biologo conservazionista, quindi mi viene da chiederti: secondo te la fotografia è un mezzo con cui riuscire a far risaltare l’importanza della conservazione e protezione di una specie? In che modo lo si può fare?
Ci sono stati diversi progetti nel corso degli ultimi anni che ho avuto il piacere e l’onore di seguire sia dal punto di vista scientifico-conservazionistico che da quello fotografico. L’Italia con lupi, uccelli delle tempeste e ghiandaie marine; l’Argentina, con Cormorani imperiali e Pinguini di Magellano; il Cile con Pinguini di Humboldt, Garume e Golondrine del mare; le Galapagos con Petrelli e Albatross; la Polinesia Francese con rarissimi e sconosciuti uccelli marini. Queste sono solo alcune delle mete, dove ho potuto lavorare finora. In ognuna di queste occasioni, oltre a riempirmi occhi e cuore di una bellezza senza precedenti, ho sempre cercato di lasciare una traccia fotografica di questi viaggi per poi utilizzare il materiale video-fotografico per eventi di divulgazione scientifica e editoriale. Penso che la fotografia naturalistica possa essere uno strumento davvero potente per mostrare a tutti cosa stiamo deliberatamente scegliendo di perdere ogni giorno.
La fotografia come mezzo per raccontare un’emozione
Cos’è che vuoi trasmettere attraverso queste foto?
Mentirei se dicessi che ogni scatto ha un ruolo ben preciso. Alcune volte si fanno foto semplicemente per passare del tempo in natura, altre è diverso. Si cerca di raccontare una storia o di trasmettere un’emozione. Nella mia carriera da eco-biologo e da fotografo ho avuto anche l’occasione di partecipare a progetti di conservazione, studio e ricerca sia come documentarista che come assistente di campo. E’ in questi contesti che ho sentito di poter soddisfare tutte le diverse sfaccettature della mia personalità fotografica.
Scorrendo il tuo profilo IG (@andrea_benvenuti_wildlife) vedevo che ti concentri molto sull’avifauna, cosa ti affascina di questi soggetti?
Dell’avifauna mi ha inizialmente colpito, com’è naturale che sia, l’estrema diversità di forme e colori, nonché la densità presente nel nostro paese. Nel tempo ho poi imparato a capire che questa diversità si riflette meravigliosamente anche in una selettività dei comportamenti tra le specie che potevo osservare. Esistono ovviamente anche tra gli uccelli specie più adattabili, ma in generale ognuna sembra avere un ruolo preciso all’interno degli ecosistemi. E’ come se fossero ingranaggi perfettamente selezionati dalla natura per far muovere la gigantesca macchina che è il nostro pianeta. Scoprirne i loro ruoli ecologici e contribuire attivamente alla conservazione dei loro spazi vitali mi ha sempre intrigato profondamente!
Racconti di specie tra minacce e conservazione
Tra gli scatti che testimoniano, per me, la tua passione per la conservazione c’è di sicuro la foto del Piovanello tridattilo con le tre minacce, volevo sapere che storia c’è dietro questo scatto?
Il piovanello tridattilo è un piccolo uccello limicolo migratore. Famoso a sua insaputa grazie al cortometraggio animato della Pixar “Piper”. D’estate si riproduce nella tundra artica, per svernare poi in piccoli gruppi in climi più temperati, come le coste italiane. Come la maggior parte degli uccelli migratori, questa specie affronta numerosi rischi durante i lunghi spostamenti annuali. A queste si aggiungono i pericoli presenti nei luoghi di svernamento. Un esempio sono appunto le lenze, abbandonate dai pescatori sulle nostre spiagge o portate sulle dune dalle forti mareggiate invernali. Senza tener conto delle plastiche e rifiuti vari che può ingerire.

Circa due anni fa mi trovavo con la pancia sulla sabbia a scattare foto ad un gruppetto di piovanelli in alimentazione sulla battigia, quando mi sono reso conto che uno di questi si muoveva decisamente più lentamente. Rimaneva spesso indietro rispetto al gruppo e si intrappolava di continuo su legnetti e detriti presenti sulla spiaggia.
Grazie alle immagini scattate, ho visto la presenza di una lenza da pesca trasparente intorno alla zampa. Interrotta immediatamente la sessione fotografica, ho cercato di avvicinarmi il più possibile strusciando lentamente verso di lui con la speranza di riuscire a liberarlo dalla lenza. Dopo diversi tentativi, arrivato a circa un metro dal povero animale, sono riuscito perfino a toccare il filo di nylon che, però, mi è scivolato tra le dita. Purtroppo, era quasi notte e ho dovuto abbandonare il tentativo di salvataggio, ma volenteroso a riprovare il giorno dopo in compagnia di un amico. L’indomani, una triste verità ci aspettava sulla spiaggia, il piovanello, nella notte, era rimasto intrappolato in un legno ed era poi stato predato da qualche animale. Non credo che scorderò mai la sensazione di quel filo trasparente che scorrendo tra le mie dita, separò dalla vita quel microscopico essere piumato.
Lo scatto perfetto
Altra foto che mi ha colpito è quella dei due Cormorani Zamperosse arrampicati su una costa rocciosa. Gli animali sono stati ritratti mentre si sfregavano vicendevolmente il becco, gesto che, se non sbaglio, esprime fiducia e forte legame sociale. Per fotografarli hai svolto un appostamento e quali strumentazioni hai utilizzato?
Per questo scatto mi trovavo sulle coste del Sud dell’Argentina. Qui ho passato 6 mesi seguendo un progetto che mirava ad integrare la tecnologia, per studiare i comportamenti dell’avifauna, e la fotografia naturalistica per la divulgazione scientifica. In questi luoghi remoti le colonie di Cormorani Zamperosse sono piuttosto frequenti, anche se non è sempre facile riuscire a fotografarli a causa del loro comportamento riproduttivo che avviene su falesie a picco sull’oceano. In situazioni come queste è fondamentale operare in piena sicurezza: uno scatto non dovrebbe mai compromettere la nostra incolumità né la tranquillità degli animali!
Trovandosi appunto a scattare in una colonia, un’area riproduttiva potenzialmente delicata, dobbiamo prima di tutto accertarci che la nostra presenza non alteri il comportamento dell’animale. In questo caso la colonia si trovava su una scogliera vicino ad un piccolo villaggio di pescatori, i cormorani erano quindi piuttosto tranquilli e abituati alla presenza umana. Una piccola insenatura nella roccia mi ha permesso di arrivare alla loro stessa altezza con l’obiettivo e di immortalare questo momento di allo-preening. Un comportamento con una forte funzione sociale, in cui un uccello pulisce le piume di un altro, solitamente il partner o un membro del gruppo, usando il becco. Per scattarla ho utilizzato un 500mm f4 a tutta apertura proprio per enfatizzare lo stacco tra i soggetti e lo sfondo, aspettando il momento giusto di interazione con entrambi i soggetti sullo stesso piano focale.

Invece, parlando di lotte per il territorio, in un’altra immagine si vedono due esemplari di folaga che si scontrano a pelo d’acqua. Qual è la storia dietro questa fotografia? Cosa stava accadendo in quel momento?
Le folaghe sono animali abbastanza diffusi nelle nostre zone umide. Durante la stagione riproduttiva possono diventare piuttosto territoriali, mettendo in atto rituali con lunghi inseguimenti a pelo dell’acqua, che alle volte possono degenerare in dei veri e propri scontri. Sfruttando le loro potenti dita lobate, non palmate come la maggioranza degli anatidi, sferrano colpi in avanti verso l’avversario galleggiando sulla schiena. Scene come queste durano pochi decimi di secondo, un auto focus accurato e un tempo di scatto rapido, almeno 1/1600 sec, sono fondamentali per riuscire a immortalare questi istanti.

Sempre restando sulle folaghe, in un’altra fotografia le hai ritratte durante uno scambio di cibo, un gesto decisamente più pacifico e in netto contrasto con la scena precedente. Ci racconti anche il contesto di questo scatto e cosa rappresenta per te?
È curioso pensare che la folaga ritratta sia una delle due coinvolte nel combattimento pochi istanti prima. Quello che mi ha colpito è stata proprio questa rapidissima transizione da estrema violenza ad una profonda tenerezza, durante le cure parentali. La natura sa sempre come sorprendermi, e quando riescono ad osservare e cogliere in uno scatto queste interazioni significa che ho saputo lasciare agli animali i loro spazi. Questo forse è il riconoscimento più grande!

In molte foto di uccelli tendi a far risaltare gli occhi, i becchi o le teste, come riesci ad avvicinarti a questi animali senza infastidirli sia a livello di attrezzature che di accorgimenti da adottare?
Quasi tutti gli uccelli hanno una vista eccezionalmente sviluppata, ciò complica decisamente la possibilità di fotografarli senza essere visti. In Italia l’uomo è visto dagli uccelli come un “predatore” a causa delle lunghe tradizioni venatorie. In altri paesi, questo non avviene e gli individui ignorano la nostra presenza, essendo alle volte perfino incuriositi. Nel nostro paese ci sono una serie di accorgimenti che possono aiutare a scattare foto di avifauna senza disturbarla ed alterarne i comportamenti. Nella fase iniziale di avvicinamento alla fotografia naturalistica, l’utilizzo di capanni e strutture precostruite può farci capire i comportamenti degli uccelli permettendoci di portare a casa ottimi scatti.
Sicuramente è anche fondamentale l’utilizzo di lenti con grande lunghezza focale, 500-600-800mm, anche con la possibilità di duplicare tali lenti. In caso di foto in aree libere, si possono utilizzare reti mimetiche e ghillie per celare la nostra presenza, sfruttando elementi naturali presenti sul territorio come alberi o cespugli per nasconderci più efficacemente. Prima di mimetizzarsi va sempre valutata l’assenza di aree riproduttive vicine.

Il riconoscimento più importante e un nuovo strumento per fotografare
Come è stato scoprire che una tua fotografia è arrivata al secondo posto nella categoria “Conservation Photographer of the Year” del concorso “Ocean Photographer of the Year”?
C’è stato un solo anno in cui, a causa del Covid che mi costringeva in casa, ho avuto il tempo e la pazienza di partecipare a qualche concorso fotografico nazionale e internazionale. Devo ammettere che i risultati sono stati piuttosto soddisfacenti. Un esempio è il secondo posto all’ ”Ocean Photographer of the Year”. Purtroppo non ho avuto la costanza di continuare a partecipare negli anni successivi. Sapere che il risultato ottenuto nasce da uno scatto realizzato durante un progetto di ricerca e conservazione sui cormorani imperiali, mi ha dato un’energia e una motivazione ancora più forti per proseguire il mio impegno in questo ambito.

Questa foto rappresenta una serie di nidi di cormorani imperiali interrotti da una bottiglia in plastica. Un messaggio potentissimo sull’ impronta della plastica nel nostro mondo. So che per questo progetto hai fatto uso del drone. Qual è il valore aggiunto che questa tecnologia può offrire al lavoro di un fotografo? Quali accorgimenti permettono di utilizzarla in modo responsabile e poco invasivo?
Questa nuova tecnologia può essere piuttosto dannosa per la fauna selvatica, motivo per cui in molte aree naturali, italiane e non, ne è completamente vietato l’utilizzo. Tuttavia, se fatto con accortezza e con le giuste precauzioni, può darci, con spese piuttosto contenute, informazioni importantissime. Farci catturare momenti meravigliosi della vita selvatica, cambiando di fatto il punto di vista da cui osserviamo l’oggetto dei nostri studi. Anche se, come avrai capito, non sono un grande fautore dell’utilizzo del drone.
Negli anni ho letto diversi studi scientifici pubblicati che spiegano le corrette metodologie per l’avvicinamento alla fauna selvatica minimizzandone il disturbo. Distanza minima rispettata, altezza di volo, possibilità di utilizzare lenti equivalenti anche di 500mm, angoli di approccio e perfino rumorosità, in base ai modelli di droni utilizzati… Queste sono solo alcune delle caratteristiche da tenere a mente. A chiunque voglia utilizzare questa tecnologia per la fotografia naturalistica, consiglio di informarsi in anticipo e in modo approfondito. Oltre a verificare la possibilità di sorvolare l’area in questione e agli eventuali permessi necessari.
Ci sono dei corsi che hai seguito per utilizzare il drone o hai fatto tutto da autodidatta?
Durante il progetto di monitoraggio delle colonie di Cormorani Imperiali in Argentina, occasione in cui ho immortalato l’immagine, mi ero dotato dell’apposito certificato Enac. Allora valido per i sorvoli non “critici”. Il patentino è ormai scaduto, ma so che si può seguire il corso e fare un esame online senza troppe difficoltà. Ci terrei a sottolineare ancora una volta che possedere il patentino e poter “volare”, esplorando con i nostri occhi da una nuova prospettiva, non ci esonera da un corretto approccio alla fauna selvatica!
La collaborazione con Just Explorers
Sempre cercando sul web, mi sono imbattuta nella pagina di Just Explorers, azienda che organizza tour fotografici, di cui fai parte. Volevo chiederti come è nata la collaborazione con loro? Quali tour hai organizzato?
La collaborazione ha le sue radici in un’amicizia decennale con il fotografo con cui organizzai i primi tour ed eventi fotografici in Italia. Michele Bavassano, tra i fotografi più famosi d’Europa (almeno in termini social) ha fondato questa società. Just Explores organizza tour, workshop ed eventi fotografici in tantissime mete italiane ed estere. Anche se il mio approccio preferito alla fotografia rimane quello documentaristico e conservazionistico, continuo a collaborare con loro con estremo piacere. Soprattutto per garantire il supporto di un fotografo e biologo formato ai clienti durante le spedizioni naturalistiche. Un esempio è la spedizione sulla catena dell’Himalaya. l’obiettivo era quello di avvistare e fotografare il vero fantasma di quei luoghi: il leopardo delle nevi!
Diverse fotografie sono state scattate in Patagonia e alle Isole Galápagos, contesti remoti e logisticamente complessi. Quali valutazioni e scelte fai in termini di attrezzatura prima di affrontare spedizioni di questo tipo?
Purtroppo, o per fortuna, come raccontavo prima, queste sono spedizioni “ibride” dove la mia presenza è richiesta sia come ricercatore che come fotografo naturalista. Per questo sono costretto a portare con me un’attrezzatura che riesca a lavorare in condizioni estreme sia di temperatura che scarsità di luce. Ma deve essere allo stesso tempo maneggevole per potere essere trasportabile. Uno zoom 200-600mm insieme ad un corpo macchina performante e allo stesso tempo compatto sono i due cardini per questo genere di attività. Ci vuole poi tanto spirito di adattamento e saper accettare che si perderanno molte foto, perché non si è lì solo per fotografare e il tempo non è mai abbastanza.
Quali sono gli animali che non hai ancora immortalato e che vorresti aggiungere al tuo portfolio?
Non sono uno di quei fotografi che è solito mettere le crocette sulle specie avvistate o fotografate. Non amo “collezionare” animali, ma piuttosto preferisco catturare e vivere momenti della loro vita. Mi riesce difficile pensare ad una specie “da aggiungere” al mio archivio fotografico. Credo che qualsiasi avventura vivrò nel mio futuro cercherò di documentarla al meglio, regalando storie ed emozioni a chi osserverà i miei scatti.
I consigli per i nostri lettori
Ci stiamo avvicinando verso la fine dell’intervista, vorrei chiederti se hai dei suggerimenti per chi si vuole approcciare per la prima volta alla fotografia dell’avifauna?
A parte i consigli più tecnici forniti precedentemente, sottolineo ancora una volta l’estremo rispetto che dobbiamo sforzarci di avere nei confronti della fauna selvatica. Dico “sforzarci” perché so che non è facile. So che non è qualcosa di necessariamente innato e che tutti noi possiamo fare errori durante questa appassionante attività. In tutti, come è successo anche a me, è fondamentale un percorso di crescita personale nel corso degli anni. In modo da poter avere un approccio sempre migliore nei confronti degli animali selvatici.
I momenti più belli che ho vissuto in natura sono, senza dubbio, quelli dove l’animale non si era accorto della mia presenza. Quelli dove continuava a svolgere le sue attività come se io in quel momento non esistessi. Spero che prima o poi tutti possiate vivere dei momenti così perché, sono certo, che cambieranno il vostro modo di guardare la fauna selvatica, che sia attraverso una lente fotografica, un binocolo o i vostri occhi.
In ultimo, quale cambiamento speri che le tue fotografie possano generare nelle persone che le osservano?
Non vorrei dilungarmi troppo su una domanda complessa come questa, cercherò quindi di essere essenziale. La parola che mi viene in mente è “fascinazione”. Spero che le mie foto possano generare nell’osservatore questo sentimento profondo e viscerale. Affascinarlo al punto tale da decidere di migliorare sé stesso e il mondo che lo circonda. Penso infatti che la crisi climatica sia una battaglia che abbiamo la speranza di vincere solo se tutti quanti facciamo la nostra parte. Per noi e per le generazioni future.
Per concludere questa intervista, che mette in risalto il tema della speranza, ripropongo una frase condivisa da Andrea per la Giornata Mondiale della Fauna Selvatica:
“Credo che avere la Terra e non rovinarla sia la più bella forma d’arte che si possa desiderare”
-Andy Warhol-








