Tra stomaco e cervello esiste un dialogo continuo. Ma riconoscere la fame non è sempre semplice: entrano in gioco sensazioni fisiche, memoria, emozioni ed esperienze. La ricerca sull’interocezione ci aiuta a capire perché.

Ti è mai capitato di avere appena finito di mangiare e, poco dopo, sentire il desiderio di qualcosa di dolce? Oppure di trascorrere una giornata particolarmente impegnativa senza accorgerti della fame, salvo poi avvertirla tutta insieme quando finalmente ti fermi?
Sono esperienze comuni, che spesso liquidiamo con spiegazioni altrettanto comuni: golosità, distrazione, nervosismo, mancanza di autocontrollo.
Eppure, dietro quelle sensazioni, potrebbe esserci qualcosa di molto più interessante.
Siamo abituati a immaginare la fame come un messaggio piuttosto semplice: lo stomaco è vuoto, invia un segnale al cervello e noi cerchiamo qualcosa da mangiare. Nella realtà, però, il processo è decisamente più articolato. La fame nasce dall’integrazione di informazioni fisiologiche, ormonali, nervose e ambientali, ma anche dal significato che il nostro cervello attribuisce alle sensazioni provenienti dal corpo.
Per comprenderlo dobbiamo familiarizzare con una parola ancora poco conosciuta: interocezione (o enterocezione).
Il senso che ci permette di percepirci dall’interno
Conosciamo bene i cinque sensi tradizionali. Attraverso la vista osserviamo ciò che ci circonda, con l’udito percepiamo i suoni e attraverso il tatto entriamo in contatto con l’ambiente.
Esiste però un’altra forma di percezione, meno evidente ma fondamentale per la nostra sopravvivenza: la capacità di riconoscere ciò che accade all’interno del nostro organismo.
È l’interocezione.
Grazie a essa possiamo percepire il battito cardiaco, la respirazione, la distensione dello stomaco, la necessità di bere e molte altre sensazioni viscerali. Tra queste rientrano anche i segnali che contribuiscono alla percezione della fame e della sazietà.
Ma non consiste semplicemente nel ricevere informazioni.
Il cervello deve anche interpretarle.

Un brontolio dello stomaco, per esempio, può essere associato alla fame, ma può comparire anche in altre condizioni fisiologiche. Una sensazione di tensione addominale potrebbe essere interpretata come pienezza, disagio o nausea. Lo stesso segnale corporeo può assumere significati differenti a seconda del contesto, delle esperienze precedenti e dello stato emotivo.
Questo rende l’interocezione un processo tutt’altro che passivo.
Non siamo soltanto spettatori di ciò che accade dentro di noi: il cervello contribuisce continuamente a costruire il significato delle sensazioni corporee.
La fame non nasce soltanto nello stomaco
Per comprendere quanto sia complesso il sistema, possiamo partire proprio dall’apparato gastrointestinale.
Quando mangiamo, la distensione dello stomaco e l’arrivo dei nutrienti nell’intestino attivano una serie di segnali nervosi e ormonali. Tra i protagonisti troviamo il nervo vago, importante via di comunicazione tra organi viscerali e sistema nervoso centrale, e diversi ormoni gastrointestinali coinvolti nella regolazione dell’assunzione alimentare.
La grelina partecipa alla regolazione della fame; GLP-1, PYY e CCK contribuiscono, attraverso meccanismi differenti, ai processi che limitano l’assunzione alimentare e favoriscono sazietà e pienezza.
Queste informazioni vengono integrate in circuiti cerebrali che comprendono l’ipotalamo, il tronco encefalico e aree coinvolte nella motivazione e nella ricompensa.
La distinzione è importante: la fame non è un interruttore che si accende quando lo stomaco è vuoto e si spegne quando è pieno.
È il risultato di un sistema dinamico che cerca continuamente di integrare bisogni energetici, segnali corporei e opportunità alimentari.
Una revisione pubblicata nel 2026 su Nature Reviews Gastroenterology & Hepatology approfondisce proprio il ruolo della comunicazione intestino-cervello nelle diverse fasi del comportamento alimentare, dalla ricerca del cibo al consumo, fino alla sazietà successiva al pasto

E se bastasse credere di sentire lo stomaco brontolare?
È qui che la ricerca diventa particolarmente affascinante.
Nel 2025, un gruppo di ricercatori guidato da Richard Stevenson ha pubblicato sulla rivista Appetite uno studio dal titolo Psychological induction of interoceptive hunger cues and their effect on food desire.
L’obiettivo era verificare se fosse possibile evocare psicologicamente un segnale simile a quello della fame e osservare come questo influenzasse il desiderio di mangiare.
Durante tre esperimenti online, ai partecipanti venivano mostrate immagini di alimenti mentre ascoltavano diversi suoni, tra cui rumori simili ai brontolii dello stomaco.
In alcuni casi, i partecipanti arrivavano a percepire quei rumori come se provenissero dal proprio addome, nonostante fossero generati esternamente.
Il risultato?
Rispetto ai suoni di controllo, i rumori gastrici aumentavano il desiderio dichiarato di consumare gli alimenti mostrati, soprattutto quando venivano erroneamente attribuiti al proprio corpo. L’effetto emergeva anche considerando il tempo trascorso dall’ultimo pasto e il livello di fame riferito.
Fame: questione di pancia o di cervello?
Naturalmente, si trattava di studi preliminari basati su valutazioni soggettive del desiderio alimentare, non di una dimostrazione che fosse possibile provocare una reale necessità energetica attraverso un suono.
Ma il risultato suggeriva qualcosa di importante: il significato attribuito a una sensazione corporea può influenzare la motivazione a mangiare, anche indipendentemente dal processo fisiologico che normalmente genera quella sensazione.
Gli autori hanno approfondito questa ipotesi anche in uno studio successivo del 2025, utilizzando un’illusione corporea per esaminare il ruolo motivazionale dei segnali interocettivi della fame.
E in un ulteriore esperimento pubblicato nel 2026, condotto su 130 partecipanti, coloro che percepivano erroneamente il rumore gastrico come proveniente dal proprio stomaco riferivano maggiore fame e consumavano circa il 50% di cibo in più rispetto ai gruppi di confronto.
È un risultato sperimentale interessante, ma non significa che nella vita quotidiana il cervello possa sempre modificare l’assunzione alimentare in questa misura. Le condizioni artificiali dell’esperimento non possono essere generalizzate automaticamente.
Ciò che emerge, piuttosto, è che le sensazioni corporee possono acquisire un significato attraverso l’apprendimento, e quel significato può influenzare il comportamento.
Non tutta la voglia di mangiare nasce da un bisogno energetico
A questo punto è utile distinguere alcuni concetti che nel linguaggio quotidiano utilizziamo spesso come sinonimi.
La fame è una condizione motivazionale che favorisce la ricerca e il consumo di cibo, influenzata anche dalle necessità fisiologiche dell’organismo.
L’appetito è il desiderio di mangiare e può essere stimolato da elementi che non dipendono necessariamente da un deficit energetico.
Il craving, invece, indica un desiderio particolarmente intenso e spesso specifico per un determinato alimento.
Pensiamo a quando sentiamo il profumo del pane appena sfornato passando davanti a una panetteria.
Potremmo non avere fame, eppure quel profumo può evocare ricordi, aspettative piacevoli e desiderio di mangiare.
Non significa che il corpo stia necessariamente chiedendo energia. Significa che il comportamento alimentare risponde anche a segnali sensoriali e motivazionali.
Ma attenzione: mangiare per piacere non rappresenta di per sé un comportamento scorretto.
Il cibo ha una funzione biologica, ma possiede anche un valore culturale, sociale ed emotivo. Ridurre ogni occasione alimentare alla sola necessità di introdurre energia sarebbe una rappresentazione altrettanto incompleta della nostra fisiologia.

Quando diventa difficile riconoscere i segnali del corpo
Se interpretare fame e sazietà è un processo così complesso, possiamo comprendere perché non tutte le persone vivano queste sensazioni allo stesso modo.
Alcuni individui riconoscono facilmente l’arrivo della fame e il progressivo senso di pienezza. Altri possono trovare più difficile identificare o interpretare questi segnali.
Uno studio pubblicato nel 2024 su Appetite ha esaminato le associazioni tra diverse dimensioni dell’interocezione gastrointestinale e profili di comportamento alimentare disfunzionale, mostrando l’importanza di distinguere sensibilità viscerale, risposta alla fame e risposta alla sazietà.
Un altro studio, pubblicato nel 2025, ha osservato associazioni tra alcune dimensioni dell’interocezione, alimentazione intuitiva e comportamenti alimentari disfunzionali in persone con obesità e in un gruppo di confronto.
Questi risultati, però, richiedono cautela.
Non dimostrano che una difficoltà interocettiva sia necessariamente la causa di un disturbo alimentare, né che le persone con obesità abbiano tutte una percezione corporea alterata.
Indicano piuttosto che la relazione con i segnali corporei è una dimensione da considerare, soprattutto quando il comportamento alimentare diventa fonte di sofferenza.
E questa distinzione ha conseguenze importanti anche sul piano clinico.
Ascoltare il corpo è utile, ma non sempre semplice
Negli ultimi anni si parla sempre più spesso di alimentazione consapevole e di capacità di riconoscere fame e sazietà.
L’idea di prestare attenzione alle sensazioni corporee può essere utile, ma rischia di diventare semplicistica quando viene trasformata in una regola universale.
“Devi soltanto ascoltare il tuo corpo.”
E se quella persona non riuscisse a distinguere chiaramente i segnali? Se avesse attraversato periodi di restrizione alimentare, episodi di alimentazione incontrollata o esperienze nelle quali le sensazioni corporee sono diventate fonte di disagio?
In questi casi, chiedere di affidarsi immediatamente alla fame e alla sazietà potrebbe non essere sufficiente.
La percezione interocettiva comprende più dimensioni: notare una sensazione, interpretarla, attribuirle un significato e decidere come rispondere. Sono processi collegati, ma non identici.
Un lavoro del 2025 ha persino esplorato l’impiego di tecniche di biofeedback gastrico per studiare la possibilità di intervenire su alcune componenti dell’interocezione. È una linea di ricerca ancora sperimentale, non una terapia consolidata da proporre indistintamente.
Per questo, anche nell’educazione alimentare, sarebbe più utile parlare di ricostruire gradualmente familiarità e fiducia nei segnali corporei, quando appropriato, piuttosto che presumere che tutti possano riconoscerli e utilizzarli nello stesso modo.
Il cervello non è un traduttore infallibile
C’è un aspetto dell’interocezione che trovo particolarmente interessante: il nostro cervello non attende semplicemente che arrivi un segnale dal corpo per attribuirgli un significato.
Utilizza anche ciò che ha imparato.
Le esperienze precedenti contribuiscono a costruire aspettative su ciò che una sensazione potrebbe rappresentare. Il contesto può rafforzare o modificare quelle aspettative. E il significato attribuito a un segnale può influenzare la risposta comportamentale.
Questo non significa che la fame sia immaginaria.
Significa che la sua esperienza soggettiva nasce dall’incontro tra fisiologia e interpretazione.
È una differenza sostanziale.
Se il cervello contribuisce a interpretare le sensazioni corporee, allora anche la storia personale, le abitudini e l’ambiente nel quale viviamo possono influenzare il modo in cui percepiamo la fame.
E forse questo ci aiuta a comprendere perché due persone, pur trovandosi in condizioni apparentemente simili, possano raccontare esperienze alimentari molto diverse.
Dalla fisiologia alla persona
Comprendere l’interocezione non significa cercare un nuovo metodo per controllare la fame.
Significa riconoscere che la fame è un’esperienza biologica complessa e che il rapporto con il cibo non può essere spiegato soltanto attraverso calorie, orari o forza di volontà.
Nella pratica nutrizionale questo dovrebbe tradursi in una maggiore attenzione alla persona: ai suoi ritmi, alla sua storia alimentare, alla capacità di riconoscere le sensazioni corporee e alle difficoltà che eventualmente incontra.
Non sempre il primo passo è insegnare a mangiare meno. A volte può essere più utile comprendere come una persona vive la fame, cosa intende quando dice di non sentirsi mai sazia o perché alcune sensazioni vengono riconosciute soltanto quando diventano particolarmente intense.
Non esiste una risposta identica per tutti.
La ricerca sull’interocezione ci restituisce un’immagine della fame meno meccanica e, forse proprio per questo, più vicina all’esperienza umana.
Il corpo invia continuamente segnali. Il cervello cerca di comprenderli. E tra ciò che sentiamo e ciò che significa, a volte, c’è una storia molto più complessa di quanto immaginiamo.
Fonti
- Stevenson RJ, Saluja S, Forsyth J, et al. (2025). Psychological induction of interoceptive hunger cues and their effect on food desire. Appetite, 206, 107855. DOI: 10.1016/j.appet.2025.107855. PubMed.
- Stevenson RJ, Martin-Rivera D, Saluja S, Francis HM. (2025). Using a bodily illusion to examine the motivational basis of interoceptive hunger cues. Psychological Research, 89, 138. DOI: 10.1007/s00426-025-02174-5. PubMed.
- Stevenson RJ et al. (2026). Testing a learning-based account of interoceptive hunger using an illusory induction. PubMed.
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- Interoceptive sensibility, intuitive eating, binge, and disordered eating behavior among individuals with obesity: A comparative study with the general population. (2025). PubMed.
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