Click & Talk: quando l’occhio clinico di un anatomopatologo incontra la fotografia – Intervista ad Alessandro Iacobelli

L’’anatomopatologo si può considerare come un profilo intermedio tra la medicina diagnostica e la clinica terapeutica. Riceve pezzi istologici su cui eseguirà delle analisi, il cui risultato servirà al medico di riferimento per sviluppare una terapia di cura. Ma cosa succede quando l’occhio clinico di un anatomopatologo si trova ad intersecare, non più la lente di un microscopio ma quella dell’obiettivo di una macchina fotografica? E magari in luoghi caldi ed esotici come l’Africa sub sahariana?

Per rispondere a questa domanda siamo qua con Alessandro Iacobelli, la cui biografia su Instagram (profilo IG: @wonderer.freame) tradisce l’incredibile polifonia di una personalità vibrante in una moltitudine di espressioni: medico, fotografo, viaggiatore, narratore e studioso delle Scienze Naturali. Proprio l’amore per le Scienze Naturali lo ha portato ad estendere l’occhio clinico al di fuori di un laboratorio. Facendo della macchina fotografica il suo personale microscopio, ha deciso di analizzare non più solo il tessuto biologico umano ma anche quello del mondo naturale e le sue fragili relazioni. Perché “la salute dell’uomo non può esistere senza la salute del pianeta”. Frase che racchiude una visione del mondo che vuole scardinare un modo di pensare distopico: quello che vede il nostro pianeta come separato, tra ciò che appartiene ad Homo sapiens e quello che è Natura, da confini netti e precisi come quelli che sussistono tra Nazioni.

Alessandro Iacobelli
Varie sfaccettature di una personalità poliedrica

Ciao Alessandro! Grazie ancora di aver preso parte a questa intervista! Continuando ad analizzare le diverse sfaccettature dei tuoi interessi per delineare un po’ meglio la tua filosofia di pensiero, tu affermi di essere “narratore per necessità”. Difatti i tuoi scatti sono spesso accompagnati da descrizioni molto dettagliate e poetiche. Perché? E soprattutto per necessità tua o per necessità di dare voce a cose/animali/persone che invece non possono? 

Mi piace provare a raccontare, a trasmettere questa mia visione. Sento proprio l’impellenza di dire la mia in qualche modo. E quando mi chiedi perché lo faccio, ti rispondo che è un po’ un misto. Da una parte rappresenta sicuramente una necessità per me stesso. Però poi in questa mia necessità credo di rispondere, o quanto meno, provare a rispondere anche ad una necessità di difesa e tutela di elementi naturali, viventi e non, che non possono comunicare questa urgenza. Quando per esempio pubblico la foto di una specie a rischio come il gorilla, di cui sono rimasti solo duecento esemplari nel mondo, voglio provare a trasmettere questa impellenza tramite la mia visione delle cose . Perché pensare che tra vent’anni, se mai avrò un figlio, possa non sapere cosa siano i gorilla, se non attraverso una fotografia su un libro, mi stringe il cuore!

Gorilla – Foto di Alessandro Iacobelli

Parlando del master in fotografia, tu affermi che la fotografia è il linguaggio che fa da collante e tiene unite tutte queste parti appena citate. Perché hai scelto proprio la fotografia rispetto a tanti altri linguaggi per asservire a tale scopo?

La passione per la fotografia nasce quasi venti anni fa, quando ricevetti la mia prima macchina fotografica e nello stesso anno il primo cane, un cane lupo cecoslovacco. Le due cose sono andate un po’ a braccetto. Quando andavo fuori con il cane mi portavo la macchina fotografica. E quel fare le foto al mio cane si è trasformato per me in un momento per provare a leggere cosa stesse pensando o vivendo in quel momento, guardando l’atteggiamento del corpo, lo sguardo. Poi questa mia passione mi ha sempre accompagnato in maniera altalenante per vent’anni e solo negli ultimi 3 – 4 anni in maniera più definitiva. Non mi reputo un esperto o un fotografo professionista, però fortunatamente qualche foto che ho fatto agli occhi di altri fotografi è riuscita a trasmettere qualcosa. Quello mi ha aperto un mondo.

Alessandro Iacobelli con il suo Cane Lupo Cecoslovacco – foto di Alessandro Iacobelli

Con una fotografia sono riuscito a trasmettere quello che io avevo in mente in quel momento, il messaggio che volevo dare. Questo mi ha spinto ad iscrivermi ad un master di fotografia per capirne meglio il potere, per imparare a padroneggiare questa arte. Quindi per me è diventato un metodo per esprimermi. Anche se sento di non aver ancora trovato il mio stile, il mio personale modo di esprimermi.  Non so perché poi la fotografia nello specifico. Forse perché sono sempre stato affascinato anche dalla pittura ma non sapendo attualmente dipingere provo a fare il fotografo!

La passione per il viaggio, alla ricerca di quel legame perduto con la Terra

Ho notato che orienti gran parte dei tuoi viaggi in posti caldi esotici ma anche spesso “invisibili” a gran parte dell’Occidente. Raccontare l’invisibile è ciò che spinge la tua bussola ad orientare i tuoi viaggi? 

Dov’è che puoi trovare ancora animali allo stato brado nella maniera “più incontaminata” possibile? Ormai nel resto del mondo ci siamo noi, Homo Sapiens. Il selvaggio rappresenterà il 4% dell’intera superficie terrestre. Probabilmente li potrai trovare ancora in cinque posti sulla faccia della Terra. Il Pantanal in sud America, in Africa, qualche foresta dell’Europa Centrale e nell’Est asiatico.

Tra questi l’Africa per me è un punto fermo. Ci sono stato, inizialmente come medico, tanti anni fa, poi ci sono tornato come fotografo successivamente. È stato amore a prima vista! Sai il mal d’Africa di cui si sente ogni tanto parlare? L’ho avuto tutto quando sono tornato! Probabilmente perché per me rappresenta la primordialità. Mi trasmette un benessere che non saprei spiegare. Li posso ritrovare quel primordiale legame con la Natura che noi ormai abbiamo rotto da quando abbiamo iniziato a modificare l’ambiente a nostro uso e consumo.  Appena posso ci vado. Per un turista che pensa all’Africa come meta per un viaggio, si immagina solitamente il resort, la spiaggia bianca cristallina di Zanzibar, il giro in jeep del safari. Invece, nei miei scatti, mi piace raccontare quel lato “nascosto” dell’Africa, quello primordiale appunto, che ancora là vive. 

Elefante africano, Africa – foto Alessandro Iacobelli

Quanti e quali posti di questo genere hai visitato finora? Ce n’è uno o più in particolare dove hai lasciato un pezzo di cuore o che ti hanno colpito particolarmente?

 Per ora ho visitato il sud America, Tanzania, sud Africa, Benin, ho toccato la Nigeria, Vietnam, Tailandia. Ho in programma per le prossime volte l’Etiopia. Vorrei andare a vedere i babbuini Gelada. Ma attualmente come meta è sconsigliata dalla Farnesina. Ho in programma anche il Borneo e l’India.

Difficile dire un posto dove ho lasciato un pezzo di cuore. Ogni posto che ho visitato aveva una sua fiamma che lo rendeva in qualche modo particolare, unico. Probabilmente ti direi l’Africa subsahariana, perché almeno per me è l’unica che mi ha fatto sentire quel legame primordiale con la Natura che ti ho nominato prima. Quindi Tanzania per ora. 

Come si pianifica un viaggio in questi luoghi per farlo al meglio, limitando rischi per te e l’animale? Vai da solo o sei sempre accompagnato da guide esperte delle comunità locali?

Ci sono posti dove puoi andare da solo e posti dove questo non è permesso perché devi avere una guida autorizzata o un ranger. Ci sono anche posti semplicemente un po’ più abbandonati, come in Namibia o Botswana, dove è un po’ più impegnativo andare. Non c’è corrente elettrica, si dorme solo in tenda e quelli necessitano di una preparazione un po’ più tecnica. 

Per farti un esempio, in sud Africa, il Kruger o il Kgalagadi al confine con la Namibia sono safari che puoi fare a guida autonoma. Per altri safari, come il Ngorongoro in Tanzania, invece no. Un po’ dipende dalla situazione dove vai, un po’ dalle tue attitudini. Il sud Africa è molto sviluppato da questo punto di vista e può essere un buon punto di inizio. Per esempio, la Tanzania è diventata fortissima nel turismo. Puoi andare da solo, senza avere certificazioni o senza dimostrare di conoscere il posto. Ci sono ovviamente degli orari da rispettare per il rientro al campeggio o alloggio e hai delle strade dove non puoi andare perché sono appannaggio solo di accompagnatori.

La fragilità: non come debolezza ma come legame tra noi e la Natura

Se dovessi trovare una parola chiave che accomuna le tue foto direi che è “fragilità”. Ricerchi spesso nei tuoi scatti la fragilità di certi animali ed ecosistemi. Lo fai per una tua deformazione professionale di anatomopatologo? O credi che, mostrando questo lato fragile ad un mondo spesso abituato a concepire la Natura e i suoi fenomeni come indistruttibili e imperituri, possa aiutare in qualche modo a preservarla? 

Perché la fragilità è un punto di contatto tra Homo Sapiens e gli altri animali. Basti pensare al Gorilla. Sono 200 kg di animale, così potente, ma poi con un raffreddore lo puoi far fuori. Anche noi siamo così! Ci sentiamo forti, abbiamo scalato l’Everest e alla fine pure a noi basterebbe un raffreddore e domani, puff…non ci siamo più. Questo ossimoro mi affascina, probabilmente anche per la professione di medico che mi fa vedere la fragilità un po’ in tutto.

Chiunque di noi si è trovato in realtà a vivere momenti personali di fragilità, che sia la nostra, di un parente, o quella di un amico. Il problema è che non siamo più abituati alla sofferenza e al dolore che scaturiscono da questi momenti di fragilità. Sono emozioni scomode che tendiamo ad evadere, a cancellare dalla nostra vita. Le culture primordiali erano molto più avvezze alla morte, al dolore e alla sofferenza. Invece noi le abbiamo chiuse in ospedale. Fuori dall’ospedale non si può parlare di sofferenza, di morte. Invece secondo me, la labilità della nostra esistenza è un tratto importante che ci accomuna alla Natura. E quindi anche un tratto che più di altri può trasmettere qualcosa e ti fa arrivare maggiormente ciò che io provo a dirti.

A sinistra, un lupo e a destra, una leonessa mentre si ciba di una carcassa – foto di Alessandro Iacobelli

Penso che l’essere transitori sia uno dei punti di contatto più forti tra noi e il mondo animale. Perché alla fine noi siamo animali! Solo che ci siamo voluti in qualche modo elevare e distinguere da questi ultimi. Ma diciamoci la verità, sotto la corteccia prefrontale abbiamo ancora un cervello primordiale, sede di istinti ed emozioni primitive indispensabili alla sopravvivenza, che alla fine può essere sempre risvegliato. Le emozioni che vorrei risvegliare sono inizialmente un misto tra tenerezza e paura, che poi diradano verso il disgusto per quello che stiamo facendo al nostro pianeta.

Voglio provare a far uscire l’uomo dalla sua comfort zone. Ammettere che non va tutto bene per poter successivamente costruire nuova consapevolezza tramite la presa di coscienza, seguita da razionalizzazione e magari cambiamento rispetto a certi atteggiamenti. 

Ho visto la foto in cui parli del tuo incontro con il Gorilla Beringei Beringei dove metti in luce l’incredibile somiglianza con il genere umano per comportamento e aspetto. Tu ci tieni attraverso la tua lente a mostrare le associazioni tra il genere umano e quello animale, dal quale ormai ci sentiamo incompatibili. Fai questo perché, smontando la rigida categorizzazione tra uomo e animale, si può avvicinare l’essere umano all’animale, portandolo a percepirlo come un suo simile e quindi a rispettarlo, insieme all’ambiente in cui vive?

Sicuramente per questo, ma anche perché rispecchia un po’ la mia visione che siamo tutti animali. Io mi sento per primo un animale, non in senso negativo. Anche se poi non dovrebbe averlo un senso negativo. Anche se il Gorilla sembra un animale così distante da me, voglio ricordare che il mio genoma è al 98% uguale al suo. Questo per ricordare al genere umano che fino a pochi anni fa il nostro comportamento era quello di un animale. Voglio abbattere questo confine inesistente tra uomo e animale, in modo da avvicinare nuovamente l’uomo agli altri esseri viventi e creare così un legame empatico.

Hai presente il fatto che per avvicinarti ai Gorilla devi mettere la mascherina perché potresti attaccargli un raffreddore e ucciderlo? Se pensi che malattie come l’ebola e il raffreddore possano trasmettersi tra noi e le scimmie, ciò è un’ulteriore riprova della nostra vicinanza. Perché, come è noto, le malattie sono specie specifiche, ovvero si trasmettono tra organismi della stessa specie o comunque molto simili tra loro. 

Gorilla di montagna – foto di Alessandro Iacobelli

Nelle tue foto vedo che dedichi un ampio spazio ai felini: leoni, leopardi, ghepardi. C’è qualcosa che ti affascina particolarmente in loro?

In realtà a livello estetico preferisco i canidi. Il mio animale preferito è il lupo. Però ho poche foto con loro come soggetti, perché nessuna attualmente mi piace. Il felino d’altro canto, nonostante lo trovi più “regale”, è anche emotivamente più impattante. Attualmente riescono a rispecchiare di più il mio senso artistico in fotografia. Hanno uno sguardo che ti trasmette al contempo paura e soggezione. Li trovo molto fotogenici. Inoltre, nella figura dei grandi felini riesco a ritrovare quell’ossimoro di forza e fragilità che si diceva precedentemente.

A sinistra, leopardo sull’albero; a destra, una leonessa, Africa – foto di Alessandro Iacobelli

Per esempio, di ghepardi ne sono rimasti pochissimi, circa settemila esemplari, considerando che ce ne erano a bizzeffe ed erano dappertutto. Considera che erano presenti anche in Egitto. Era il “gatto” del faraone. Adesso non si trovano solo nell’Africa subsahariana. Probabilmente i grandi predatori come i felini sono tra le maggiori vittime del conflitto uomo-Natura, almeno in Africa dove predano il bestiame. Come fanno anche i leopardi in India, dove entrano nelle città attaccando anche l’uomo.

Ho notato inoltre che nelle tue fotografie cerchi spesso di ritrarre l’animale con lo sguardo rivolto direttamente verso l’obiettivo. È una tua scelta stilistica, pensata per comunicare un messaggio a chi osserva l’immagine? Vuoi forse rivelare qualcosa che, attraverso quello sguardo, altrimenti rimarrebbe nascosto?

Inizialmente è stata più una scelta compositiva. Ovviamente lo sguardo di un animale che guarda in macchina cattura immediatamente l’occhio dell’osservatore. I tuoi occhi vanno subito a cercare lo sguardo dell’animale. Quindi parlando in termini di composizione fotografica è più facile. Però poi, soffermandomi meglio mi sono reso conto che in quegli sguardi c’era racchiuso un po’ tutto…potenza, ferocia ma anche debolezza. Perché poi le sensazioni che ti trasmette un animale con lo sguardo non sono le solite, ma cambiano a seconda del momento che sta vivendo mentre lo immortali. Un conto è quando sta cacciando, che ti trasmette determinazione, forza; un conto è quando sta con i cuccioli e può trasmettere dolcezza, empatia. O ancora, mentre scappa e ti trasmette terrore. Fotografando lo sguardo, riesci a trasmettere più facilmente la sensazione di quell’animale e quindi far provare anche a chi guarda quella sensazione.

Particolare dello sguardo di un lupo (a sinistra), di un orso (al centro) e di una leonessa (a destra) – foto di Alessandro Iacobelli
Scelte, accorgimenti e dubbi sull’etica di questa tipologia di fotografia

Sei molto attento a realizzare una fotografia che abbia il minor impatto possibile sugli animali. Considerando che spesso ti trovi a scattare in ambienti aperti, come le savane, dove gli animali sono estremamente sensibili a ogni movimento, odore o rumore, quali consigli daresti per fotografare in questi contesti senza stressarli eccessivamente?

Ti dico la verità, gli animali della savana oramai sono abituati alla presenza dell’uomo e delle macchine. Comunque, il consiglio per provare a impattare il meno possibile è cercare di scegliere sempre guide locali che hanno un certo codice etico nell’approccio con il selvatico. Per farti un esempio, quando ti apposti a fare una fotografia spesso ti trovi con macchine a fianco che non spengono il motore. È una cosa veramente terribile per vari motivi. Da una parte copri i suoni normalmente presenti, per cui, se stessi fotografando un branco di gnu potresti impedire loro di percepire un ipotetico predatore in agguato. E dall’altra parte poi impatti sull’ambiente perché le macchine in questione non sono elettriche ma a benzina e quindi contribuiscono alle emissioni di gas di scarico.

Ovviamente io sono il primo che va sulle jeep 4×4 a benzina; quindi, non posso dire a nessuno di non andare a fare un safari. Ma quello che consiglio, e che faccio anche io, quando sono in queste situazioni, è di far spegnere la macchina quando non serve; di non avvicinare o seguire in maniera pressante gli animali e mantenere comunque una distanza di sicurezza. Mi è capitato di vedere recentemente scene di macchine che bloccano la traversata degli gnu in Africa.

Probabilmente il turista occasionale non ci pensa, ma quel comportamento perpetrato in maniera reiterata impatta perché gli gnu l’anno prossimo eviteranno quella strada a causa di questi ostacoli. Modificheranno il loro percorso e questo a sua volta modificherà gli atti predatori e così via. È tutto concatenato e alla fine quel piccolo nostro comportamento impatterà in maniera importante. Questo per dire, ricordatevi che voi siete quelli che pagano il servizio. So che è brutto da dire ma visto che voi pagate, voi potete pretendere che certe regole di eticità siano rispettate. Non siamo solo consumatori, abbiamo un certo potere di decisione su questo. 

Quali sono i momenti o le condizioni della giornata dove è più facile fotografare gli animali?

Fondamentalmente l’alba e il tramonto quando hai il sole radente. A livello estetico la luce è più bella in quei momenti. A mezzogiorno hai il sole frontale, fortissimo con ombre nette. Poi, ovviamente, dipende anche molto da quello che vuoi trasmettere. Se in una fotografia si vuole trasmettere, ad esempio, un senso di aggressività, un primo piano di un leone scattato a mezzogiorno, con ombre molto nette e marcate, può risultare più efficace rispetto a un leone fotografato con la luce morbida delle prime ore del mattino.

Quali sono le insidie più grandi a cui fare attenzione in questi ambienti per uno che vuole fare fotografia?

Le insidie ci sono. Ad iniziare dal fatto che parliamo di ambienti a cui non siamo abituati. In questi posti, quando uno arriva che non è abituato, è sempre un po’ sulle sue. Dopo un po’ che non succede, niente si tranquillizza e si lascia un po’ andare, rischiando di dare per scontato cose che non dovrebbe. Siamo abituati a realtà completamente diverse dove il problema, per esempio, è la macchina che ti investe. In Africa, invece, magari per andare dalla tenda ad un altro alloggio ti puoi imbattere in una famiglia di babbuini innervositi dalla presenza umana. La cosa può diventare problematica perché i babbuini possono diventare aggressivi. Le insidie possono nascondersi dappertutto. Dall’animale più piccolo e a cui non si pensa come le zanzare portatrici di malaria, al più grande erbivoro. Ricordiamoci che gli animali che hanno fatto più vittime in Africa sono il bufalo e l’ippopotamo.

Ippopotamo, Africa – foto di Alessandro Iacobelli

Non hai paura che la diffusione di queste foto sui social possa avere l’effetto opposto e attirare un turismo troppo di massa?

Qui ci colleghiamo a un problema etico che mi sta sorgendo. Mostrando le mie foto, ciò che vorrei è incentivare l’amore per la Wildlife. Però probabilmente da un lato stanno stimolando anche un turismo che non é sostenibile. Potrei anche non dire dove ho fatto una foto per cercare di preservare un luogo. Ma nel momento che quella foto va in pasto alla moltitudine, quanto puoi mantenere il segreto?

Quindi mi sto chiedendo se sono anche io causa del problema di questo over tourism, che va ad intaccare la Wildlife. Forse sì, sono causa di un problema che io stesso critico. Involontariamente ho paura di incentivare la gente ad un turismo mordi e fuggi. Perché un safari è costoso e impegnativo, e se non hai questo amore spassionato per la natura non ti vai a passare dieci giorni in safari, ma opti per quei tre giorni full immersion in cui vuoi vedere tutto! E anche per la guida che ti ci porta diventa una prerogativa farti vedere tutto! Io non mi sento nemmeno di giudicare chi ti vuole far vedere tutto perché stiamo parlando di popolazioni locali che provano comunque a ricavare il massimo profitto da quello che hanno.

C’è un intreccio incredibile di situazioni che è complicato. Al momento me la sto vivendo male. Al contempo sto pensando a come poter evolvere questo mio stile fotografico per trasmettere meglio il messaggio di amore per la Wildlife e non passare semplicemente per quello che va là, solo per fare la foto all’animale. Se guardi il mio profilo Instagram, mi sto un po’ allontanando dalla foto all’animale in quanto tale. Sto provando a valorizzare anche l’ambiente, il safari in cui non si vede il leone o il ghepardo, ma il safari vero, non costruito dove vedo quello che capita se capita. Deve passare il messaggio che la Natura non può essere comunque ad uso e consumo nostro.

Ringraziamenti e riflessioni finali

Mi colpisce il fatto che, nella fotografia della leonessa che si nutre della carcassa, tu riesca a mettere in luce non solo la fragilità, ma anche la perfezione del mondo naturale. Pensi che l’essere umano possa, in futuro, ritrovare — magari anche grazie alla fotografia che realizzi — uno stile di vita più vicino a quello pensato dalla natura, privo di sprechi e in armonia con le altre specie animali e vegetali?

Ho una visione molto utopistica dell’uomo. Penso che andando avanti si raggiungerà una sorta di stasi tra noi e la Natura. Un equilibrio. O almeno è quello che spero! Anche se la vedo un po’ difficile attualmente. Però credo anche che tramite i giusti impulsi, che possano essere la fotografia piuttosto che i video, sia possibile portare in risalto la criticità di una determinata situazione, quindi ad un’attenzione generale e infine ad una nostra trasformazione. Ribadisco che siamo noi come collettività a decidere. Per farti un esempio, se domani in massa decidiamo di non comprare più detersivi non biodegradabili è probabile che inizieranno a farli tutti biodegradabili. 

Leonessa intenta a cibarsi di una carcassa – foto di Alessandro Iacobelli

Siamo giunti in pompa magna al termine di questa intervista. Intanto ne approfitto e ringrazio nuovamente Alessandro per gli interessanti spunti di riflessione che ci ha regalato. E soprattutto per aver voluto condividere con noi questa affascinante filosofia di pensiero che intreccia medicina, fotografia, studio delle scienze ambientali e viaggi in posti esotici. Per concludere in bellezza, però, ti chiederei se vuoi lasciare qualche consiglio a chi vuole approcciarsi a questo genere di fotografia?

Secondo me, chi si vuole approcciare a questo genere di fotografia dovrebbe innanzitutto dimenticarsi per un attimo di tutti i fotografi che ci stanno sul web. A tutti gli aspiranti fotografi naturalisti che hanno questa passione, Instagram mostra giornalmente foto perfette, foto stupende. Foto fatte da fotografi che fanno questo da vent’anni magari! E che di conseguenza hanno accumulato materiale ed esperienze durante tutto questo tempo. Quindi, per chi si approccia al settore può essere frustrante. Perché poi la fotografia naturalistica richiede tempo, fortuna, esperienza.

Alcune delle mie foto, per esempio, ricordano quelle di Michele Bavassano, che mi ha avvicinato alla fotografia naturalistica. È giusto prendere ispirazione inizialmente, ma dopo è necessario trovare il proprio stile.

Se si vuole praticare la fotografia naturalistica, è importante trovare il proprio percorso: evitate di ricreare le foto che vedete sui social, perché spesso non rappresentano la realtà. Cercate invece di costruire il vostro stile scattando, facendo foto, magari anche sbagliando. È giusto ricercare la perfezione nello scatto, ma a mio parere è ancora più importante riuscire a trasmettere il messaggio che si vuole veicolare attraverso la fotografia. Se guardiamo le foto più belle della storia, ci accorgiamo che non sono perfette. L’importante, ovviamente, è che ci sia intenzionalità in quello che si fa.

Quindi buttatevi e fate quello che sentite davvero vostro!

Simone Valentini

Le foto in uso in questo articolo sono sotto copyright dei fotografi citati, i quali ci hanno permesso, sotto esplicita licenza, di usufruire di queste foto SOLO ad uso esclusivo di questo contenuto e di una storia di pubblicizzazione nel nostro sito Instagram. Pertanto è vietato l’utilizzo di queste foto previa richiesta ai fotografi, di cui trovate sempre Nome – Cognome e possibili contatti nell’articolo

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Naturalmente affascinato dai fenomeni che regolano il mondo che ci circonda. Mi piace un sacco anche la fotografia, disegnare, dipingere, l’attività sportiva e tanto altro ancora ma tutto in queste poche righe non ci sta. Ho una laurea magistrale in Chimica Industriale all’Università di Pisa e attualmente lavoro come divulgatore scientifico ed educatore al Muse di Trento (museo delle scienze).

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