ALBERT EINSTEIN: IO PENSO RELATIVO

Bentrovati in questa nuova e folle intervista. Scusate se vi ho fatto aspettare, ma si sa: il tempo è relativo! Non ci credete? Allora, permettetemi di spiegare chiamando l’ospite di oggi. Si tratta di uno scienziato geniale, anzi no, “lo” scienziato per eccellenza. Un uomo dalle idee rivoluzionarie e bizzarre, tanto quanto la sua caratteristica acconciatura. No, non stiamo parlando di Caparezza. Sig.re e Sig.ri un grosso applauso per il nostro Albeeert Einsteeeein! 

Salve a tutti e scusate il ritardo. Come saprai, ho uno strano rapporto con il tempo. 

Non preoccuparti, è un onore avere come ospite lo scienziato più iconico del XX secolo. Allora, vorresti raccontarci la tua storia

Ja! Nacqui a Ulma (Germania), il 14 marzo 1879 da una famiglia ebraica benestante. Papà era proprietario di una piccola azienda di macchinari elettrici, ma gli affari non andavano a gonfie vele. Ci spostammo molto, anche in Italia, sai?, tra Milano e Pavia. Poi, nel 1895 ci trasferimmo in Svizzera, dove mi dedicai agli studi. 

Corre voce che non andavi benissimo a scuola. Quindi, c’è speranza per tutti? 

Mi spiace deluderti, ma ero uno studente brillante. La diceria sul mio scarso rendimento scolastico, nasce dal fatto che il sistema di valutazione del passato era diverso da quello di oggi. Ad esempio, il mio sei corrispondeva al vostro dieci. E da questa incomprensione, è nata l’idea che fossi un somaro perché avevo tutti sei e cinque in pagella. 

Quindi, sei sempre stato e rimasto uno studente modello? 

Non proprio. Pur avendo voti alti a scuola, odiavo la vita accademica. Troppo limitante, opprimente e poco aperta nei confronti di una mente creativa. Insomma, la scuola era il posto peggiore dove sbocciare e crescere. Mi diplomai, rinunciai alla cittadinanza tedesca e mi iscrissi al Politecnico di Zurigo, dove non fui ammesso! 

Ma come, hanno rifiutato un genio come te? O questi erano dei pazzi scellerati oppure c’è veramente speranza per tutti.  

Beh, i miei “fallimenti” (se così vogliamo chiamarli) sono innumerevoli. Se non fosse così, non avrei né fatto carriera né ottenuto risultati nella ricerca. Bisogna imparare ad accettare i “no”, perché potrebbero rivelarsi le cose migliori che ci siano capitate. Il politecnico mi rifiutò per il scarso rendimento in lingua francese. Ci riprovai l’anno successivo, entrai e conobbi Mileva Maric, la donna che sarebbe diventata mia moglie (la prima). Mi laureai nel 1900, con un punteggio di 4,9/6. Tuttavia, nonostante il rendimento, fui l’unico a non essere assunto come assistente all’università. 

Albert Einstein – Lucien Chavan (1868 – 1942), Public domain, via Wikimedia Commons

Ma allora questi sono recidivi. Poi dicono che all’università c’è meritocrazia. 

Ma non tutti i mali vengono per nuocere. In fondo, lo stipendio da ricercatore era da fame e potevo pagarmi l’affitto a stenti. 

Bello sapere che non è cambiato niente rispetto al secolo scorso. 

Trovai lavoro presso l’Ufficio brevetti di Berna (1902), ma non potevo dimenticarmi del mio primo e vero amore

Sua moglie Mileva? 

Ma che…la Fisica! Infatti, il lavoro mi permetteva di continuare le mie ricerche. Il 1905 fu il mio “annus mirabilis“, perché pubblicai quattro articoli che rivoluzionarono il sapere scientifico. Questi includevano la teoria della relatività ristretta e l’equivalenza massa-energia (E=mc2), che mi valsero il Premio Nobel per la Fisica nel 1921. Anche se il premio fu assegnato specificamente per la spiegazione dell’effetto fotoelettrico.

Nel 1916, pubblicai la teoria della relatività generale, che ampliava le congetture della relatività ristretta all’intero universo. Ma se da un lato ebbi successo nel mondo scientifico, dall’altro la mia vita privata cadeva a pezzi. Infatti, il mio matrimonio con Mileva finì con un divorzio nel 1919. Eppure, ero stato un marito modello. Le avevo addirittura scritto in una lettera: cosa dire, pensare, fare, come vestirsi, quando e se parlare, cosa cucinare…

Scusami Albert, marito modello proprio non direi. Anzi, sei stato un tiranno. 

Vabbè, è relativo

Nono, fidati! 

Comunque, mi risposai con mia cugina Elsa Löwenthal.

Allora è proprio vero il detto: non c’è cosa più divina che… 

Meglio lasciar stare. Con l’ascesa del nazismo in Germania, decisi di trasferirmi negli Stati Uniti nel 1933, dove assunsi una posizione all’Institute for Advanced Study di Princeton

Tra tutte le cose fatte e vissute, cosa ricordi con affetto o nostalgia? 

Senza ombra di dubbio, quando mio padre mi diede un orologio tascabile. Un oggetto banale agli occhi di molti, ma non ai miei. Insomma, la meccanica di precisione era spettacolare. All’interno c’era un piccolo microcosmo scientifico, fatti di ruote dentate e ingranaggi, che azionavano delle lancette. Ma come poteva un orologio, di umana creazione, misurare il Tempo, che non appartiene al dominio dell’uomo? Era evidente che quell’oggetto d’uso comune, celava in sé i segreti di un universo ignoto. Quel fatidico momento cambiò la mia vita, perché da capii quale era la mia strada. Dopotutto, il mondo è un immenso laboratorio, e noi siamo scienziati che sperimentiamo l’esistenza. 

Una volta hai detto: il tempo è una ostinata e persistenza illusione dell’uomo. Vorresti spiegarti? 

Certo! Il tempo non è quello che misuriamo con l’orologio, A dire il vero, gli orologi misurano il movimento relativo di una lancetta rispetta all’altra. 

E come si misura il tempo, con il righello?

Se proprio vuoi essere preciso e rigoroso, dovresti contare il numero di vibrazioni compiute dall’atomo di cesio in un certo intervallo, che chiamerai secondo. Ed è quello che si fa con gli orologi atomici. Ma la prima definizione scientifica (e quindi oggettiva) di tempo si è avuta quando la termodinamica ha fatto la sua comparsa, affermando: l’aumento dell’entropia ci dà la freccia del Tempo! 

Ah, finalmente. Ora è tutto più chiaro! 

Scommetto che non hai capito 

Si, esatto. Che cosa è questa entropia? 

L’entropia misura il grado di disordine di un sistema isolato, e per natura questa tende ad aumentare.  

Insomma, tendiamo al caos!

In un certo senso. Ti faccio un esempio, tua madre ha appena pulito e riordinato casa. Poi, arrivi tu dalla partita di calcetto e cosa fai? 

Ripongo delicatamente i miei vestiti nel cesto della biancheria e corro a farmi una doccia. 

Bugiardo 

Vabbè, butto i panni dove capitano. Una scarpa in salotto, una altra in cucina, lo zainetto fuori dalla finestra. E, tutto zozzo, mi faccio una doccia sporcando il resto.  

Esattamente. Sei entrato in un sistema ordinato e hai fatto un casino, ovvero hai aumenta il suo grado di disordine. Però, grazie a te, ora possiamo distinguere tra “prima” (passato), ovvero casa ordinata, e un dopo (futuro), ossia casa disordinata. 

Oh, perfetto! C’è tutto, l’equazione regge. C’è l’entropia (che sarei io), il passato (casa ordinata), il futuro (casa disordinata) …e il presente? 

E il presente è un punto di vista privilegiato. È il momento rivelatore in cui capisci che c’è stato un prima e un dopo. Tuttavia, il presente è qui ed ora…e adesso…e mo’. Insomma, il presente è vittima dell’incessante divenire del tempo e scorre insieme ad esso. Siamo funamboli, sospesi sulla linea sottile del presente, in bilico tra passato e futuro. Ma se il Tempo è un’illusione, allora anche la distinzione tra passato, presente e futuro lo è. È la coscienza la vera responsabile della costruzione del tempo, un regista che dà un ordine cronologico agli eventi, per guidarci nel caotico groviglio dell’esistenza. Ma la coscienza è fortemente soggettiva, perché ognuno vive una vita diversa dall’altro. Ergo, anche il tempo è diverso perché lo percepiamo e interpretiamo in maniera individuale. 

Quindi, non posso parlare di Tempo in modo assoluto? 

Esatto. Ma se proprio non può farne a meno, dovresti piuttosto parlare “dei” tempi! Quando ci muoviamo nello spazio, in verità ci stiamo anche muovendo nel tempo. Lo spiego nella mia teoria della relatività ristretta: tempo e spazio sono correlati e generano una realtà quadridimensionale, lo spazio-tempo, costituito da tre coordinate spaziali e una temporale. In più, sono malleabili, ovvero se deformiamo lo spazio, posso alterare (dilatare o contrarre) il tempo. 

E come? 

Beh, per il semplice fatto di avere una massa. Questa suggerisce allo spazio-tempo come deformarsi, e lo spazio-tempo dice alla massa come muoversi. Pensa ad un lenzuolo e tiralo dalle estremità. Poi, posizionagli un oggetto sopra. Cosa succede? 

Che l’oggetto deforma il lenzuolo.

Ecco! È più o meno quello che succede nel mondo reale. Lo spazio-tempo è il tuo lenzuolo, che si deforma a causa della massa dell’oggetto, ovvero te. Tale deformazione è nota come gravità, che non è una forza (come sosteneva la meccanica classica) quanto un campo. Ecco spiegata anche la teoria della relatività generale. A causa della gravità, il tempo scorre più lentamente ai tuoi piedi, piuttosto che sulla testa. E lo stesso accade ai poli, perché sono più vicini al centro della Terra, dove la gravità è maggiore e può dilatare il tempo. Ancora, se stai nelle prossimità di una persona curvy, il tempo è più lento che nei paraggi di una persona magra. Quindi, si! Viva quel chiletto di troppo. 

Rappresentazione dello spazio-tempo – Mysid, CC BY-SA 3.0 https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0, via Wikimedia Commons

I nutrizionisti non saranno molto contenti. Però, non riesco ancora a capire, potresti farci un esempio? 

Immagina due gemelli, Alice e Bob. Alice rimane sulla Terra, mentre l’altro parte per un viaggio spaziale a bordo di un’astronave, che viaggia quasi alla velocità della luce. Ad un certo punto, Bob inverte la rotta e torna sulla Terra. Secondo la teoria della relatività ristretta, il tempo scorre più lentamente per un oggetto in movimento rispetto a quello fermo. Quindi, per Bob il tempo è rallentato (dilatazione del tempo) rispetto ad Alice e quando torna sul nostro pianeta, scopre di essere più giovane di lei. 

Scusa Albert c’è un paradosso. Dalla prospettiva di Alice, Bob si è mosso molto velocemente. Tuttavia, dalla prospettica di Bob, è Alice che si è mossa quasi alla velocità della luce. 

Esatto! questo perché ogni osservazione dipende dal sistema di riferimento. Ma, in questo caso, il paradosso si risolve perché Bob non è in un sistema di riferimento inerziale, ovvero subisce delle variazioni di velocità (accelerazioni e decelerazioni). Durante il suo viaggio, Bob accelera (quando parte, quando inverte la rotta e quando torna), e queste accelerazioni rompono la simmetria tra i due gemelli. La relatività generale, che include gli effetti dell’accelerazione, spiega perché Bob sperimenta un tempo trascorso minore rispetto ad Alice.

Ok! Abbiamo spiegato scientificamente perché il Tempo è relativo. Ma non capisco perché se faccio plank per dieci secondi, sembrano una eternità; mentre se parlo con una bella ragazza, il tempo vola in un battito di ciglia. 

Te l’ho detto, il tempo è una nostra costruzione mentale. 

Ma come? Tutto il ragionamento scientifico, il senso comune del divenire legato alle trasformazioni naturali, l’entropia e le teorie della relatività, tutta fuffa? 

No, quelle continuano a valere e razionalizzano un concetto che tanto scientifico non è. Il tempo che viviamo non è quello entropico, ma quello psicologico, ossia quello legato alla nostra percezione ed interpretazione del tempo. Poi, esiste addirittura un tempo emotivo, scandito dai battiti del nostro cuore. Già, perché il tempo è una grandezza bidimensionale. Nel senso che lo si può vivere in lunghezza o in ampiezza.

Allora, se si conduce una vita monotona e noiosa, dopo sessant’anni, indovina…avrai vissuto sempre e solo sessant’anni. Invece, se cadi e ti rialzi, ti innamori, fai stupidaggini…e hai il dovere morale di farle! Allora, in questa montagna russa di emozioni, dopo sessant’anni ne avrai vissuti molti di più. Questo perché il Tempo non è fuori di noi, ma dentro di noi. Anzi, si potrebbe dire che nessuno di noi lo possiede perché NOI SIAMO IL TEMPO. Quindi, piuttosto che passare l’esistenza a misurarci, forse dovremmo imparare a viverci. 

Grazie per essere stato qui con noi. 

Mario Russo

Riferimenti 

  1. “Il significato della relatività-Il mondo come io lo”, Newton Compton Editori, 2014
  2. “Il tempo e la felicità”, Luciano De Crescenzo, Mondadori, 1999
  3.  “Einstein_Pensieri, idee e opinioni”, Newton Compton Editori, 2015
  4. Foto di Albert Einstein, Lucien Chavan
  5. Foto che rappresenta lo spazio – tempo, Mysid

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Laureato in Ingegneria Meccanica. Da sempre appassionato di arte, scienza e tecnologia. Un inguaribile nerd, un tipo bizzarro con tendenze filosofiche, e un approccio alla scienza anticonvenzionale, perché c’è un modo spregiudicatamente artistico nel fare Scienza!

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