Un linguaggio segreto fatto di bolle

Tutti conoscono la magica arte del canto dei capodogli, ma pochissimi sono a conoscenza dello strano ma stupefacente uso delle bolle nella vita quotidiana delle megattere! 

Figura 1. La rete di bolle delle megattere (Photo Credit: National Geographic Italia).

È il 5 giugno e siamo in California.

Il Sole in alto ci arrostisce e la salsedine dell’oceano ci secca la pelle. Di fronte a noi una superficie d’acqua a perdita d’occhio. E poi, all’improvviso…

Eccola!

Una bolla d’aria, un anello come quelli che si fanno con la bocca emettendo aria sott’acqua o espirando il fumo di sigaretta. Ma a farla non è un essere umano…bensì una megattera.

È il 5 giugno, siamo in California e degli scienziati del SETI Institute e dell’Università della California hanno documentato per la prima volta delle megattere che interagiscono in maniera amichevole con degli esseri umani, producendo grandi bolle d’aria.

Un evento che lascia affascinata e piacevolmente incuriosita la comunità scientifica, oltre alle persone presenti in quel momento. In realtà il fenomeno delle bolle generate da sfiatatoi, bocche o movimenti delle pinne sull’interfaccia aria-acqua non è da considerarsi una novità nel mondo delle megattere, e più in generale, dei cetacei. Infatti, sono ben comuni e ormai noti fenomeni di questo tipo tra balene, orche e soprattutto delfini!

Bolle multitasking

Già dal 1929 si parlava di casi in cui le megattere usavano le bolle come strategia di alimentazione.

“Sembrava immergersi a breve distanza sotto la superficie dell’acqua e poi rilasciare aria mentre nuotava in cerchio. La bolla che saliva in superficie come uno spesso muro di bolle d’aria, e queste formavano una rete” (Ingebrigtsen, 1929)

Successivamente, nel 1979, un gruppo di scienziati diede un nome a questa strategia che ormai era sempre più osservata: bubblenet feeding. Il termine “bubble net” si riferisce al ruolo che le bolle prodotte dalle megattere hanno, ovvero quello di circuire, come delle reti da pesca, i banchi di pesci, per condensarli in uno spazio limitato. In questa maniera, i pesci sono in trappola! I poveri malcapitati si ritrovano all’interno di una rete di bolle, mentre le megattere, dal basso, li spingono verso la superficie. Ed è a questo punto che le megattere spalancano le loro fauci e gnam! Si godono il loro pescato.

Figura 2. Diverse tipologie di bubblenet: a sinistra, colonne di bolle (bubble column); a destra, invece, nuvole di bolle (cloud bubble) (Photo credit: Hain et al., 1982).

Nel corso degli anni, diversi sono stati gli avvistamenti di produzione di bolle e diverse anche le modalità registrate tra i vari cetacei. I delfini, ad esempio, assumono una forma ad S e muovono la testa prima della produzione di bolle. Le megattere, invece, usano solo il movimento di contrazione-rilassamento dei muscoli dello sfiatatoio per il rilascio di anelli. 

Le funzioni del bubblenet

Il bubblenet feeding, però, non rappresenta l’unica tipologia di fenomeno per cui si è registrata la produzione di bolle da parte di questi giganti del mare.  L’espirazione tramite sfiatatoio, infatti, è stata registrata anche come mezzo di comunicazione tra madre e cuccioli durante il riposo; o, ancora, come atteggiamento aggressivo per allontanare cetacei intrusi e nella competizione sessuale tra maschi per accoppiarsi con la femmina matura sessualmente. 

A questi eventi ampiamente studiati, si aggiunge un curioso caso, registrato dagli scienziati dell’Università delle Hawaii. Basta leggere il titolo dell’articolo scientifico per capirne il lato “curioso”

Female Humpback Whale (Megaptera novaeangliae) Positions Genital-Mammary Area to Intercept Bubbles Emitted by Males on the Hawaiian Breeding Grounds

Avete capito bene, in questo studio è stato filmato un caso in cui una femmina di megattera non solo tollerava, ma favoriva l’intercettazione di bolle d’aria prodotte dal maschio con la sua area genitale. Seppur speculativa, questa osservazione ha permesso al gruppo di ricerca di avanzare due ipotesi a spiegazione del fenomeno: si tratta di una comunicazione pre-copula (una sorta di preliminari) o di una strategia per favorire un parto tardivo in quanto la stimolazione cutanea di parti sensibili e leggere pressioni determinano il rilascio di ossitocina, un ormone prodotto in grandi quantità anche al momento del parto. Quest’ultima ipotesi nasce dal fatto che i maschi presenti erano tre e non competevano tra di loro, inoltre, la femmina presentava la zona genitale gonfia. 

L’importanza di quel 5 giugno
Figura 3. Bubble ring (Photo Credit: © Dan Knaub, The Video Company, modificato).

Nonostante l’utilizzo di bolle per comunicare non rappresenti una novità tra i cetacei, l’evento del 5 giugno ha rappresentato un momento emozionante per gli scienziati. 

Perché?

Seppur Copernico ha cacciato la Terra dal centro dell’Universo e Darwin ci ha tolto dalla testa la corona della creazione, per molto tempo l’uomo ha continuato a guardare il mondo sotto la lente distorta dell’antropocentrismo. 

Abbiamo dovuto attendere le scoperte di Jane Goodall sugli scimpanzé per riconoscere che non siamo gli unici animali dotati di intelletto, capaci di provare emozioni e di costruire complesse gerarchie sociali. Da lì è iniziato un percorso di consapevolezza che ha dato slancio alle lotte per la conservazione e la tutela di specie e habitat. Eppure, ancora oggi, restano molte le sfide da affrontare a causa della nostra superbia e arroganza. 

Lo studio riportato in questo articolo ci apre alla possibilità di una comunicazione interspecifica: sono riportati, infatti, altri casi emblematici, come quello del gorilla (Gorilla gorilla) e dell’uccello indicatore maggiore (Indicator indicator), capaci di sviluppare segnali vocali specifici per interagire con l’uomo.

Ancora una volta, dunque, ci troviamo di fronte ai limiti della nostra ignoranza e, allo stesso tempo, all’opportunità di lasciarci sorprendere dalle capacità delle altre specie, abbandonando quella lente antropocentrica che da sempre ci impedisce di vederle davvero.

Valentina Tavolazzi

Fonti:

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