STEM, manuale di sopravvivenza: storie di ostacoli invisibili e di strumenti per contrastarli – Le risposte di Elisa Scataglini

Dopo le risposte di Arianna Fermani ci troviamo, infine, con l’articolo della psicologa Elisa Scataglini riguardo l’evento del 25 Febbraio.

TENTATE SOLUZIONI DISFUNZIONALI

Quando ci troviamo di fronte a un problema, la reazione più spontanea è cercare una soluzione per risolverlo. A volte questo processo richiede tempo, impegno e creatività. Nella maggior parte dei casi siamo in grado di mettere in atto strategie efficaci che ci aiutino a superare le difficoltà.

Quando il tentativo di soluzione diventa il problema

Altre volte, però, proprio questi tentativi spontanei possono costituire dei circoli viziosi. Le strategie utilizzate smettono di risolvere il problema e finiscono per diventarne parte integrante.

Questi tentativi fallimentari prendono il nome di Tentate Soluzioni Disfunzionali (TSD), concetto elaborato per la prima volta al Brief Therapy Center del Mental Research Institute di Palo Alto. Con TSD si intendono tutti i comportamenti che, adoperati per affrontare un problema con l’intenzione di risolverlo, finiscono invece per mantenerlo, peggiorarlo o crearne altri.

Perché insistiamo con strategie inefficaci

Perché continuiamo a usare strategie che non funzionano e rischiano persino di aggravare ciò che vorremmo risolvere? Lo facciamo senza accorgercene perché, prese singolarmente, queste azioni non sono disfunzionali né patologiche. Anzi, appaiono logiche, sensate e potenzialmente utili.

Spesso tendiamo a perseverarle perché pensiamo che il tentativo sia corretto, ma che non funzioni perché non applicato a sufficienza. Così, con l’illusione che “più è meglio” intensifichiamo un processo che già non stava funzionando.

Se il comportamento viene ripetuto in modo rigido, insistente e infruttuoso davanti a uno stesso problema, si configura come tentata soluzione disfunzionale.

Elisa Scataglini – Psicologa
Un esempio della trappola del “più è meglio”

Prendiamo l’esempio di un genitore convinto che rimproverare duramente il figlio adolescente risolverà il problema della sua irresponsabilità. Non vedendo risultati, potrebbe mostrarsi ancora più severo, aumentando punizioni e rimproveri nella convinzione che una maggiore fermezza porterà a dei risultati. In questi casi, molto spesso, si osserva un’escalation: più il genitore diventa rigido, più il figlio si oppone, provoca e sfida.

L’idea che “più è meglio” non rende visibile un punto essenziale: la strategia utilizzata non è corretta.

Bias della generalizzazione e Bias di conferma

Un’altra ragione delle TSD riguarda il funzionamento della mente che procede per schemi, associazioni e categorie. Se un comportamento ha funzionato in passato, tendiamo a credere che funzionerà ancora in situazioni che sembrano simili ma che di fatto non lo sono. Costruiamo così schemi automatici di risposta, cadendo nel bias della generalizzazione.

Per cui daremo la medesima risposta a situazioni e problemi differenti che richiederebbero risposte diverse. Il bias di generalizzazione, insieme a quello di conferma, induce a osservare solo ciò che avvalora un’idea di partenza e aumenta la probabilità di reiterare strategie inefficaci.

Come una TSD crea e mantiene un problema

Immaginiamo una persona che, entrando nell’ascensore usato ogni giorno per andare al lavoro, senta improvvisamente un rumore insolito mai notato prima.

Se quel rumore genera disagio o timore potrebbe scegliere di usare le scale, pensando che l’ascensore abbia qualcosa che non va.

In quel momento la persona crede di risolvere il problema, perché evita il disagio e la paura e si sottrae a un possibile incidente o blocco in ascensore immaginato. Ma, senza accorgersene, evitando di prendere l’ascensore sta anche rafforzando l’idea che utilizzarlo sia davvero pericoloso.

Nell’ipotesi che questa persona continui a preferire le scale per qualche tempo, è probabile che tali tentativi di risolvere il problema finiscano per costruire una sempre più concreta paura dell’ascensore.In questo esempio “evitare l’ascensore” si configura come una TSD in grado di cristallizzare una difficoltà iniziale in una ancora maggiore.

È la dose che fa il veleno

Naturalmente, nessuna di queste strategie (o tentativi), prese singolarmente, basta a trasformare una difficoltà in un vero problema-disturbo. Nessun tentativo è di per sé necessariamente disfunzionale.

La differenza è causata dalla reiterazione costante di quelli che consideriamo tentativi di soluzione, nonostante l’inefficacia che stanno dimostrando rispetto a quel problema.

Continuiamo a usare quelle strategie credendo ci aiutino, anche quando il problema non si risolve. La caratteristica delle TSD è proprio questa: vengono ripetute con insistenza nonostante non siano una soluzione al problema.

Tecnica del “Come peggiorare”

In alcune terapie, come la terapia breve strategica ma non solo, il lavoro parte proprio dall’individuazione del problema come mantenimento delle TSD, così da bloccarle e sostituirle con strategie più funzionali.

Interrompendo ciò che regge il problema, si riesce a depotenziarlo fino ad azzerarlo. Anche difficoltà presenti da molto tempo possono ridursi rapidamente quando smettono di essere mantenute.

Se immaginiamo il problema come un fuoco e le TSD come l’ossigeno che lo tiene acceso, togliere l’ossigeno significa permettere al fuoco di spegnersi.

Un esercizio praticabile in autonomia per rintracciare le proprie TSD è questo, che si ispira alla tecnica terapeutica del “Come peggiorare”, solitamente formulata nel modo seguente:

“Immagina di non voler affatto risolvere il tuo problema, o addirittura di volerlo peggiorare; di fare – o continuare a fare – tutta una serie di azioni che non ti farebbero stare meglio e che non ti aiuterebbero ma che, anzi, continuerebbero a mantenerti nella situazione in cui sei ora o, addirittura, peggiorerebbero le cose. Quali sarebbero queste azioni? Cosa dovresti fare?”.

Il fatto interessante è che quasi sempre, osservando il problema da questa prospettiva, le persone riescono a individuare le proprie TSD, fino a quel momento rimaste invisibili.

Le risposte a questa domanda possono diventare il punto di svolta.

Anche se la persona non è in grado di modificare da subito i comportamenti rintracciati come disfunzionali, la consapevolezza della loro nocività instilla in modo spontaneo avversione verso essi. Ed è proprio qui che si instaurano le basi fertili per un primo cambiamento.

Se è vero infatti che spontaneamente entriamo in circoli viziosi che mantengono il problema, è anche vero che, una volta scoperto ciò che non funziona, siamo (spesso altrettanto spontaneamente) in grado di uscirne partendo da nuove piccole modalità di risposta.

Elisa Scataglini

Riferimenti

Watzlawick, P., Weakland, J. H., & Fisch, R. (1974). Change. Sulla formazione e la soluzione dei problemi (M. Ferretti, Trad.). Casa Editrice Astrolabio;

Hoyt, M.F., & Talmon, M. (2014). Capturing the Moment: Single Session Therapy and Walk-In Services. Crown House Pub;

Nardone, G. (2015).Problem Solving strategico da tasca. L’arte di trovare soluzioni a problemi irrisolvibili. Ponte alle Grazie Editore;

Nardone, G., Watzlawick, P. (2023). L’arte del cambiamento. La soluzione dei problemi psicologici personali e interpersonali in tempi brevi. Ponte alle Grazie Editore.

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