Il Diavolo veste fast fashion 

Il settore tessile è uno dei più inquinanti al mondo. Uno studio dell’università del Messico (UACJ) e del Texas (UTEP) analizza ricerche attuali sugli impatti ambientali della fast fashion e del consumo di risorse. Una moda diversa è possibile. 

Il paradosso della Fast Fashion (immagine AI)
La fast fashion e le discariche abusive

La fast fashion è una moda economica, di bassa qualità, che punta sulla produzione rapida. Alcuni marchi noti sono ad esempio Shein, Zara e tanti altri. I vestiti sono progettati per durare poco ed essere indossati per una stagione. Purtroppo, solo l’ 1% dei rifiuti tessili viene riciclato. 

Il resto finisce nelle discariche illegali, per esempio nel deserto di Atacama (Cile). Qui vengono bruciate montagne di indumenti invenduti e inutilizzati, spesso ancora  con l’etichetta, rilasciando tossine inquinanti. Situazioni simili si trovano in Asia meridionale e in Africa, dove le nazioni importatrici non possono gestire l’enorme quantità di vestiti, nonostante una parte venga venduta in mercati secondari.

Mountains in the Atacama Desert di Marek Piwnicki (Immagine Free to use)
Necropoli tossica – Deserto di Atacama (Cile) – © Cristobal Olivares / Greenpeace (https://media.greenpeace.org/Detail/27MDHUHIDYVK)
Impatto ambientale del settore tessile

Secondo quanto emerge dallo studio: Fast fashion consumption and its environmental impact: a literature review, la fast fashion usa un modello di business che degrada notevolmente l’ambiente.  Questo si basa su una strategia di marketing che manipola la domanda e crea l’urgenza di acquisto nei consumatori. Questo tipo di produzione e consumo ha innescato un uso estensivo delle risorse, con conseguenti costi ambientali significativi e impatti sostanziali sul clima.

Uno tra questi è la grande quantità di rifiuti tessili prodotti. Infatti, nel  2015, si stima ne siano state generate 92 milioni di tonnellate, e la proiezione del 2030 prevede che finiranno in discarica 148 milioni di tonnellate. Questo aumento è dovuto anche al peggioramento della qualità dei materiali che compongono gli indumenti e contaminano la risorsa idrica.

Difatti, uno studio dell’università di Aalta (Finlandia) dimostra come durante i lavaggi in lavatrice, l’asciugatura e l’uso  vengono rilasciate microplastiche o microfibre di dimensioni tra 1 µm–5 mm. Queste sono generate da fibre sintetiche come il poliestere, che  deriva  per l’88% da combustibili  fossili, e rappresenta il  59% di tutte le fibre prodotte al mondo, evidenziando come questo settore dipenda fortemente da una risorsa non rinnovabile, altamente inquinante. Inoltre, le microplastiche possono anche entrare nella nostra catena alimentare tramite il consumo di specie marine, dal sale da tavola, e dall’ acqua potabile. 

Per contenere l’inquinamento da microplastiche, nel contesto europeo, la Francia è stata la prima ad aver approvato una legge (AGEC) che obbliga l’inserimento di filtri anti-microplastiche nelle nuove lavatrici a partire dal 2025. Mentre l’UE ha  proposto una modifica a una direttiva per obbligare la messa in commercio di lavatrici con filtri entro il 31 dicembre 2027, lo stesso vale per i sistemi di depurazione dell’acqua nei comuni  con più di 750 abitanti entro il 2032.

Oltre a contaminare l’acqua, il settore tessile ne consuma altrettanta. Infatti, una sola  maglietta di cotone, di circa 250g, necessita di 2.500/3.750 litri di acqua dolce, l’equivalente che berrebbe una persona per  circa 2-4 anni. Il  consumo d’acqua varia dal tipo di materiale e dai processi di lavorazione.  Infatti, altre fasi che richiedono l’uso di acqua sono la pulizia e la preparazione delle fibre per la filatura e la tessitura, inclusi i processi chimici a umido ovvero dei trattamenti di lavorazione (l’apprettatura, la sgrassatura, lo sbiancamento, la tintura, la finitura e il lavaggio). Ad esempio, la tintura è uno dei processi che  ha un fabbisogno idrico maggiore, fino a  300 litri per ogni kg di prodotto. La variabilità dipende strettamente dai macchinari e dalla formulazione chimica applicata (tipo di fibra e colorante usato).

Dei dati preoccupanti, considerando la scarsità idrica che quasi la metà della popolazione mondiale vive almeno un mese all’anno, compresi i paesi di coltivazione del cotone come India, Pakistan, Cina, e l’Uzbekistan. Inoltre, nel 2020 il settore tessile è stato la terza fonte di degrado delle risorse idriche e dell’uso del suolo ed ha causato il 20% dell’inquinamento globale dell’acqua potabile. Per contrastare la scarsità d’acqua e la contaminazione da sostanze chimiche pericolose si sta valutando l’utilizzo di  tecnologie innovative.

Mentre a livello di emissioni di gas serra, responsabili del riscaldamento globale, il settore tessile è tra i più inquinanti al mondo, responsabile tra l’8 % e il 10% delle emissioni globali. In Europa, invece  è il quinto settore più inquinante pari a circa 270 kg di CO2 per persona dell’ UE. 

L’impronta di carbonio varia ad esempio in base al materiale e i processi produttivi. Un materiale organico come il cotone rilascia meno emissioni rispetto ai materiali sintetici. Infatti, questi ultimi sono realizzati con combustibili fossili come i prodotti petroliferi non raffinati, contribuendo maggiormente al cambiamento climatico. Si stima che per produrre una maglietta in poliestere vengano emessi 5,5 kg di CO2e, rispetto a 2,1 kg di CO2e per una maglietta in cotone. 

I consumatori informati come parte attiva del cambiamento

Nonostante i lati negativi del settore tessile, ci sono alcune pratiche che i consumatori possono adottare per una moda più etica e sostenibile. Tra le alternative economiche ci  sono:

  • gli swap party, ovvero momenti in cui si scambiano  i vestiti  che non si usano più per dargli una nuova vita. Esistono eventi dedicati oppure si possono organizzare in casa tra conoscenti;
  • il second hand, acquistare usato online, in negozi dedicati come il vintage o in mercatini;
  • un’alternativa più costosa,  per chi ha la possibilità è la slow fashion, ovvero  una moda lenta fatta da piccole realtà, dove non viene premiata la velocità ma la qualità dei tessuti e l’unicità dei prodotti. Scegliere  questi marchi significa sostenere realtà  che pagano equamente il personale  e spesso adottano pratiche di economia circolare, riducendo gli sprechi. 

Tuttavia, quando si rinnova il guardaroba è bene anche controllare l’etichetta per evitare greenwashing. Si tratta di una comunicazione ingannevole attuata dalle aziende per far sembrare un prodotto a ridotto impatto ambientale ma in realtà nel complesso rimane elevato. 

Quindi, si deve fare attenzione all’etichetta! “Eco”, “Green”, non sono sinonimo di sostenibile. La sostenibilità non è solo ambientale ma anche sociale ed economica. Per questo è bene essere dei consumatori informati e conoscere alcune delle certificazioni, tra cui:

Global Organic Textile Standard (GOTS), riconosciuta a livello internazionale che dimostra l’ impegno a fornire cotone biologico, etico e di alta qualità.

Oeko Tex®, garantisce che il prodotto sia privo di sostanze pericolose per le persone e l’ambiente.

Fair trade® garantisce un salario adeguato per i lavoratori, il rispetto delle norme di salute e sicurezza e pone attenzione alle politiche di uguaglianza di genere.

Dunque, di fronte ad un mondo con risorse limitate  é importante fare un cambio di rotta. Passare da  un  modello fast fashion economico per il consumatore finale, ma ad un costo ambientale e umano altissimo, ad essere parte attiva del cambiamento tramite le scelte dei consumatori. La regola d’oro è comprare meno ma di qualità, impegnandosi ad allungare quanto più possibile la vita del prodotto ed adottare un modello di economia circolare che premia la riparazione, il riuso e il riciclo tramite l’innovazione. 

Infine, la moda del futuro non si misura in collezioni prodotte, ma nel rispetto di ciò che lascia a tutte le specie che abitano questo pianeta, ovvero le future generazioni.

Maori Palumbo

Fonti

Facilitating a Circular Economy for Textiles Workshop Report, 2022

 Materials Market Report (2025) – TextileExchange

Materials-Market-Report-2024.pdf

What if fashion were good for the planet? UE, 2020

A. P. Periyasamy, A. Tehrani-Bagha – A review on microplastic emission from textile materials and its reduction techniques,Polymer Degradation and Stability,2022.

Pe, microfiltri per le lavatrici nuove obbligatori dal 2028, Ansa, 2023.

Loi anti-gaspillage économie circulaire,(AGEC), 2020

L’impatto della produzione e dei rifiuti tessili sull’ambiente, UE, 2020

Il deserto di Atacama in Cile è diventato un luogo di discarica della fast fashion, National Geographic, 2024 

Zanichelli, impronta idrica

Sustainable Apparel Materials, Kirchain et al., 2015.

Frontiers | An overview of the contribution of the textiles sector to climate change Leal Filho W. et al., 2022

Fast fashion, la moda ultrarapida che distrugge il pianeta | Greenpeace Italia

Olivar Aponte, N. et al. (2024) ‘Fast fashion consumption and its environmental impact: a literature review’, Sustainability: Science, Practice and Policy, 20(1). doi: 10.1080/15487733.2024.2381871.

Textiles in Europe’s circular economy | Publications | European Environment Agency (EEA)

Slow Fashion: cos’è e perché dovremmo preferirla alla poco etica Fast Fashion? | National Geographic 2024

Certificazione e Etichettatura – GOTS – Global Organic Textile Standard 2025

Global standard certification

Oeko tex 2026

Fair trade

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