Click & Talk: Un fantasma tra i rapaci – Intervista a Jacopo Rigotti

Per l’ultimo appuntamento della rubrica Click & Talk dedicata alla fotografia naturalistica abbiamo avuto il piacere di intervistare Jacopo Rigotti (IG: jacopo.rigotti).
Jacopo, classe 1990, fotografo di professione e docente della NikonSchool pubblica nel 2024 Fotografare il volo, primo e solo libro nel panorama editoriale italiano dedicato unicamente alla fotografia dell’avifauna.

Jacopo Rigotti

Ciao Jacopo. Partiamo dall’inizio della tua storia: quando hai scoperto il mondo della fotografia?

Allora, io ho iniziato fisicamente nel 2010, quando ho concluso la scuola. Io sono un perito in arti grafiche e ho frequentato l’Istituto Pavoniano Artigianelli di Trento. All’ultimo anno di scuola ho fatto un piccolo corso di fotografia durato giusto qualche ora. Con la macchina fotografica è stato amore a prima vista: con questo strumento è possibile mostrare non solo ciò che vediamo, ma anche ciò che percepiamo e proviamo. Così ogni prospettiva riflette una realtà unica.

Infatti, appena finita la scuola ho acquistato la mia prima macchina fotografica, una Nikon D5000 e un teleobiettivo che mi permettesse di riprendere gli animali e l’avifauna. Perché l’avifauna? Per il dinamismo, per i colori e le geometrie che hanno, ci sono dei soggetti spettacolari. Fotografarli è una sfida, è azione.


Il soggetto

Come si studia il soggetto da fotografare quando parliamo di avifauna?

All’inizio è molto difficile perché molti esemplari hanno atteggiamenti e abitudini differenti. Per esempio, se si fotografa un rapace diurno invece di uno notturno cambia completamente l’approccio e la tecnica fotografica. Sicuramente è fondamentale prima conoscere le abitudini del soggetto, questo si apprende studiando sui libri e stando sul campo.

Ci sono delle specie che seguo dal 2010, 2012. L’allocco, per dire, vado a fotografarlo quasi tutti gli anni. Ci sono soggetti come la civetta nana che sono molto metodici, li trovi negli stessi posti durante gli stessi periodi. 

Pellicani (foto specchiata) – Foto di Jacopo Rigotti

Ma con i soggetti studiati, visto che li si osserva e segue per anni, si crea un legame emotivo?

Per come vivo io la natura, sì. Perché la fotografia è il coronamento di… chiamiamolo lo studio, ma è più di questo. Ad esempio il biancone, è piacevole anche solo da osservare, stare con lui, andare a ricercarlo, vedere dove fa il nido e dove va in caccia. Il mio vivere la montagna significa andare perché c’è il soggetto, raggiungerlo e stare con lui.



Il fantasma all’opera

Allora, volevo chiederti della diffidenza dell’animale e del problema dell’invasione del suo spazio. Perché comunque sono dei rischi che si corrono, bisogna stare attenti, quindi anche qualche tua esperienza, qualcosa che vuoi raccontare, dimmi pure.

Sì, ci sono dei soggetti veramente confidenti. Mi viene da pensare al fringuello alpino che ho visto banchettare sui tavolini dei rifugi mentre le persone mangiavano. Mi è capitato di vedere dei gracchi alpini che cercavano di mangiare le patatine fritte, per esempio, o il pane, quello che trovavano. In montagna d’inverno fa molto freddo e loro devono pur sopravvivere. Quindi sì, finché un fringuello non crea problemi, è un incontro piacevole. Se si tratta di un orso o un lupo la questione ovviamente cambia. Quindi è lì che sorgono dei problemi perché è un potenziale rischio per l’essere umano. Anche se siamo noi che ovviamente con l’espansione siamo andati a privarli di alcuni territori o comunque ci espandiamo sempre di più privandoli dei loro.

In un’intervista hai parlato del fotografo come fantasma. La sensibilità del fotografo, quindi anche la sua educazione alla fotografia e al rispetto, si nota quando lui effettivamente non è notato, quando è un fantasma. Quindi se vuoi parlare di questo aspetto, come lo vivi, perché è importante.

Da noi in montagna si dice che dal tuo passaggio non dovresti lasciare alcuna traccia. Quindi nessuno dovrebbe sapere che sei passato lì, niente impronte, niente carte, non dovrebbe esserci il segno del tuo passaggio. In quel caso stai rispettando l’ambiente e quello che fai. C’è da considerare che l’avifauna ha una vista sviluppatissima (anche la cincia più piccola). Dalla stragrande maggioranza dei soggetti o anche dei rapaci non devi essere visto né percepito. Così il soggetto ha un comportamento naturale e la foto viene meglio. A tal proposito, per fortuna adesso ci sono le mirrorless che sono silenziose. 

Ghiandaia – Foto di Jacopo Rigotti

Passiamo alla parte un po’ più tecnica. Quali sono le caratteristiche principali della fotografia del volo?

Allora, diciamo che per fotografare il volo è importante avere un tempo di otturazione molto veloce, vicino al 1/4000 – 1/5000, per poter congelare le ali dei soggetti. La parte principale è relativa al tempo di scatto, appunto per riuscire a congelarlo. Per riuscire a fotografarlo, invece, be’ il capanno è sicuramente un luogo in cui non vieni percepito dal soggetto, poi in inverno la LIPU (Lega Italiana Protezione Uccelli) consiglia di fornire semini, castagne, insomma qualche cibo per far sopravvivere gli uccellini. 

In caccia vagante, invece, la conoscenza del soggetto fa la differenza, perché se abbiamo un rapace in caccia, come per esempio un gheppio che fa lo “Spirito Santo”, tecnica di caccia in cui muove le ali puntando la preda, se si è pronti, si aggancia il soggetto e in quel momento scenderà e sferrerà un attacco. In questi casi le ottiche leggere, maneggiabili con facilità, fan la differenza. Poi è necessaria una macchina che abbia un buon autofocus che permetta di seguire il soggetto mentre è in volo.

Upupa nutre il pulcino – Foto di Jacopo Rigotti

La fotografia notturna

Mentre la fotografia al buio dei rapaci notturni? É per esperti?

Eh sì, o meglio, conviene farla da esperti per non recare disturbo. É una fotografia molto tecnica. Con l’esperienza impari a gestire la macchina fotografica e come illuminare la scena senza arrecare danno alla vista super-sviluppata dei rapaci notturni. Si utilizzano flash alla minima potenza (sempre un po’ distanti) mai puntati frontalmente, così non entrano diretti negli occhi.

Oppure in caccia vagante, quindi alla ricerca dei rapaci sui paletti di caccia, come per esempio un barbagianni, è possibile illuminarlo con una torcia un po’ potente attaccata sulla macchina fotografica e man mano che ci si avvicina al soggetto, sempre che si lasci avvicinare, bisognerà tenere ISO molto alti.

Imbeccata dell’allocco – Foto di Jacopo Rigotti

Quindi se si riesce a regolare bene i flash o comunque le luci, si può non disturbare?

Anche qui dipende dal soggetto e da quanto è confidente. Se vai da un soggetto che non hai mai visto prima senza averlo studiato non sai se tornerà dopo il primo flash. Magari fai solo uno scatto, o magari nemmeno quello, e hai disturbato il soggetto. Va studiato prima per capire se è lì per per caso, solo una volta in caccia o se è la sua zona di caccia e tollera la nostra presenza, e anche a che distanza.

Ogni situazione è diversa perché i soggetti hanno personalità distinte. C’è quello più schivo, quello più confidente, uno che ha un determinato carattere e uno che è tutto l’opposto. In città magari te lo trovi sul tetto di casa e tollera perfettamente l’essere umano.

Fotocellule e posatoi sono fondamentali nella fotografia notturna?

Allora, nella fotografia il posatoio ti aiuta a sapere dove arriva il soggetto se non c’è altro in zona. La ricerca di un posatoio esteticamente bello è parte integrante della fotografia, molti purtroppo si concentrano sul soggetto senza badare allo sfondo o al posatoio. La foto deve essere una narrazione visiva: il posatoio deve essere in tema col soggetto, anche comodo affinché il soggetto si appoggi in base alle sue esigenze, se dritto o storto. 

Le fotocellule aiutano tantissimo per riprendere l’azione, noi potremmo anche scattare con un telecomando a distanza quando vediamo che il soggetto è lì appoggiato, ma ciò richiede un contesto un po’ illuminato, almeno per vederlo arrivare. Ha un ritardo veramente di pochi centimetri dal passaggio sulla fotocellula,  di non scaricare il flash o decidere di fare un solo scatto. Questo per non disturbare il soggetto che vede solo un piccolo lampo e poi rimane tranquillo. Se scattiamo noi, probabilmente non riusciamo a fare solo uno scatto o siamo poco precisi, quindi dovremmo fare una raffica da quando lo vediamo per poterlo riprendere.

C’era una cosa che ti volevo chiedere che mi è sembrata davvero molto interessante. È una piccolezza riguardo la fotografia notturna, ossia la memorizzazione dei tasti della macchina fotografica.

Se tu chiudi gli occhi nella tua automobile riesci ad abbassare i finestrini, riesci ad accendere il climatizzatore, ad alzar il volume della radio e ad abbassarlo. Ecco, la macchina fotografica dovrebbe essere lo stesso. Ciò che insegno nei miei corsi è: imparate a memorizzare tutti i tasti, sembran tanti, ma non son tantissimi. È utile allenarsi a utilizzarli con gli occhi chiusi, proprio perché quando si è in capanno al buio, quando si ha fretta o per non staccare l’occhio mentre si fotografa, saper già come muovere le dita per cambiare un’impostazione fa la differenza tra perdere la scena o riuscire a riprendere una scena che si sviluppa in un attimo.

Bisogna esercitarsi, sapere che qui c’è un tasto, qui un altro. Quando c’è una Nikon io so già dove sono i tasti, anche sulle macchine degli altri, al buio riesco a dire: “Ah, qui, schiaccia qui”. Non perché abbia fatto chissà che esercizi, però col tempo ti abitui come fossi nella tua auto.

L’emozione del fotografo

Secondo te l’emozione che viene trasmessa con una fotografia parte dal fotografo o è propria dell’animale? Cioè, poi sicuramente dipende anche dall’obiettivo prefissato.

È da distinguere la foto fatta ai fini di ritratto per mostrare l’esemplare dalla foto emozionante. Per esempio un gufo reale, mi vien da dire, è più facile che mostrandolo si dica: “Wow, che figo, un gufo reale, guarda che bello” proprio per il soggetto in sé. In quel caso le emozioni sono date dal fatto che qualcuno che vorrebbe vederlo. Tuttavia indipendentemente dal soggetto (sono riuscito fortunatamente a dimostrarlo anche negli anni) con una semplice cincia o un passero puoi creare una bellissima foto.

Cincia (foto specchiata) – Foto di Jacopo Rigotti


Tutto concorre a fare la foto, dipende cosa vogliamo trasmettere. Anche dove la pubblichiamo, fa molta differenza anche quello. Se facciamo un articoletto anche una foto di schiena di un soggetto che si allontana, può essere perfetta come chiusura dell’articolo. La foto deve essere contestualizzata, il significato della foto emerge dalla finalità di quest’ultima.

Cosa accade quando sei con l’occhio sulla macchina e sei a contatto con la scena che vuoi fotografare?

Allora, sicuramente il tempo si ferma. Non ti rendi conto di quanto tempo passa già dalla pianificazione, anche solo stare in capanno… l’attesa, il respiro. Non percepisci più il tempo, vivi il momento. Mentre si scatta tutto il corpo concorre ad ottenere lo scatto. Insomma, come un rapace che sta cacciando. L’istinto si fa molto più acuto. L’occhio è concentrato, sembra che le mani sian lì pronte a scattare come una molla per riprendere l’azione, dipende poi cosa stiamo fotografando, perché ci son delle foto dove il soggetto è statico e allora si pensa di più a tutta la scena, si osserva. É un momento veramente bello, dove tutti i problemi si azzerano, tutti i pensieri, tutto il mondo esterno è sconnesso. Tu sei lì in quel momento, concentrato, tu hai il soggetto e non c’è altro.

Cinciarella in volo – Foto di Jacopo Rigotti
Fotografare il volo

Visto che parliamo di avifauna, vorrei chiederti parlare del libro che hai scritto che, nell’ambito della fotografia naturalistica, risulta essere un unicum all’interno del panorama editoriale italiano e non solo.

Allora, dei libri di fotografia naturalistica ce n’erano due o tre, alcuni vecchi, di avifauna non c’era nulla. Ad esempio, per riprendere i soggetti da vicino col grandangolo e mostrare anche l’ambiente, ho dovuto estrapolare informazioni qua e là da chi aveva già scattato queste foto, capire come fotografano i paesaggisti, perché questo tipo di fotografia è una via di mezzo fra un paesaggio e la fotografia di avifauna. Quindi ho mescolato un po’ di tecniche, però ho dovuto far delle prove sul campo con molti errori, ho dovuto imparare autonomamente.

E da lì, quando sono diventato docente Nikon mi son detto: “Questo è il momento perfetto per insegnare questa cosa”. Inizialmente mi son concentrato appunto sulle foto di avifauna: sulle foto del volo, foto di rapaci notturni ed ambientate. Volevo fare una cosa unica, pensata per professionisti. A questi tre capitoli ne ho aggiunti altri due: uno sulle foto specchiate, uno sul ritratto. Questa era inizialmente l’idea del libro, però era un po’ un peccato partire già da un livello alto. Il libro era quasi completo, ma mancava una parte per iniziare, un aggancio, un inizio anche per chi voleva iniziare nella fotografia. Spiego come appostarsi, come fare un capanno, come mimetizzarsi.

Per questo libro ho fatto la scelta di venderlo personalmente, una scelta un po’ ardua, diciamo. Però volevo interagire con i followers per avere i loro feedback, non volevo una fredda vendita su Amazon. Mi hanno scritto in privato, mi ha fatto piacere che avessero domande da farmi, c’è stato un contatto tra me e loro.

Con l’estro e la professionalità di Jacopo si conclude il viaggio all’interno del curioso e stupefacente mondo della fotografia naturalistica. Partendo dai fondali marini di pesci e molluschi agli alti cieli dell’avifauna abbiamo potuto usufruire e godere dei racconti e dell’esperienza di chi, in prima persona, ci ha donato immagini uniche di una natura spesso dimenticata ma sempre presente.

Alessandro Ciribelli

Le foto in uso in questo articolo sono sotto copyright dei fotografi citati, i quali ci hanno permesso, sotto esplicita licenza, di usufruire di queste foto SOLO ad uso esclusivo di questo contenuto e di una storia di pubblicizzazione nel nostro sito Instagram. Pertanto è vietato l’utilizzo di queste foto previa richiesta ai fotografi, di cui trovate sempre Nome – Cognome e possibili contatti nell’articolo.

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Mi trovi al bivio tra il mythos e il logos. Indeciso su che strada intraprendere, racconto la storia della filosofia, storia della scienza e, in generale, tutto ciò che concerne il Pensiero. Ho un cane di nome Jojo. Laureato magistrale in Scienze Filosofiche presso l’Università di Pisa, ho conseguito un Master in Editoria e comunicazione digitale presso Fenysia. Attualmente sono un formatore di AI generativa e insegnante privato.

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