La corsa al Polo Sud vedrà trionfare Amundsen e concludersi tragicamente per Robert Falcon Scott. Partendo dalla spedizione Terra Nova, riviamo le sfide fisiologiche che contribuirono al drammatico epilogo dell’impresa.

Gara per il polo: piccolo contesto storico
Il fatto che ad inizio del Novecento l’Antartide fosse ancora terra di nessuno rappresentò l’innesco perfetto per la cosiddetta “epoca eroica dell’esplorazione antartica” (1895 – 1922). Una corsa che vide diverse nazioni del mondo, animate da interessi politici, economici, scientifici e spirito d’avventura, sfidarsi tra loro alla “conquista” del polo sud geografico.
E in questo contesto, nel 1911, due squadre di esploratori, quella di Amundsen e quella di Scott, disposero i rispettivi campi base alle estremità opposte della piattaforma di ghiaccio di Ross. A non più di 650 Km l’uno dall’altro. Entrambi pronti a raggiungere la meta.
Sarà però Amundsen a piantare per primo la bandiera norvegese al polo sud il 14 dicembre 1911, vantando una certa superiorità dei mezzi a disposizione, nell’abbigliamento e nella preparazione della spedizione. Quando la squadra di Scott arrivò alla meta, il 17 gennaio del 1912, vedendo i colori blu, bianco e rosso della bandiera norvegese danzare al vento del 90° parallelo, non poté che accettare l’amara verità di essere stato battuto sul tempo.

Le insidie nascoste nel ghiaccio
L’entroterra antartico si presenta come un arido deserto di ghiaccio sferzato continuamente da forti raffiche di vento. In questo scenario desolato, gli esploratori si trovarono ad effettuare traversate di migliaia di chilometri, trasportando cibo e attrezzature su slitte spinte da animali o a mano.
Lo stesso capitano Robert Falcon Scott morirà tragicamente durante il viaggio di ritorno per logoramento fisico, indotto dagli stress fisiologici della permanenza in quel regno di ghiaccio. Ricostruiamo attraverso l’estenuante “eroico” viaggio di Scott, quale è stata la concatenazione di cause che hanno determinato il tragico epilogo.
Temperatura
Il primo grande problema è stato sicuramente la temperatura, che anche durante i quattro mesi di estate australe (periodo solitamente scelto per le esplorazioni) non sale mai sopra lo zero. Prendendo un corpo nudo, la temperatura ambientale ideale perché non percepisca né la sensazione di caldo né quella di freddo è circa 28-30°C. Tale valore non scende sotto i 10°C neanche indossando indumenti isolanti. Al di sotto di questo optimum di temperatura, il corpo attiva una serie di risposte fisiologiche volte ad aumentare la produzione di calore extra e a ridurne la dispersione verso l’ambiente esterno.
La sfortuna è che l’evoluzione umana ha avuto origine in zone equatoriali, di conseguenza i nostri adattamenti fisiologici sono molto più efficaci a dissipare il calore in eccesso (più utile nelle zone tropicali), mentre sono più scarsi nel trattenerlo. In particolare, l’équipe di Scott, che era equipaggiato con un abbigliamento poco isolante, sperimentò diverse risposte fisiologiche al freddo:
- il brivido, ovvero la contrazione muscolare involontaria e ritmica con lo scopo di produrre calore interno;
- il fenomeno della vasocostrizione, che produce un isolamento termico naturale tramite la riduzione dell’afflusso sanguigno alle zone periferiche del corpo.
Queste risposte al freddo, però, oltre a rivelarsi inefficienti per le condizioni estreme del polo, finirono per aggravare ulteriormente le funzioni cognitive e psicomotorie degli esploratori, già duramente colpite dalle temperature estreme. Immaginatevi trainare una slitta di diverse centinaia di Kg scossi dai brividi e con le mani e i piedi intirizziti dal freddo!
Sforzo prolungato e nutrizione
La spedizione Terra Nova di Scott durò più di 140 giorni, di cui oltre 100 trainando le slitte. Spingere una slitta su terreno congelato, per 2500 Km, implica un intenso sforzo fisico a causa dell’attrito con la neve secca, i forti venti e l’altitudine elevata.
Se da una parte il lavoro muscolare di traino genera una grande quantità di calore ausiliario per compensare le risposte fisiologiche al freddo, dall’altra ciò implica un alto costo in termini di dispendio energetico! Durante il viaggio ogni membro del team consumò quasi 1.000.000 di kcal. Un dispendio energetico così grande richiede un’adeguata alimentazione in grado di sopperire a tale spesa. Infatti, sperimentare un deficit calorico in Antartide comporterebbe una drastica riduzione della massa corporea, aumentando così sia il rischio di ipotermia sia la perdita di efficienza nella capacità di trainare la slitta.
Tuttavia, dato che gran parte delle razioni di cibo costituiva anche parte del “peso” da trasportare sulla slitta, non si potevano nemmeno trasportare enormi riserve alimentari per queste spedizioni. Ciò implicava un’accurata scelta di cibi che nel minor ingombro possibile avessero i giusti rapporti di energia, di macronutrienti e micronutrienti.

Macronutrienti
Le razioni previste da Scott per la spedizione prevedevano la seguente composizione in macronutrienti: 24% di grassi, 29% di proteine e 47% di carboidrati. Tuttavia, queste razioni, non fornirono l’energia adeguata a compensare il dispendio energetico degli uomini. Lo stesso capitano Scott al momento della morte avrà perso quasi metà del suo peso iniziale!
Inoltre, queste razioni si rivelarono anche sbilanciate dal punto di vista del rapporto grassi/proteine. Le moderne scorte per una spedizione in Antartide, infatti, prevedono un 57% di grassi e solo un 8% di proteine. A parità di peso, queste scorte forniscono più energia rispetto a quelle di Scott, risultando più adatte agli sforzi aerobici prolungati e a bassa intensità, come il traino delle slitte.
Micronutrienti e acqua
Un altro fattore potrebbe essere stato la carenza di micronutrienti, in particolare della vitamina C. Questa vitamina è essenziale per la crescita e la riparazione dei tessuti e oggi una carenza può essere integrata tramite pillole e integratori alimentari. Un tempo la vitamina C era più difficile da assumere, dato che si trovava principalmente in frutta, verdura e carne cruda.
Finché i nostri si trovavano al campo base sulla costa, avevano a disposizione un’ampia gamma di verdure, marmellate e frutta in scatola, insieme a carne di foca cacciata in loco. Tuttavia, dal momento in cui iniziarono ad avventurarsi nell’entroterra antartico divenne sicuramente un problema reperirla per l’assenza di piante e animali da raccogliere o cacciare.
Lo sforzo per trainare una slitta, unito all’aria artica secca e fredda, amplifica la produzione di sudore e aumenta la frequenza respiratoria. Queste conseguenze unite alla stimolazione della diuresi, portano a perdere fino a 5 L d’acqua al giorno. Dunque, anche bere tanto è fondamentale! È altresì vero che l’Antartide è una grande riserva di acqua dolce, ma in una forma difficilmente utilizzabile. L’unico modo è sperare di aver trasportato per il viaggio abbastanza combustibile per fondere il ghiaccio e bollire l’acqua, rendendola potabile. Si pensa che, almeno durante il viaggio di ritorno, Scott e i suoi uomini si siano trovati in condizioni di grave disidratazione probabilmente legata all’esaurimento del combustibile per poter fondere il ghiaccio artico.

L’inganno dell’altopiano
Per raggiungere il polo sud si deve attraversare l’altopiano polare, una distesa di 1000 Km circa, situata a 2.300 m.s.l.m. Con l’altitudine l’aria si fa più rarefatta, ostacolando l’assorbimento e il trasporto di ossigeno ai muscoli. Motivo per il quale anche gli scalatori dell’Everest sono muniti di bombole di ossigeno supplementari per compensare la minor pressione dell’aria.
Infatti, a causa del minor apporto di ossigeno, chi si trova in alta quota sperimenta spesso il “mal di montagna”, che si presenta con sintomi quali mal di testa, percezione di tintinnii e, più rilevanti per chi trasporta slitte, affaticamento, mancanza di respiro e insonnia. Tutto questo, unito alle temperature più rigide e il forte vento, acuisce lo sforzo fisico necessario. Le prove di questa condizione appaiono trascritti non solo nei diari di Scott, ma anche in quelli di Roald Amundsen, il cui team sperimentò affaticamento per i bassi livelli di ossigeno e difficoltà a dormire sull’altopiano polare.
Un ulteriore effetto dell’alta quota è un fenomeno ancora sotto studio: l’apparente perdita di appetito e la sensazione di sazietà in chi staziona ad alta quota. Questa condizione può ingannare una persona inesperta, che è indotta a mangiare meno nonostante il grande dispendio energetico che comporta lo sforzo in quota. La conseguenza è l’inasprimento della perdita di forze e massa corporea.

Sedici chili di straordinaria importanza
Robert Falcon Scott è passato alla storia come il grande sconfitto della corsa al polo sud. Colui che nell’ impresa di raggiungere il 90° parallelo, oltre ad arrivare secondo, perse anche la vita. Però, come spesso accade, la realtà è un po’ più complicata delle storie che la raccontano. A rallentare Scott, infatti non fu solo il logoramento indotto da malnutrizione, disidratazione e freddo estremo. Nella tenda dove furono ritrovati i corpi di Scott e dei suoi compagni venne rinvenuto, tra diari e lastre fotografiche, anche un contenitore con 16 Kg di rocce.
Un peso apparentemente inutile per la sopravvivenza dei tre esploratori, che però Scott volle proteggere a costo della vita! Anzi alcuni sostengono che fu proprio questo peso “extra”, che, unito alla debolezza in cui già versava, gli impedì di raggiungere il deposito con i viveri. Quest’ultimo, infatti, si trovava a meno di 20 Km dalla tenda di Scott.
Ma perché portarsi dietro tutte quelle rocce?
Tra quelle rocce, raccolte nei pressi delle morene del ghiacciaio Beradmore, erano conservati fossili di antichi esemplari vegetali. Queste specie furono successivamente catalogate come appartenenti al genere delle Glossopteris (felci con semi). Questi reperti, insieme ad altri simili rinvenuti in sud America, India, Africa e Australia forniranno la prima prova paleontologica di come l’Antartide fosse anticamente unito a queste regioni a formare un unico grande supercontinente: il Gondwana. Ma soprattutto aiutò a capire meglio la storia del continente bianco, dimostrando che non fu sempre e solo una distesa di ghiaccio. Ci fu un tempo in cui ospitò piante, fiumi e foreste, le cui tracce ora dormono sepolte sotto una spessa coltre di ghiaccio in attesa di essere scoperte.
Valutare dunque la figura di Scott e della sua spedizione solo dal punto di vista del fallimento organizzativo dell’impresa al polo è troppo “riduttivo”. Amundsen e Scott, infatti, rimarranno per sempre legati tra loro come i due grandi avversari della corsa al polo sud, ma in realtà è come se avessero gareggiato su due piani completamente diversi.
Amundsen, con un interesse che era focalizzato unicamente al raggiungimento della meta nel modo più veloce ed efficace.
Scott invece, seppur interessato al raggiungimento del polo, era forse animato da un maggiore interesse nei confronti della ricerca scientifica.
Un interesse che lo ha portato a sacrificare sia la gloria del primo posto che la vita stessa!
Fonti:
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