Riportare in vita specie estinte è possibile. Ma è davvero necessario?

L’avanzamento tecnologico nel campo della genomica negli ultimi 35 anni è stato veramente impressionante in primis con il progetto “Genoma Umano”. Chi non ha mai sognato di vedere un giorno un branco di mammut che solca le steppe siberiane o magari un dinosauro come in Jurassic Park. Tutto ciò è giusto? Quali sono i rischi?

I “piccoli” traguardi della scienza

Ultimamente si parla sempre più spesso di riportare in vita specie estinte tramite la de-estinzione, un concetto apparentemente fantascientifico. Negli ultimi 30 anni la genomica, la scienza che studia il genoma e il DNA degli esseri viventi, e la paleogenomica, che si occupa del DNA antico, si sono sviluppate enormemente. Per citare uno dei tanti traguardi c’è il sequenziamento del DNA di alcuni mammiferi vissuti a partire da 5 milioni di anni fa. Ad esempio il mammut grazie a dei ritrovamenti nel permafrost siberiano. Tutti, spero, abbiamo visto il film di Steven Spielberg Jurassic Park (1993) che fa riflettere sui rischi e benefici del riportare in vita dinosauri o altri animali estinti. Mentre la tecnologia avanza, la comunità scientifica e filosofica si trova a dover rispondere a una domanda fondamentale: se possiamo, dobbiamo davvero farlo?

Ricostruizione di esemplare di mammut. (Image by Thom Quine, CC BY 4.0)
Istruzioni su come resuscitare una specie

Qual è stato l’evento che ha fatto scattare nell’uomo l’esigenza di riportare in vita una specie estinta? Probabilmente, la pecora Dolly. La pecora Dolly è uno dei primi, e forse il più iconico, animale mai clonato. Esistono tre percorsi principali attualmente considerati dalla comunità scientifica per riportare alla vita specie estinte:

Il Back-breeding (Incrocio selettivo all’indietro): consiste nel selezionare individui di specie viventi che conservano tratti ancestrali della specie estinta, incrociandoli per generazioni fino ad arrivare al suo aspetto originario. Un esempio è il tentativo di ricreare l’Uro (l’antico bovino selvatico europeo) a partire da razze bovine domestiche. O anche il Quagga, un equino simile a una zebra e a un cavallo. Questa tecnica punta a ricreare l’aspetto arcaico di questi animali, non il loro genoma.




Rappresentazione del bovino selvatico europeo Uro (Bos primigenius)
(image by Jaap Rouwenhorst; Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported)
Un esemplare tassidermizzato di Quagga (Equus quagga quagga) (image by Vassil, Creative Commons CC0 1.0 Universal Public Domain Dedication)


La Clonazione tramite cellule somatiche:
questa tecnica prevede la fusione del nucleo di una cellula somatica preservata della specie estinta con un ovulo senza nucleo di una specie vivente affine, il quale viene poi impiantato in una madre surrogata.
Questa tecnica è stata utilizzata per riportare in vita lo stambecco dei pirenei, l’unica specie ad essersi estinta 2 volte.

Non è possibile applicare questa tecnica utilizzando DNA troppo antico perché si degrada con il tempo.

L’Editing Genetico (Ingegneria Genetica):
Attraverso il sequenziamento del DNA antico estratto da fossili o reperti museali, gli scienziati mappano il genoma estinto e utilizzano strumenti come CRISPR per modificare il genoma di una specie vivente strettamente correlata (es. l’elefante asiatico per il mammut), rendendolo quasi identico a quello ancestrale.

Dolly, la famosa pecora clonata. Oggi il suo corpo è conservato, tassidermizzato, presso il National Museum of Scotland a Edimburgo.
(image by Mike Pennington, Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic)
L’uomo vuole giocare a fare Dio”

I sostenitori della de-estinzione muovono le loro argomentazioni principalmente su due fronti: la giustizia riparatrice e il ripristino del valore ecologico. Molte delle specie candidate alla de-estinzione, come il tilacino (la tigre della Tasmania, estinta nel 1936) o il piccione migratore (estinta nel 1914), si sono estinte a causa dell’impatto antropico e della distruzione degli habitat. Da un punto di vista etico, l’essere umano avrebbe l’obbligo morale di “correggere il proprio errore”. Inoltre, reinserire queste specie potrebbe aiutare gli ecosistemi. Il mammut lanoso, grazie al suo calpestio e alla sua alimentazione, mantenevano la steppa artica, impedendo lo scongelamento del permafrost e il conseguente rilascio di massicce quantità di gas serra.

D’altro canto, si pensa anche al benessere animale. I processi di clonazione interspecifica e ingegneria genetica sono caratterizzati da tassi di successo molto bassi (spesso inferiori al 5%).

La seconda obiezione è di natura ecologica. Gli ecosistemi sono strutture complesse in continua evoluzione. Un habitat che ospitava una specie mille o trecento anni fa oggi non esiste più o ha trovato un nuovo equilibrio. Inserire una specie “risorta” potrebbe trasformarla in una specie aliena invasiva, introducendo nuovi patogeni, alterando le catene alimentari esistenti o entrando in competizione distruttiva con specie autoctone già minacciate. Infine, vi è l’argomento filosofico dell’hybris, l’arroganza umana. Promuovere la de-estinzione rischia di lanciare un messaggio culturale devastante: l’idea che l’estinzione non sia irreversibile. Se la società si convincesse che la biotecnologia possa “riparare” l’estinzione, l’urgenza politica ed economica di proteggere le specie oggi in pericolo e preservare i loro habitat naturali verrebbe ridotta, depotenziando gli sforzi della biologia della conservazione tradizionale. Ian Malcolm, nel film Jurassic Park del 1993, afferma che “l’uomo vuole giocare a fare Dio”.

Magari… però

Come ricorda Beth Shapiro, non dobbiamo commettere l’errore di pensare alla de-estinzione come alla creazione di copie identiche, bensì alla “rinascita” di organismi in grado di riprendere le funzioni ecologiche perdute. Attenzione, la de-estinzione non può e non deve essere considerata una strategia di conservazione o un rimedio magico alla crisi della biodiversità (l’inquinamento, il bracconaggio e la crisi climatica). Se l’umanità deciderà di riportare in vita il tilacino, il mammut o la tigre dai denti a sciabola, dovrà farlo con estrema attenzione ecologica e scientifica analizzando a fondo i rischi per il benessere animale e gli equilibri planetari. La vera sfida del nostro secolo rimane quella di proteggere la vita che ancora popola la Terra; perché far risorgere una specie serve a poco se, nel frattempo, continuiamo a bruciare la foresta in cui dovrebbe vivere.

Marco Tersigni

Bibliografia

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https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Aurochs_reconstruction.jpg).

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