La fotografia può essere concepita come la ricerca quasi ossessiva dello scatto perfetto: e se non fosse solo questo? In questa intervista Alessandro Belloni (sito web: www.alessandrobelloniphotography.com, profilo Instagram: @alessandrobelloniph), pilota di professione e fotografo per passione, ci mostra tramite la sua personale esperienza che in realtà in fotografia il detto “cogli l’attimo” significa anche e soprattutto godersi il momento che si vive al di là dello scatto.

Un fotografo viaggiatore
Ciao Alessandro. Guardando le foto della tua pagina Instagram ho notato subito la cura con cui effettui i tuoi scatti e subito mi sono chiesto quale fosse la tua storia da fotografo. Quindi parto subito in medias res: come e quando è nata la passione per la fotografia?
Quando ero piccolo, diciamo intorno ai 10 anni, mio padre mi ha regalato una sua vecchia Nikon Coolpix. Ho cominciato a fare foto un po’ a tutto. Poi sono sempre stato appassionato di animali, documentari e simili. Appena ho cominciato a lavorare, con i soldi messi da parte, ho comprato la prima macchina fotografica più o meno seria. Intorno ai 21 anni ho capito che mi interessavano in particolare gli animali, quindi mi sono dedicato alla fotografia naturalistica.
Quindi sei un fotografo di professione?
Sono un fotografo amatoriale. È un hobby, il mio lavoro è un altro, però siccome viaggio tanto per lavoro, ogni tanto mi porto la macchina fotografica e cerco di scattare più che posso, insomma.
E il tuo lavoro in cosa consiste?
Faccio il pilota! Quindi viaggio molto e quando so che vado in qualche posto pertinente alla fotografia naturalistica mi informo prima sui luoghi dove potrei andare, mi porto la macchina fotografica e provo a fare qualcosa.
Più o meno quanti posti hai visitato fino ad ora?
Sono stato un po’ dappertutto: Europa, Nord America, Sud America, Africa, Australia, Asia. Davvero dappertutto. L’unico posto dove non sono stato è in Antartide. Questo però per lavoro. Per i viaggi in cui ho scattato foto ovviamente è un altro discorso. Anche in questo caso posso dirti che, per quanto riguarda l’Europa, sono stato un po’ dappertutto. Ovviamente in Italia, poi Spagna, Francia, Austria, Finlandia, Polonia, Inghilterra. Sono stato anche in Africa, Namibia e Sudafrica. Poi nel Borneo malese e qualche altro posto dell’Asia.

Qual è stato il tuo ultimo viaggio in cui hai fatto fotografia naturalistica?
Allora, l’ultimo viaggio prettamente dedicato alla fotografia è stato a maggio. Sono stato una settimana in Sudafrica, nel Kruger. Però una parte della riserva privata del Kruger, che dà il vantaggio di poter andare in fuoristrada e stare più vicino agli animali. Quindi fare foto di maggiore impatto. Siamo stati lì una settimana in un lodge tendato e scattavamo di giorno.
Hai parlato di fare foto da posti protetti, come all’interno di una jeep. Quanto è pericolosa questa attività?
Senza dubbio bisogna sapere quello che si va a fotografare. Parliamoci chiaro, non si può pretendere di fotografare un orso a 5 metri di distanza. Parte tutto dal fare ricerca, no? Può essere online, trovare persone che ti sappiano dare informazioni e cercare lo spot per fotografare quella specie. Poi ovviamente bisogna conoscere anche la specie stessa ed essere rispettosi del suo spazio. Bisogna adattarsi e cercare di disturbare il meno possibile.
I viaggi e gli imprevisti
C’è qualche esperienza particolare, qualcosa di strano o pericoloso, o semplicemente qualcosa di simpatico che ti è accaduto durante uno dei tuoi viaggi?
Un’esperienza che mi è rimasta impressa l’ho avuta in Polonia. Stavamo cercando i bisonti, in un posto rinomato dove il bisonte europeo è allo stato brado. La foresta è divisa in griglie, un po’ come le strade di Manhattan. Facevamo avanti e indietro in macchina: ad un certo punto vedo due cervi: erano una madre con il piccolo. Abbiamo dovuto frenare quasi all’improvviso perchè hanno attraversato in velocità la strada. Mi sono chiesto il perchè di questo atteggiamento, quando subito dopo improvvisamente passa un lupo. Tutto in una manciata di minuti. Poi ci ha fermato la polizia e quindi non sono riuscito a fare nemmeno una foto. Quando ci hanno lasciati andare, abbiamo fatto il giro e c’erano le impronte di tutto il branco. Quella è stata una bella scena, anche solo vederla. Non si basa tutto sulla fotografia, ma piuttosto sul vivere il momento.
Di solito come organizzi i tuoi viaggi? Visto che sei un pilota magari approfitti della situazione, porti la camera e fotografi.
O vado con mia moglie, o vado con amici o entrambi. Faccio parte di un gruppo di fotografia. Uno dei membri è un fotografo molto famoso che organizza viaggi fotografici. Conosce le guide locali, ha tutte le informazioni. Altrimenti, se vado per conto mio mi informo prima, magari su internet, o chiedo ad amici che hanno contatti o che sono già andati lì e mi sanno dare un po’ più di informazioni. Bisogna informarsi per trovare i posti migliori per scattare belle foto. Si tende ad andare in un posto dove, magari, quell’animale si vede più facilmente, o dove quell’animale magari può essere più confidente. Oppure in un posto dove ci sono capanni fotografici. Ovviamente è tutto abbastanza relativo e dipende dal tipo di viaggio, perché appunto un safari fotografico è ben diverso da un viaggio trekking nella giungla per andare a vedere gli orangotango in Borneo.
L’attrezzatura
E di solito che attrezzatura utilizzi?
Allora, diciamo che la gente è troppo fissata con l’attrezzatura, in generale lo sono anche io, però non penso che sia così importante. Ciò che è fondamentale è uscire, fotografare con quello che uno ha e poi nel tempo cambiare attrezzatura. Detto questo, io principalmente fotografo con un obiettivo che è il 400mm con diaframma 2-8. Io uso Nikon, poi ovviamente ho un secondo corpo macchina e altri obiettivi per cambiare, ma tendenzialmente sono uno molto minimalista. Ho il 400mm che uso il 99.99% delle volte, mi porto appresso il 35mm, ogni tanto il 105mm macro, dipende da cosa sto andando a fotografare, ma il 400mm per me va più che bene.
Invece riguardo la mimetica?
In Italia tendo a mettermi vestiti caldi e impermeabili, perché nei luoghi in cui si va molto spesso fa freddo, piove. Poi ci si siede per terra ed è umido. Infine teli e reti mimetiche da mettere su sé stessi, su treppiede, obiettivo e corpo macchina per cercare di camuffarsi il più possibile. Bisogna inoltre mettersi in un posto adatto, non nel mezzo di un sentiero dove si sa che passano branchi di lupi, in modo da sembrare parte della vegetazione. Perché se mettersi in mimetica in mezzo a un campo non ha minimamente senso.

Metodo di scatto
Ho notato che per lo più, ovviamente non sempre, il tuo tipo di fotografia è una specie di ritrattistica. Mi sembra che il tuo scopo sia quello di rappresentare l’animale particolare, cioè l’animale come soggetto unico. Tendi a fare emergere anche l’emotività dell’animale: la zebra che fa la linguaccia, o l’orso che è annoiato, oppure anche i macachi, anche l’orango che si appende. Quindi cosa mi dici del fine della tua fotografia?
Quando una persona fotografa cerca di catturare un’azione particolare dell’animale per rendere il tutto più interessante: foto di animali ce ne sono un’infinità. Invece che rappresentano una scena specifica, un’espressione, ce ne sono un po’ di meno. Io pubblico foto che piacciono in primis a me per l’espressività o solamente dal punto di vista prettamente fotografico: se è una bella foto, la pubblico. Questo discorso dei close-up che faccio, detto proprio sinceramente, è semplicemente frutto dei social, per avere un minimo di engagement. Infatti le persone sono più attratte da foto che occupano lo schermo per intero e che sono ben visibili. Poi ovviamente sì, mi piacciono le espressioni, le scene, il fatto che avendo un soggetto molto vicino, tendo a sfocare completamente lo sfondo, quindi vengono quei colori molto particolari: magari posso far venire anche un effetto bokeh però, ecco. Prettamente è questo: io pubblico quello che mi piace.
L’espressività degli animali
Ho visto e mi è piaciuta molto, quindi ti volevo chiedere un po’ la storia di quello scatto dove c’è il macaco dalla coda lunga con la madre. In quella foto il protagonista è il cucciolo, ma secondo me ciò che rende quella foto molto bella, oltre gli occhi del piccolo, è la mano della madre che lo tiene. Quando ho visto quella foto ho pensato subito ai dipinti della Madonna col Bambino. So che può sembrare strano, però in realtà ciò che caratterizza quei tipi di dipinti è proprio la mano che tiene il bambino.
Ero a Bali a piedi e c’era questa mamma di macaco con questo piccolo in braccio. Se lo portava dietro e se ti avvicinavi troppo, per proteggerlo se lo metteva in braccio. Era una scena molto tenera! Anche perché sembrava che il piccolo guardasse la madre verso l’alto, quindi mi piaceva proprio l’espressività che ricordava molto quella umana, è impressionante quando la vedi da così vicino.

Visto che tu ti focalizzi sulle espressioni degli animali, sei cosciente che quando vai a pubblicarle vengono interpretate da chi le vede come se fossero quasi umane. Quindi cosa pensi delle loro espressioni?
Secondo me le espressioni degli animali sono interessanti perché noi appunto le interpretiamo, cerchiamo di tradurle in una nostra espressione, anche se molto spesso non sono tali. Sono interessanti perché sono interpretabili in vari modi. Per esempio una scimmia che a noi sembra sorridere, probabilmente non sta sorridendo, ma sta facendo vedere i denti, però il fatto interessante è che noi gli diamo il significato che gli vogliamo dare per come siamo abituati a vedere quell’espressione.
Hai mai la sensazione che gli animali che tu fotografi si sentissero spiati? Ti dico questo perché in alcune delle tue foto sembra che l’animale osservi te, il fotografo.
Dipende da situazione a situazione. Quando si fa appostamento si cerca di disturbare il meno possibile e di essere il più mimetico possibile! Teoricamente l’animale non ti vede, non ti sente, non ti annusa. Poi magari se sente un rumore, alza d’istinto la testa e ovviamente è lì che fai la foto, no? Quando tende a guardarti, la foto è più d’impatto. Quindi capita che l’animale si senta osservato ma non sappia che sei lì. Nella maggior parte dei casi però sa che c’è qualcosa. In generale il fotografo tende a fare una foto d’impatto e quindi una foto dove perlomeno sembra che l’animale lo stia guardando.

Bellezza come sensibilizzazione e “carpe diem”
Nella tua pagina dici che per te la fotografia è un modo per rendere l’uomo consapevole non solo della bellezza degli animali, ma anche della loro fragilità. Pensi che la tua fotografia possa rendere più sensibile l’uomo?
Senza dubbio molti tipi di fotografia possono rendere più sensibile l’uomo. Ovviamente se si fa la foto a una foca con della plastica intorno al collo è una foto di impatto che fa riflettere. Io ho foto del genere, però per quanto vorrei condividerle, tratto la fotografia in maniera diversa, un po’ più come un’arte, quindi cerco di far vedere quanto sia bella la natura, cercando in maniera implicita di sensibilizzare la gente.
E quindi da lì nascerebbe la sensibilizzazione, perché fotografare l’animale significa avere rispetto per il suo spazio, sei d’accordo?
Secondo me dipende da come uno fotografa perché negli anni ho visto tante scene, soprattutto in posti molto conosciuti in Italia, di fotografi rincorrere i cervi durante il bramito, cioè il richiamo d’amore, avvicinarsi troppo solo per fare la foto. Quindi la bella foto sensibilizza più che altro il pubblico che la guarda. Dal punto di vista fotografico e dei fotografi penso che vada fatto un discorso diverso, cioè che vada insegnato il rispetto verso gli animali quando si fotografa qualsiasi sia il contesto.Perché se vuoi fotografare un orso con dei piccoli, avvicinarsi non è una buona idea a meno che non sia lontano. Io invece non ricerco esclusivamente lo scatto perfetto. Io voglio vivere quel momento, voglio andare con gli amici a fare fotografia, mi voglio svegliare all’alba. Magari mi addormento sotto l’albero, mi sveglio che albeggia, vedo un animale…
Quindi cosa si prova ad andare in cerca dell’animale? In quel contesto tu vivi la quotidianità degli animali, come vivi l’appostamento?
Quando si fa un appostamento bisogna essere pronti a non vedere niente o vedere qualcosa e non fotografare. Ad esempio io la maggior parte delle volte che vado non scatto o perlomeno faccio fotografie che non pubblicherò mai, le conservo perché voglio ricordare il momento vissuto.
Considerando che l’occhio di chi fotografa è quasi tutt’uno con ciò che fotografa, tu percepisci distanza o vicinanza da ciò che fotografi?
Io percepisco più una vicinanza. Nel senso, ovviamente tu hai l’occhio nella macchina o perlomeno vedi lo schermo, quindi la situazione che vivi è come se ti circondasse, anche se l’animale è lontano. Mi spiego, se stacchi l’occhio dalla macchina fotografica e guardi al di là di essa, del treppiede, del capanno, comunque stai vivendo una situazione unica. Dal mio punto di vista è come stare dentro la scena, viverla e fotografarla.

Puoi raccontarmi dello scatto dei due ghepardi che si leccano?
Allora quella è una scena molto specifica. Lì i ghepardi sono in semi cattività al centro di recupero in Namibia (CCF). La scena è particolare perché sono due femmine impossibilitate ad essere reintrodotte in natura. Vedi, è raro che si comportino così allo stato brado, tuttavia trovandosi in quel contesto hanno sviluppato dei comportamenti unici, anche molto dolci, che comunque riflettono il loro stato di semi cattività.
Il consiglio del fotografo
Ti chiedo se vuoi mandare un messaggio a chi vorrebbe iniziare a fare fotografia naturalistica.
Senza dubbio consiglierei di leggere, informarsi prima di tutto sulla fotografia per imparare a scattare, le regole della composizione, come funziona la propria macchina, eccetera. Per quanto riguarda la fotografia naturalistica, io ad esempio da autodidatta ho cominciato su YouTube. Avrò visto qualche migliaia di video sulla fotografia in generale, la fotografia naturalistica, poi ci sono molti fotografi che scrivono libri. Io in particolare ho letto tutti i libri di un fotografo americano, informativi proprio dal punto di vista tecnico sulla fotografia naturalistica. Consiglio senza di dubbio fare viaggi o workshop con un esperto che sappia insegnare e trasmettere sia la passione per la fotografia che la passione per gli animali e il rispetto sia per essi che per il territorio.
Le foto in uso in questo articolo sono sotto copyright dei fotografi citati, i quali ci hanno permesso, sotto esplicita licenza, di usufruire di queste foto SOLO ad uso esclusivo di questo contenuto e di una storia di pubblicizzazione nel nostro sito Instagram. Pertanto è vietato l’utilizzo di queste foto previa richiesta ai fotografi, di cui trovate sempre Nome – Cognome e possibili contatti nell’articolo.








