GALILEO GALILEI: E PUR SI MUOVE…

Immaginate di vivere in un’epoca in cui la Terra è immobile, al centro dell’universo. Il cielo notturno è un immenso schermo piatto, in cui le stelle, i pianeti e persino il Sole orbitano attorno il globo. All’improvviso, udite la voce di qualcuno emergere dal frastuono assordante della folla, esclamando: “E pur si muove”. È la voce di un uomo, un folle per molti, che sfida le convenzioni del vostro tempo. È uno scienziato che ha puntato il cannocchiale verso il cielo, ridefinendo la nostra comprensione dell’universo e il nostro approccio alla scienza.

Signore e Signore, fate un bell’applauso al nostro Galileo Galilei!   

Galileo Galilei – fonte: fonte: https://commons.wikimedia.org/

Bona! Com’è? 

Ciao Galileo e benvenuto in questo nostro ciclo di folli interviste. Mi fa molto piacere averti come ospite, qui con noi. So che sei stato uno scienziato fuori dalle righe. 

Ma va là! l’è stata una vita normalissima, sia come scienziato che come uomo.  

Eri spregiudicato, irascibile e partecipavi volentieri alle risse…

Suvvia! Chi non esce fuori da li gangheri quando un grullo l’è ottuso. 

Amavi le donne!

Lo cor si spaura quando lo sguardo giace su figure femminili. Chi bischero non riesce ad amarle? 

Intendo che le amavi veramente tanto. Non di rado frequentavi bordelli! Insomma, avevi il vizietto. 

Le donne son lo purgatorio delle borse, lo paradiso del corpo e l’inferno de l’anima. Non tutti possiamo conviverci, ma niuno può viverne senza

Poi, hai falsificato il tuo curriculum, dissacrato le scritture aristoteliche e le credenze ecclesiastiche…

Bischerate da fanciullo.

Hai persino scritto un poemetto satirico contro il sistema accademico, offendendo svariati professori. 

Oimè! Confesso, son colpevole. Non sapea d’essere sotto inquisizione (di nuovo). A mia scusa, posso dire che molti maestri lo meritavano. Ebbi solo l’ardire di fare ciò che molti discenti pensano

Questo, senza ombra di dubbio. Ricominciamo! Vorresti raccontarci un po’ di te? 

Nacqui in Pisa, al quindicesimo dì di febbraio, dell’anno 1564. Vincenzo Galilei, mio padre, era musico, e Giulia Ammannati, mia madre, da nobile stirpe discendeva. Per compiacere al desiderio paterno, mi iscrissi all’Università di Pisa per apprendere l’arte medica (1580). Ma quello era il sogno di lui, non il mio. Infatti, compresi tosto che la medicina non era la mia via. Non mi garbava affatto! Per fortuna, negli anni universitari, conobbi Ostilio Ricci, grandissimo amico e valente matematico, che mi mostrò la natura pratica di quella materia così astratta. Ricci mi fece intendere che la matematica era uno strumento indispensabile per risolvere problemi di meccanica e ingegneria. E fu grazie a questa epifania che realizzai la mia prima scoperta significativa: l’isocronismo delle oscillazioni del pendolo.

Che tradotto in parole semplici significa? 

Significa che ‘l tempo adoperato da un pendolo a compiere un’oscillazione intera è indipendente dall’ampiezza dell’oscillazione medesima. L’intuizione mi venne osservando le oscillazioni d’una lampada nel sacro duomo di Pisa. Il fenomeno dell’isocronismo concede al pendolo un ritmo costante, rendendo così gli orologi a pendolo assai precisi nel misurar del tempo. Questa scoperta mi entusiasmò tanto, ch’io abbandonai gli studi di medicina, dedicandomi alla matematica e alla meccanica.

Fammi capire bene! Te sei passato alla storia come uno dei più grandi scienziati e matematici di tutti i tempi, ma sei completamente autodidatta? 

Certamente! Le lauree, i titoli… son vani ornamenti, decorazioni per cose e nomi usati per fregiarci. La vera differenza la fanno l’ardore, la dedizione e il sacrificio verso l’arte che si ama. E, ovviamente, un’ampia rete di fidati e amici, che arricchiscono il tuo sapere e ti danno un altro punto di vista sulle cose.

E dopo gli studi universitari, senza titolo come hai fatto ad ottenere la cattedra di matematica a Pisa nel 1589? 

Te l’ho detto… per amicizia. L’avere amici ti disserra tante porte.

Ah, ecco la famosa “raccomandazione” italiana. Oh, in cinquecento anni di distanza, nel “Bel paese” non è mai cambiato nulla. Non che non te lo meritassi, sia ben chiaro. Cosa hai fatto a Pisa? 

In Pisa palesai il mio metodo pedagogico, fondato sull’osservazione e la ragione, in contrasto con l’approccio aristotelico, basato sull’autorità. La natura è un libro scritto nel linguaggio matematico, che è l’unico strumento con cui possiamo indagare l’universo. Basta osservare, fare ipotesi, sperimentare e validare o confutare.

Insomma, hai eretto i pilastri del metodo scientifico e del pensiero critico.

Eh, vedi che ci son giuste raccomandazioni. Nell’anno del Signore 1592, mi trasferii all’Università di Padova, tenendo lezioni di meccanica e continuando a sperimentare. Furono i miei migliori diciotto anni di vita.

E da insegnante hai fatto la tua fortuna. 

Macché. Arrotondavo facendo oroscopi su commissione per reali, nobili e persone dell’alta borghesia. Oh, come astrologo ero richiestissimo, assai più che come astronomo. Lascia che ti mostri, dammi la tua mano.

In che senso? 

Porgi la mano, ch’io la legga 

(gli ho porto la mano. Lui, dalla tasca, ha sfoderato un mazzo di carte da veggente e ha cominciato a farneticare parole incomprensibili) 

Occhio e malocchio, prezzemolo e finocchio… Aglio, fravaglio, fattura che non quaglia, corna e bicorna, testa d’alice e d’aglio…

Ma che stai dicendo? 

Un attimo di pazienza, ho quasi fatto. Sciò sciò ciucciuvè… Ecco qui, ho lo responso. Oggi uscirai?

Penso di sì. 

Bene, e incontrerai un’anima che non ti saresti aspettato. Cento monete son, a te rendute, grazie!

E vabbé, ma così sono buoni tutti, scusami. E le persone veramente credevano a queste cose da fuffaguru? 

Queste arti da fuffaguru, come tu le nomi, molto bene mi han fatto vivere e campare. Grazie a questo mestiere, ho conosciuto patrizi, principi e persino cardinali di gran valore. E pur, dimmi tu, che oggi le genti non credono più agli oroscopi? Alla chiaroveggenza? Alle sedute spiritiche e alle pratiche esoteriche per attirare su di loro la fortuna?

Touché. Quindi, sei stato anche il Paolo Fox del seicento? 

Chi è costui? 

Lascia stare. 

Molto mi son dedicato all’astrologia, e benché fossi stato denunciato all’Inquisizione di Padova per queste pratiche, il procedimento fu poi bloccato dal Senato della Repubblica Veneta.

Ah, altro che Paolo Fox, siamo ai livelli di Vanna Marchi. Mettiamo da parte la divinazione e torniamo alla scienza. Quando hai capito che il cannocchiale, prima di te usato per la navigazione marina, potesse essere adoperato per lo studio astronomico? 

Il venticinque d’agosto dell’anno mille seicento e nove, quando potenziai il cannocchiale e lo puntai verso il cielo notturno. Grazie a questo espediente, proposi una nuova visione del mondo celeste: scopersi le lune di Giove, che chiamai “stelle medicee” (in onore di Cosimo II de’ Medici), le fasi di Venere, le macchie solari e la struttura rocciosa della Luna. Nell’anno mille seicento e dieci, mi trasferii a Firenze come “Matematico primario” e “Filosofo” del Granduca di Toscana”. E pubblicai le mie scoperte astronomiche nel “Sidereus Nuncius“. Le mie osservazioni supportavano il modello eliocentrico di Copernico, sfidando il modello geocentrico aristotelico-tolemaico. Ma come ogni grande scoperta che si rispetti, anche le mie suscitavano apprezzamenti e indignazione.

Nell’anno 1616, il cardinale Bellarmino mi impose di abbandonar la teoria copernicana. Ma, nonostante ciò, continuai a difendere le mie idee, e così giunsi a pubblicare il “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo” nell’anno mille seicento trentadue. Un libro che fu considerato eretico dalla Chiesa, e che mi portò al mio processo inquisitorio nel 1633, dove, a malincuore, fui costretto ad abiurare. Era fatta, ancora una volta la Chiesa aveva fermato il progresso scientifico. Ma la fede scientifica, come quella religiosa, non può essere soggetta alle leggi degli uomini. Così, prima di varcare la soglia del tribunale e andarmene sconfitto, mi voltai e dissi: «E pur si muove», riaffermando la mia convinzione sulle teorie copernicane e gridando al mondo la verità.

Appunti di Galileo Galileo sul moto di Giove –
fonte: https://commons.wikimedia.org/

Trascorsi gli ultimi anni della mia vita in arresto domiciliare ad Arcetri, vicino a Firenze. Nonostante le restrizioni, continuai a lavorare e a scrivere. Solo i familiari potevano farmi visita, dietro preventiva autorizzazione, condizione che rese ancor più dolorosa la perdita di mia figlia Maria Celeste, l’unica con cui avessi mantenuto legami. Rimasi solo, fino all’ultimo giorno di cui ho memoria, l’8 gennaio 1642.

Mi dispiace moltissimo sia per tua figlia che per l’esito delle tue vicissitudini. Spero di risollevarti affermando che la scienza, così come la conosciamo, non sarebbe mai esistita in tua assenza. Ad esempio, le famose leggi della relatività, nascono proprio da te. Ce ne vuoi parlare? 

Mentre lo studio del moto dei corpi perseguivo, compresi che le leggi della fisica son le stesse in tutti i sistemi che a velocità costante si muovono, l’uno rispetto all’altro. In altre parole, se vi trovate su un treno, che a velocità costante si muove, e un esperimento fate…allora, otterrete gli stessi risultati che se immobili sulla terra ferma.

Questo principio è stato chiamato “relatività galileiana”, in suo onore e ha gettato le basi della meccanica classica. Prima della questa scoperta, si credeva che le leggi della fisica fossero diverse in sistemi in movimento rispetto a quelli in quiete.

Ma, invece, non è così. Tuttavia, se il vostro treno prima accelera e poi decelera, ovvero si comporta come un sistema non-inerziale, allora dovrete aspettarvi risultati diversi dal vostro sistema di riferimento. Per avere uno studio oggettivo di un fenomeno, soprattutto quando si studia il moto di un corpo, bisogna metterlo in relazione con un altro corpo (o sistema). Ergo, tutto è relativo!

Mi sembra di averla già sentita questa frase. 

Ah, sì! Chi è sto bischero che mi ha copiato? 

“Copiato” è una parola forte…se mai, ispirato. Il tuo principio di relatività ha fatto nascere legge del moto di un certo Isaac Newton. 

Un pusillanime? 

No, era uno veramente in gamba. Tanto che le sue leggi (e di conseguenza anche le tue), hanno ispirato gli scienziati del mondo a venire. Fino ad arrivare ad un certo Einstein e le sue leggi della relatività.

Caro Galileo, senza le tue teorie sulla relatività, le tue scoperte e invenzioni, la nostra comprensione delle leggi della fisica e del mondo sarebbe molto diversa. Quindi, a nome di tutti, grazie! 

Riferimenti

Mario Russo

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Laureato in Ingegneria Meccanica. Da sempre appassionato di arte, scienza e tecnologia. Un inguaribile nerd, un tipo bizzarro con tendenze filosofiche, e un approccio alla scienza anticonvenzionale, perché c’è un modo spregiudicatamente artistico nel fare Scienza!

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