Gli eventi passati sono come terremoti, le cui onde sismiche attraversano tempo e spazio. Quelli che chiamiamo “retaggi del passato” altro non sono che echi di queste vibrazioni che giungono fino al presente, condizionando la percezione che abbiamo ad esempio del “bello” o “brutto”, del “buono” e “cattivo”. In Occidente, tali echi non sono stati particolarmente misericordiosi con rettili e anfibi. Fin dagli albori del Medioevo, questi esseri sono stati bollati dalle Sacre scritture come impuri. Complice da una parte le caratteristiche fisiche ritenute poco gradevoli e dall’altra alcuni aspetti comportamentali tipo vita notturna o un verso sgraziato, questi animali si sono resi protagonisti di indegne torture e uccisioni dettate da un’insensata paura nei loro confronti.

Ecco che la fotografia naturalistica, può costituirsi in questo senso, alabarda in grado di bucare lo spesso drappo dell’ignoranza e diffondere la luce della conoscenza; sostituendo al terrore verso rettili e anfibi, il fascino per la variabilità di colori, trame e disegni che contraddistinguono queste meraviglie della natura. A tal proposito, dopo aver intervistato Emanuele Biggi su questo tema, oggi siamo con Luca Ghezzi (@lucaghezzi_wildlife su Instagram), fotografo naturalista, per approfondire proprio questo tema e conoscere meglio la realtà di questi sensazionali organismi con il quale condividiamo il pianeta.
Facendo la conoscenza di Luca: quale passione nasce prima?
Ciao Luca, grazie per aver accettato di prendere parte a questa rubrica fotografica messa a punto al fine di far luce, mediante l’esperienza di fotografi naturalistici come te, su quelli che sono sia gli aspetti tecnici che stanno dietro questa branca fotografica sia gli aspetti ecologici per poterla eseguire nel modo meno impattante possibile. Ma a proposito di “far luce”, iniziamo da te: immaginando di essere di fronte a qualcuno che non ti conosce, come descriveresti brevemente Luca Ghezzi al di fuori dell’essere un fotografo naturalistico?
La mia formazione accademica si è svota a Milano, dove ho conseguito la laurea triennale in Scienze Naturali e successivamente la magistrale in Biogeoscienze. Credo che la passione per gli animali sia in me fin dalla nascita. Fin da bambino ero solito raccogliere insetti e allevarli in appositi box, attendere i momenti riproduttivi, aspettare la deposizione delle uova e annotare meticolosamente ogni osservazione su un quadernino. Questo profondo interesse non mi ha mai abbandonato nel corso della vita.
Diversa è stata l’evoluzione della passione per la fotografia, una seconda inclinazione iniziata in adolescenza ma coltivata in modo discontinuo, con periodi di forte interesse alternati a lunghe pause.
Ad un certo punto della mia giovinezza, ho sentito il richiamo dell’avventura e sono partito per l’Australia, dove ci sono rimasto per quasi due anni. Durante quel periodo, ispirato dalla fauna unica del continente, ho deciso di comprare l’attrezzatura fotografica e ho iniziato a dedicarmi alla fotografia naturalistica in modo costante e metodico. Cercavo e fotografavo qualsiasi tipo di animale, tuttavia ho sempre avuto un debole per rettili e anfibi.
Come e quando è nata la passione per rettili e anfibi in particolare?
Andando nel bosco fin da piccolo, nonne e zie mi dicevano di stare attento a dove andavo perché c’erano le vipere, purtroppo in montagna tutt’ora vengono ancora demonizzate e uccise. Eppure io sono cresciuto con il desiderio di vederle. Ricordo ancora il primo incontro, avevo circa 7 anni. Cercavo funghi con mio zio e nel bosco vidi una piccola vipera gonfia, aveva appena mangiato ed era immobile. Dopo quell’incontro iniziai a chiedere a mio zio sempre più cose su di loro, ai tempi non esisteva internet e mi fu regalato un piccolo libro sulle vipere italiane che ancora custodisco. Da quel momento è partita una vera passione per queste creature che di tanto in tanto sognavo anche di notte.

Anche la passione per la fotografia è nata in giovane età come pure la passione per la natura che ti ha spinto a scegliere Scienze naturali come percorso di studi. Qual è nata prima? È la fotografia che ti ha fatto apprezzare il mondo naturale con occhi diversi o è lo studio delle scienze naturali che ha acuito la tua passione per la fotografia?
La passione per la fotografia è nata in un secondo momento rispetto a quella per la natura, precisamente quando sono andato in Australia. Viste le bellezze faunistiche che ci sono, come per esempio il Koala e altri animali che da bambino avevo osservato solo sui libri, non potevo tornare a casa senza dei ricordi fotografici. Da quel momento in poi non ho più smesso di scattare foto agli animali e agli ambienti in cui vivono. Quello della fotografia non è un lavoro, capita però che mi vengano chiesti alcuni scatti per divulgazione. Avere frequentato Scienze Naturali mi ha permesso di entrare in contatto con molte persone e associazioni che si impegnano nella salvaguardia e la divulgazione.
Il rapporto con la fotografia naturalistica
Posso farti una domanda che sembra semplice ma che, secondo me, in pochi si chiedono: cos’è per te la fotografia e perché la fai?
La mia vera missione è la ricerca attiva e l’avvistamento degli animali, la fotografia arriva solo in un secondo momento. Il viaggio alla ricerca degli animali è la punta dell’iceberg, prima è necessario informarsi sulle specie, sugli ambienti e sulla fattibilità del viaggio stesso. Quando mi trovo nell’habitat giusto, con degli animali target, continuo a cercare fino allo sfinimento. A volte va bene a volte va male, questo fa parte del gioco. La fase fotografica è il culmine della ricerca, lo scopo finale è ritrarre l’animale nel suo ambiente naturale oppure ritrarre particolarità della specie individuata. Non mi ossessiono nella ricerca della perfezione dello scatto. È cruciale limitare il tempo per ridurre al minimo il disturbo dell’animale.
Ho letto che hai sperimentato diversi tipi di fotografia naturalistica, dalla subacquea alla
macro. Qual è quella che ti riesce meglio? Quale è quella che invece ti piace di più?
La tipologia di fotografia che mi piace di più non so ancora quale sia in realtà ma quella che mi riesce meglio è forse la subacquea. Probabilmente perché mi dedico a semi-immersioni in stagni e fiumi, che non sono ambienti visti e rivisti. Di conseguenza questo genere di fotografie, che non sono molto inflazionate, risultano spesso d’impatto. Infatti una mia fotografia è arrivata al secondo posto al Nature Photographer of the Year (sotto) nella categoria subacquea. Questo genere di fotografia mi intriga sempre sia per gli ambienti subacquei che per le specie che ci vivono.

La bellezza della “caccia”
Entrando più nello specifico della categoria di questo mese, ovvero rettili e anfibi. Mi chiedo:
come fai a trovarli? Vai in giro casualmente o vai alla specifica ricerca di soggetti particolari
sfruttando un metodo per essere sicuro di trovarli?
Con l’esperienza, si impara ad allenare l’occhio e trovi gli animali con molta più facilità. La ricerca assidua ti fa entrare in una specie di trans, soprattutto dove gli animali sono pochi, come i deserti. Il tutto si trasforma in un gioco in cui ci si concentra solo sull’obiettivo: trovare un soggetto da qualche parte. Sai che è il suo ambiente, che l’animale c’è ma non sai dove, quanto tempo ci vorrà né se lo troverai.
È un’attività bellissima e difficile. Sicuramente più tempo ci dedichi, maggiori sono le possibilità di successo. La conoscenza degli animali e lo studio delle Scienze Naturali mi hanno dato un aiuto fondamentale. Inoltre, ho avuto la fortuna di incontrare persone che già si dedicavano a questo e che, fin da quando sono ragazzo, mi hanno fatto da “maestri”. Non saprei definire precisamente cosa mi hanno trasmesso ma so per certo che mi hanno arricchito e che mi hanno insegnato a non mollare mai.

Ci sono alcuni che si mimetizzano perfettamente con l’ambiente circostante come il geco muschiato! In quel caso come fai a trovarli?
Trovare quello specifico geco rientrava tra i principali obiettivi del mio viaggio in Madagascar. Lì tutte le piante hanno delle macchie bianche con cui loro si mimetizzano, trovarli è difficile per quello. Il geco che si vede nella foto l’ho trovato in pieno giorno, quella è la posizione che assumono abitualmente quando sono a riposo. Hanno questi tessuti frastagliati lungo le parti terminali del corpo che si adagiano perfettamente al tronco rendendoli praticamente invisibili. Questa è una strategia di sopravvivenza antipredatoria. Di notte invece è più facile vederli, sono attivi e vanno a caccia.


Rendergli giustizia in fotografia!
Quali sono per te le difficoltà maggiori che hai riscontrato, dal punto di vista tecnico o operativo, nell’esecuzione di fotografie a questi animali?
Innanzitutto trovarli! Poi la difficoltà maggiore non è tanto fotografarli in sé ma quanto rendergli giustizia dal punto di vista dell’immagine. Spesso quando si scattano le foto l’animale si trova con la testa bassa, nella sua posizione naturale. Questa postura però non sempre rende bene in fotografia. La principale difficoltà che riscontro quando scatto i serpenti è riuscire a cogliere la giusta angolazione. Dal mio punto di vista i serpenti arboricoli sono più semplici che quelli terricoli in quanto si possono trovare delle pose più articolate. In generale, trovo che gli animali siamo più interessanti da osservare mentre svolgono attività quali per esempio la predazione.

Tra rettili e anfibi, invece, quali sono più difficili da fotografare? E qual è stato il soggetto che ti ha creato più difficoltà?
I soggetti più facili da fotografare sono sicuramente le rane e i serpenti non velenosi, perché si elimina l’elemento di pericolo. Le rane hanno delle forme che permettono loro di uscire molto bene nello scatto, in particolare quando vengono inquadrate con la testa sollevata, l’immagine assume un aspetto molto bello. Per quanto riguarda invece i serpenti, spesso è più difficile rendere loro giustizia in foto, tuttavia se riescono ad assumere una posa giusta, possono essere molto fotogenici. A livello di confronto per me è un pareggio! La parte che preferisco è sempre la ricerca dell’animale perché è quella più difficoltosa, alcuni animali sono molto elusivi e l’emozione che scaturisce in me il loro ritrovamento, specialmente se per la prima volta, è davvero incredibile. Per questo a volte mi risulta complicato riuscire a scattare la foto desiderata quando trovo una specie per la prima volta.

Consigli utili
Come ci si deve approcciare a una fotografia di questo tipo senza in qualche modo spaventare l’animale o esponendo l’animale ad una situazione di stress e il fotografo in potenziale pericolo?
Principalmente per fotografare rettili e anfibi si utilizza la fotografia macro o la macroambientata. Io preferisco la seconda per avere la possibilità di ritrarre il soggetto nel suo ambiente. Per fare questo genere di fotografie utilizzo una Sony A7IV con un obiettivo grandangolare Canon 8-15mm, flash e un diffusore. Cerco sempre di fotografare l’animale senza toccarlo. Ovviamente è un atto di disturbo fare fotografie, bisogna cercare di farlo nel modo migliore possibile. La maggior parte degli scatti li faccio in-situ, ossia senza muovere o spostare l’animale. In ogni caso cerco sempre di arrecare meno disturbo possibile.


Fotografi spesso rettili e anfibi che stanno nel sottobosco di fitte foreste o che comunque fanno una vita notturna e infatti in quel caso le tue foto hanno uno sfondo nero con poco dettaglio mentre l’animale si vede bene: in quel caso che tecnica usi? Hai delle luci o flash ausiliari?
In quel caso ho nello zaino anche il flash. Ci sono delle zone in cui la foresta è talmente fitta che anche di giorno è necessario l’utilizzo di una luce ausiliaria. Nella foto sotto si può notare una scena scattata a f22. In questi casi per illuminare il soggetto in primo piano utilizzo un flash con diffusore alla minima potenza, mentre lo sfondo è stato illuminato attraverso la postproduzione.

Il tuo rapporto con la post-produzione: quando scatti foto naturalistiche vedo che esalti molto i colori degli animali in questione. Li tiri fuori in post-produzione o riesci in qualche modo ad ottenerli in fase di scatto?
No in post-produzione faccio il minimo indispensabile anche perché non ho molta pazienza! Se la fotografia non è uscita bene in macchina non la scarico nemmeno. Faccio gli aggiustamenti basilari. Non mi piace molto stravolgere le immagini. La maggior parte non le tocco nemmeno!
Kit da portarsi nello zainetto
Un’uscita fotografica tipica di Luca: cosa mette nel tuo zaino da fotografo?
Più o meno mi porto sempre le stesse cose. Di notte ho la macchina fotografica, con obiettivo macro e grandangolo, un flash e il diffusore perché il mio obiettivo sono sempre i rettili e gli anfibi. Di giorno, invece, nello zaino mi porto il grandangolo 8-15 mm Canon e ogni tanto porto il flash. Attaccato allo zaino esterno ho la Sony con il 200-600 mm montato, in modo da poter fotografare gli uccelli e i mammiferi. Quando ho intenzione di visitare ambienti acquatici porto con me scafandro, maschera e boccaglio.
Riflessioni finali
Arrivato a questo punto della tua carriera, senti di aver finalmente trovato quello che si
potrebbe definire il tuo personale stile fotografico? Quello per cui guardando, per esempio, mille foto di fotografi naturalisti diversi, uno potrebbe riconoscere la mano di Luca Ghezzi?
Nella fotografia naturalistica, è molto difficile farlo, a mio avviso. Possono esserci delle fotografie di cui può esserne riconosciuto l’autore ed altre purtroppo no. Tutto sta nel modo in cui il fotografo inquadra e scatta, nella sua visione. Nel momento in cui devo scattare cerco sempre di immortalare il meglio, il meglio per me però è diverso dal meglio di un altro fotografo. Credo che alla base ci sia anche un gusto estetico che è molto soggettivo. Mi è capitato, per esempio, di fotografare lo stesso soggetto con altri fotografi con risultati completamente differenti.

Detto questo, vedo che collabori o hai collaborato in progetti di conservazione della fauna selvatica. In questo momento ha qualche progetto tra le mani di cui ci vuoi raccontare?
Si, ho collaborato a diversi progetti ma in questo momento sono fermo. Ho dei viaggi in mente, quello sì.
Dal punto di vista conservazionistico, la fotografia a rettili e anfibi ha un impatto?
Assolutamente sì! Da una parte c’è la paura di un’invasione di persone negli habitat naturali ma dall’altra però sono convinto che la conoscenza porti ad un maggior rispetto e soprattutto all’educazione. Sarebbe bello, piano piano riuscire a portare tramite la fotografia la consapevolezza e la conoscenza di questi animali, in questo modo si riuscirebbe a divulgare la tutela di questi animali e dei loro ambienti.
Un barlume di speranza
Vista la pessima fama, almeno nel mondo occidentale, che questi animali hanno sempre avuto credi che con la tua fotografia si possano scardinare queste credenze?
Qualcosa si sta smuovendo, noto che anche sui social ci sono sempre più persone interessate alla microfauna. Ho anche notato che negli ultimi anni nei vari concorsi fotografici sono iniziate ad apparire molte più immagini di questi animali. Credo che le persone inizino a percepire la bellezza allontanandosi dai preconcetti e dalle vecchie credenze.
Siamo arrivati al termine della nostra intervista, vuoi lasciare un commento o consiglio in più a quelli che ci leggono e stanno per approcciarsi a questo stile di fotografia?
Prima di tutto crearsi delle basi: studiare il comportamento degli animali. Potrebbe poi essere d’aiuto rivolgersi a qualcuno che possa fare da “maestro” in modo da non muovere i primi passi da solo. La regola numero uno deve essere sempre il rispetto e la tutela di queste specie e ricordarsi che quando ci immergiamo nella natura siamo noi gli ospiti. Per quanto riguarda l’attrezzatura ad oggi è più facile reperire informazioni a riguardo rispetto a quando ho iniziato io. Ci sono molti forum online che trattano di fotografia naturalistica e attrezzature.
Molto spesso ci scordiamo che la fotografia è uno strumento potente. Molti tendono a sottovalutare l’impatto che ha relegandolo a mero strumento acchiappa-like. Ma un’immagine è molto di più di questo: ha la potenza di raccontare storie, attraverso il messaggio che inviano silenziosamente alla nostra mente tramite gli occhi. Ed è grazie anche ad interviste come questa appena letta che ce ne possiamo rendere conto. La fotografia naturalistica che si fa strumento di redenzione per dare voce anche a quella classe di animali come sono rettili e anfibi da sempre additati e osteggiati come creature immonde, cattive e spregevoli. Ecco che delle foto fatte nel modo giusto, associate ad una divulgazione onesta e priva di pregiudizi forse riusciranno a scardinare finalmente la funesta sorte che da sempre pende su queste povere creature.








