Ci lasciamo alle spalle le interviste sulla fotografia subacquea e sulla macrofotografia dedicata agli insetti per iniziare un nuovo capitolo dedicato ad animali particolari e anche molto delicati: rettili ed anfibi.
Purtroppo, anche questi sono poco apprezzati e soprattutto sono soggetti a forti credenze popolari o disinformazioni che li dipingono spesso come animali pericolosi e di cui averne paura.
Il nostro obiettivo è quello di sdoganare tutti questi pensieri e mostrare la loro bellezza ed importanza attraverso l’arte e l’occhio del fotografo.
Questa volta le prime foto che ci sveleranno il mondo nascosto della piccola fauna saranno quelle di Emanuele Biggi.

Dalla ricerca alla tv, passando per la fotografia
Per i più, Emanuele è il conduttore di Geo su Rai 3 insieme a Sveva Sagramola. In realtà, è anche divulgatore scientifico, naturalista e fotografo! Però ora lasciamo che si racconti da solo…
Mi chiamo Emanuele Biggi, sono un naturalista e parlo di natura sotto tutti i punti di vista.
Fin da piccolo sono stato appassionato della natura, incanalandola poi nel mio percorso professionale. Mentre affrontavo il percorso di studio (laurea e ricerca) mi sono reso conto che ciò che mi piaceva davvero era parlare e far capire quanto io ami la natura. Per cui il percorso di divulgatore è stato abbastanza naturale! Come mezzo principale di comunicazione ho usato le foto, principalmente ad animali quali anfibi, rettili ed insetti. Senza questo fascino per la natura, forse non ci sarebbe stata tutta questa fotografia nella mia vita!
Per presentarmi da un punto di vista lavorativo, facendo articoli e mostre scientifiche, ho iniziato ad arricchire il mio bagaglio professionale e tramite queste mostre sono arrivato alla televisione. Qui ho iniziato come ospite, fino a quando un produttore mi chiamò per fare un colloquio conoscitivo. Da allora sono il co-conduttore di Geo. Quindi il mio lavoro attuale consiste nel fare il co-conduttore e divulgatore tramite mostre scientifiche.
Hai detto che ti sei avvicinato alla fotografia come strumento di comunicazione, ma c’è stato qualcuno che ti è stato di ispirazione? Come è nato il tuo lato fotografo?
La mia passione per i piccoli animali mi ha fatto instradare verso la macrofotografia. Capito questo, dal punto di vista tecnico avevo come unico scopo quello di trovare un obiettivo macro, che rubai a mio papà. Lui era appassionato di fotografia, quindi aveva una ampia attrezzatura. I libri sono stati la mia ispirazione e a livello tecnico mi sono rifatto molto a John Shaw, fotografo americano che ha fatto un manuale sulla macrofotografia.
Sono sempre stato autodidatta! Partendo da una macchina fotografica con rullini, quello che facevo era di girare sempre con un taccuino e annotarmi ogni scatto, come lo avevo eseguito. In questo modo volevo riconoscere i miei errori per cercare di migliorare.
Successivamente ho avuto la fortuna di incontrare persone che mi hanno aiutato a crescere dal punto di vista tecnico, primo fra tutti il mio attuale socio di avventure Francesco Tomasinelli. Lui, dal punto di vista fotografico, era più avanti e quindi mi ha aiutato davvero tanto, soprattutto nell’uso del flash all’inizio.
Guardare le fotografie degli altri e cercare di emularne la tecnica è un modo per crescere, ma col tempo occorre cercare qualcosa di personale!
Poi non posso non citare il fotografo polacco Piotr Naskrecki, professore di Harvard. Quello che mi ha più colpito di lui non sono solo le sue meravigliose fotografie in macro, ma anche il suo approccio scientifico. Poi ce ne sono sicuramente tanti altri.
Nello scatto del fotografo
Con te, Emanuele, introduciamo la fotografia alla piccola fauna che può risultare difficile da fotografare. Molti di questi animali sono piccoli, altri sono estremamente mimetici, altri ancora hanno un comportamento schivo. Qual è, quindi, il tuo approccio a tal proposito?
Quello che consiglio sempre di fare è quello di conoscere sempre i soggetti. Nel mio lavoro non c’è mai casualità. Se, per esempio, domani ho un progetto o mi sveglio con l’idea di fotografare un determinato soggetto, la prima cosa che faccio è leggere, scoprire e indagare. Più si conosce l’ambiente naturale, più si ha l’occhio per riconoscere i diversi animali. Io nel mio lavoro tendo sempre a pianificare, ma pianificare non significa andare sul posto e pretendere di trovare qualcosa. La natura non si può controllare e sotto questo punto di vista si può dire che c’è casualità nella fotografia naturalistica.

Tra le tue foto ce ne sono alcune statiche, dove l’animale è tranquillo nel suo habitat, e poi ci sono alcune più dinamiche in cui il soggetto è rappresentato in un determinato comportamento. Ad esempio, la tua foto delle rane dal ventre di vetro che stanno copulando, o in altri casi si vedono animali durante una predazione. Per quanto si possa conoscere l’animale o l’ambiente, questi scatti possono essere un po’ dettati dal caso. Quindi, quando si cerca un determinato comportamento di un animale, come si agisce?
L’unica cosa che si può fare è aspettare. La pazienza ti arriva con l’esperienza che acquisisci negli anni. Io stesso non sono mai stato granché paziente! Però bisogna avere determinazione e costanza: se su tre giri in natura non vedi niente, la quarta volta qualcosa arriverà.

Ti faccio un esempio recentissimo. Nella mia ultima spedizione ero alla ricerca di un comportamento riproduttivo particolare, in cui centinaia se non migliaia di individui si radunano in una pozza e si accoppiano. È un’orgia pazzesca di rane: uova deposte ovunque, rane che si impalano da sole con le spine delle palme su cui vanno a deporre. Sono raganelle che planano dagli alberi dall’alto e quando raggiungono le zone basse vicino all’acqua succede di tutto. Loro depongono le uova sulle foglie fuori dall’acqua, poi ci sono i predatori fuori dall’acqua pronti a mangiarsi adulti e uova. Davvero è una storia pazzesca che voglio raccontare da molto tempo, ma non ci sono ancora riuscito del tutto pur andando in Costa Rica per ben tre volte diverse.
Questo è uno di quei casi in cui bisogna avere tenacia. Ma ci sono state altre volte in cui sono riuscito a ottenere lo scatto che volevo. In entrambi i casi, fotografare ripaga ogni fatica! È una soddisfazione pazzesca osservare prima di tutto, poi fotografare ed infine raccontare una storia che magari nessun altro ha mai raccontato prima. Nel libro Predatori del Microcosmo, ad esempio, c’è la simbiosi fra la rana e il ragno che vivono insieme. Quella è stata la prima documentazione di questo comportamento e seguiva a sua volta l’unico paper scientifico.
Quando fotografi che tipo di impatto si crea sull’ambiente o sugli animali?
Quando si fotografano insetti o ragni, tendenzialmente l’impatto che si può dare dal punto di vista della nostra presenza e dei flash è sicuramente minore. Parlando invece di anfibi e rettili, questa è una componente molto importante ed è una cosa che io ho molto variato negli anni. All’inizio ero abituato anche a catturare gli animali e maneggiarli senza alcun problema, ora invece cerco di evitarlo. Queste azioni, anche dal punto di vista fotografico, hanno dei difetti perché ti portano solo a dei bei ritratti. Quando li catturi generi in loro una risposta antipredatoria. Se tu vuoi fotografare il comportamento anti- predatorio va benissimo. Se vuoi illustrare l’unkenreflex dell’ululone (la posizione inarcata di difesa), basta prenderlo e lui lo fa.
Ma se vuoi illustrare un comportamento genuino allora è diverso!
Non c’è niente di male comunque nel toccarli, ma bisogna tenerne conto che c’è un impatto. Ora, quando voglio fotografare un comportamento di un anfibio, quello che faccio è di avvicinarmi molto. Diventi come un ninja, no? Ti avvicini molto lentamente e cerchi di prendere il tuo tempo.
Una cosa che sto attuando sempre più spesso è di fotografare senza alcun tipo di luce artificiale. Per cui io abituo l’animale solo alla mia presenza. In altri casi, se posso, uso luci diffuse, ad esempio una luce che arriva da dietro la foglia. Un’altra mia accortezza è di ridurre al massimo il tempo scatto su ogni individuo. Cerco di fare meno scatti possibili, studiati, che permettono di ridurre il più possibile il numero di flash.
Comunque, i flash in natura ci sono: i lampi. Quindi quando metto a fuoco uso spesso una luce rossa e poi c’è il lampo del flash, che è talmente rapido che di solito non dà fastidio all’animale ed è percepito come se fosse un lampo naturale.

L’attrezzatura da fotografo di Emanuele Biggi
Prima parlavi del macro-obiettivo, ma quale è la tua strumentazione tipo?
Io vado un po’ controcorrente. L’attrezzatura che uso principalmente è costituita da due tipi di lenti: la macro e la wide angle macro. Quest’ultimo è un grandangolare che permette di avvicinarsi e avere una magnificazione di un soggetto molto piccolo, riuscendo però a mostrare l’ambiente attorno.
IIl macro è ciò che mi fa andare un po’ controcorrente, perché io utilizzo soprattutto un 50 o un 60 mm. Molti invece usano lenti più lunghe, come 90mm, 105mm e addirittura 180mm. Sono lenti piuttosto lunghe, che vanno benissimo per non spaventare i soggetti. Però io preferisco un approccio più vicino, quindi in questi casi monto dei flash con braccetti così da avere le luci radenti e poi opero con il 50 mm. Essendo una lente più corta, sto più vicino al soggetto e quindi posso gestire al meglio la luce con anche un diffusore.
Se devo scattare sott’acqua uso un grandangolo, un fisheye. Poi ho una lente particolare, lunga e stretta che viene chiamata Probe, prodotta dalla Laowa. Questa Probe Lens permette di andare anche sott’acqua ed è molto sottile, molto piccola per cui mi ha permesso di fare delle foto che non sarebbero possibili in altro modo. È costituita da questo piccolo tubo con alla fine una lente sostanzialmente abbastanza grandangolare. Con questa ho fotografato per esempio un piccolo pesce di torrente fra le rocce dove vive, oppure proprio in Costa Rica recentemente, sono riuscito finalmente a fotografare dentro un fitotelmo, cioè una piccola raccolta d’acqua come quelle che si formano nei buchi degli alberi. In quel caso lì era artificiale perché era di un progetto di conservazione, era un bambù molto largo che si riempie d’acqua piovana.
Lì delle rane vanno a deporre le loro uova dentro questa piccola raccolta d’acqua dove poi i girini si sviluppano. Le madri ogni tot tempo tornano per cibarli con uova non fecondate. Sono riuscito finalmente a fotografare questi girini pieni di queste uova, di pallini gialli nella pancia.
Hai detto che cerchi di usare poco i flash. Ma riuscire a gestire la luce naturale in certi contesti rende la realizzazione dello scatto più difficoltoso. Come usi tu le luci?
Quello che faccio, fondamentalmente, è mischiare luce ambientale e flash!
Sfrutto la luce ambiente per lo sfondo e poi magari do un colpetto di luce leggero, così da non disturbare troppo l’animale e per schiarire leggermente le ombre. Un vantaggio che ci ha portato la tecnologia e che non c’era con la fotografia a pellicola è quello di alzare gli ISO. Se la foto in sé lo richiede, non ho nessun problema ad avere un po’ più di rumore. Poi solitamente io non uso il cavalletto, preferisco lo scatto a mano libera. Ma quando me lo porto dietro è per attaccarci le luci diffuse durante le foto in notturna o un altro flash per illuminare lo sfondo. Una situazione molto difficile dal punto di vista della luce c’è stata proprio quando citavo queste foto dei girini nel fitotelmo, lì ad esempio ho dovuto usare non la luce naturale, ma quella dei flash.
Fotografie come storie
Nella mostra Amphibia ti sei dedicato agli occhi della piccola fauna. Come mai questa scelta? Cosa volevi mostrare a chi le guardava?
Amphibia è stato un esperimento divertentissimo. Ha avuto un’edizione molto lunga, di sei mesi a Genova, ed è stato anche molto grande nella realizzazione. Ci sono tanti animali vivi, fotografie e filmati.
In fotografia, quando si parla di animali in generale, io cerco di settorializzare un po’ la cosa, anche se è difficile a volte. Si può lavorare su due aspetti: sull’empatia, quindi sulla bellezza eventuale di un animale; o sull’unicità, quindi sulla diversità di colori, forme e funzioni, che non necessariamente devono far scaturire un’empatia. Con questa mostra io ho voluto mettere in risalto la diversità, che nel caso degli occhi è una diversità interspecifica (cioè tra specie diverse appartenenti al gruppo degli anfibi).

La macro in questo aiuta molto perché permette di mostrare qualcosa che non solo è molto diverso, ma anche molto piccolo. Questi colori e questi particolari normalmente nessuno li nota, a meno che qualcuno non te li metta davanti. Amphibia è stato un esperimento divertente anche per questo, ovvero nel vedere la reazione di chi guardava le foto. Quando è iniziata la mostra, ad esempio, è venuta una signora che viveva in una zona con rospi intorno la casa. Guardando le foto degli occhi di un rospo, lei non poteva credere di essere circondata da quegli occhi bellissimi e di non averli mai notati. Fu un esperimento interessante che voleva mostrare la bellezza infinita anche di cose molto piccole che abbiamo tutti attorno casa. Basta semplicemente volerle vedere.
Nella tua carriera o durante le mostre ti è mai capitato, invece, di ricevere delle lamentele o comunque delle risposte negative da parte di qualcuno?
Quando racconto magari degli atti violenti, come una ranocchia che viene mangiata da un ragno, ci sono delle persone che possono esserne schifate o infastidite. Ma a quel punto sei tu che devi ampliare il suo pensiero, veicolarlo un po’. Quello che dico sempre, quando ho modo di parlare con queste persone, è che purtroppo noi tendiamo a moralizzare e ad umanizzare cose naturali. Noi vediamo l’atto violento perché lo trasponiamo a quello violento umano, come uno stupro oppure un’uccisione.
La natura si muove su altri schemi ed è un fluire continuo di energia. È un’energia che nasce dal Sole e viene incamerata dalle piante e lì poi fluisce in tutti gli animali e nella vita stessa. Anche nella morte c’è vita. Quindi non c’è niente di male o di bene, ma è qualcosa di totalmente neutrale.
La morte di un animale vuol dire la vita di altri animali, vuol dire sopravvivenza. Ovviamente ci sono persone che hanno una loro morale o che hanno una sensibilità maggiore e non le critico. La sensibilità fa parte dell’essere umano. Ci sono tantissimi livelli di sensibilità e su quello io non posso criticarli. Vorrà dire che alla vista di alcune mie fotografie una persona distoglierà lo sguardo. Non c’è niente di male! Non pretendo che tutti apprezzino le mie fotografie.
L’atto predatorio che racconto io non deve essere visto come un morboso tentativo di raccontare la natura violenta, ma anzi è il raccontare un aspetto del fluire dell’energia in natura.
Lo scatto perfetto
C’è stata qualche volta in cui hai preferito non scattare? Magari la scena era troppo sensibile anche per te o in cui semplicemente hai preferito goderti l’attimo.
Ci sono state anche volte in cui, purtroppo, non ho fatto lo scatto perché disgustato dal comportamento umano. Non con la macro ma con l’Orso Bruno Marsicano, che ho visto ma di cui non ho neanche una foto. Ero immerso in una situazione paradossale di gente che si fermava in mezzo alla strada rischiando la vita, altre in macchina e in moto che passavano rischiando di tamponarle. C’era gente che ha cominciato a fare foto con il cellulare mettendosi esattamente davanti al passaggio potenziale dell’orso che voleva tornarsene nel bosco.
Poi è intervenuto un ragazzo naturalista del posto e chi stava fotografando ha iniziato ad aggredirlo verbalmente. In questa situazione ho deciso di rimanere in macchina. Io ero già lì, da solo quando mi sono fermato. Stavo per uscire per andare a fotografare l’orso ed in un attimo la situazione si è capovolta. Le macchine hanno iniziato a fermarsi in maniera parossistica. Ma quello non era l’incontro con l’orso che volevo. La vicenda è finita con le persone che hanno costretto l’orso a passare in uno scolo dell’acqua, per poi finalmente raggiungere il bosco. Altre volte invece mi sono goduto semplicemente il posto e il momento.
L’episodio dell’orso è decisamente sgradevole e non è l’unico di questo tipo che abbiamo riscontrato in queste interviste. Altri fotografi ci hanno raccontato di momenti in cui l’essere umano non ha mostrato rispetto per l’ambiente o per gli animali. Per non lasciarci con l’amaro in bocca, raccontaci invece storie di fotografie che ti hanno davvero reso felice.
Ce ne sono tanti di momenti fotografici in cui vengono fuori delle emozioni. Mi è successo quando ho trovato un ragno Portia (Portia schultzi), ovvero un ragno saltatore.
Per me è stata un’epifania vederlo la prima volta perché era una delle specie che sognavo di più di incontrare in vita mia e lì per lì nemmeno me lo aspettavo.
Non ero andato a cercarlo, era una situazione completamente inaspettata ed è stato ancora più emozionante. Ero in un lodge in Africa e prima di andare a dormire sono andato a dare un’occhiata a questi ragni sullo spiovente del terrazzino. Ad un certo punto l’occhio, allenato per essermi informato su questi animali prima, è rimasto colpito dalle ragnatele che avevo davanti. Ho iniziato a scorgere qualcosa di vivo e così mi sono imbattuto in questo piccolo ragno ultra-mimetico, l’unica specie africana di questo genere specializzata a cacciare altri ragni. Quando l’ho trovato è stato veramente uno dei momenti più emozionanti perché non ci potevo credere! L’ho dovuto guardare e riguardare per essere sicuro che fosse proprio lui, perché non sapevo che in quella parte del Sud Africa ci fossero.
Un altro momento emozionante della mia vita fotografica è stato con un animale per niente macro: il gorilla, qualcosa che va oltre l’umana ragione. Non riuscivo a fotografare per le mani che mi tremavano, è stato qualcosa di pazzesco perché erano molto vicini e ho potuto avvertirne la potenza. In quel momento ho sentito come la sensazione di vedere un lontano parente di cui ti hanno sempre parlato e non hai mai incontrato.
Consigli per futuri fotografi
Quale è la prospettiva lavorativa per un fotografo oggi e quali sono i tuoi consigli?
Molti vengono chiamati su commissione. Anche io l’ho fatto anni fa per un progetto del Ministero dell’Ambiente sui parchi nazionali. Il problema nel lavorare per terzi è che la fotografia su commissione, dal punto di vista legislativo, è un prodotto! Tu consegni le foto e perdi ogni tipo di diritto dal punto di vista fotografico. Il copyright in questo caso non segue le stesse regole del copyright classico.
Al giorno d’oggi, questo lo dico con rammarico, non si vive di sola fotografia. Che io sappia, attualmente, in Italia di fotografi che vivono di sola fotografia naturalistica sono due o poco più.
Dunque quali sono i tuoi consigli a riguardo?
Il mio consiglio, in questo caso, è di lavorare per terzi collaborando, quindi mantenendo i diritti e tutto il resto. Ripeto, parlo di sola fotografia! Anch’io vivo facendo le mostre scientifiche e la fotografia è una componente di quelle mostre. Se dovessi però pensare di vivere di sola fotografia, vendendo unicamente le mie foto, beh, questa intervista sarebbe stata fatta sotto un ponte. Bisogna sempre tamponare con altre cose. Invece per realizzare foto naturalistiche, il primo consiglio che voglio dare è di conoscere i soggetti. Solo dopo posso conoscere anche il tipo di attrezzatura da comprare.
Altro consiglio è quello di avere la pazienza. Non ottenere tutto subito è una cosa che nel mondo digitale di oggi può essere forviante. Ma, se vuoi imparare o progredire nella tecnica, non serve a nulla fare 800 scatti per poi tenere quell’unico che ti è andato bene. Bisogna immaginare di avere ancora la pellicola e forzarsi di pensare prima di scattare, soprattutto quando si ha a che fare con un soggetto che sta fermo che ti permette di riflettere prima di fare lo scatto. Questo ti permette di perdere meno tempo e abbassare l’impatto ambientale. Questo consiglio si può riassumere con la parola “riflessione”, sia nel ragionamento della composizione, sia nel cercare di pensare a diaframma, ISO, sensibilità e tempi.
Progetti futuri
Ci sono progetti futuri di cui puoi parlarci?
Sì! Intanto ho un po’ di mostre che gireranno per l’Italia prossimamente. Una è il ritorno di Amphibia a Settimo Torinese. Il progetto invece su cui sto lavorando ora e ve lo posso preannunciare, è un nuovo libro che parlerà di uno dei miei animali preferiti in assoluto. Sarà un libro prettamente fotografico, ma avrà comunque un’importante componente di testo.
La fotografia è un piccolo documentario in una foto, che però richiede la sua componente artistica. Ed è proprio questa attenzione che permette ai fotografi naturalisti, come Emanuele e come tutti coloro che abbiamo conosciuto o conosceremo nei prossimi mesi, di portare messaggi importanti come lo scorgere la bellezza che si nasconde intorno alle nostre case.
Grazie Emanuele per questa tua testimonianza e buona fortuna per il prossimo libro (ne prenotiamo una copia!)








