Sin dall’alba dei tempi, le masse d’acqua che ricoprono il pianeta Terra hanno prodotto un fascino particolare sul genere umano. Complessità che deriva da una profonda dicotomia legata alla figura del mare. Se, da una parte, il mare rappresenta da sempre fonte di risorse indispensabili al sostentamento e allo sviluppo delle civiltà, dall’altra, la scarsa conoscenza di quest’ultimo ha alimentato miti, leggende e timori di ogni genere. Esiste perfino una fobia legata al mare, la “thalassofobia” che scaturisce dall’intenso e irrazionale senso di terrore dell’ignoto che si agita sotto il mare.
Lo spesso velo d’acqua che ricopre i paesaggi marini, talmente fitto alle volte da essere impenetrabile persino alla luce del sole, ha la capacità di nascondere misteri di ogni genere: dai resti di antiche civiltà ormai scomparse alla colorata e palpitante vita che si agita sul fondale. E purtroppo, anche tutta una serie di rifiuti. Ed ecco che, in tale contesto, la fotografia subacquea diventa un ponte tra due mondi: quello emerso e quello sottomarino, eleggendo il fotografo subacqueo a moderno “Ermes”, che, con i suoi scatti ci permette di conoscere meglio ciò che si nasconde nelle profondità marine. Uno di loro è proprio Pasquale Vassallo, noto fotografo della categoria subacquea, che andremo a conoscere meglio durante questa intervista.

Un po’ di background: chi è Pasquale Vassallo?
La fotografia subacquea permette l’incontro tra due mondi apparentemente diversissimi e isolati che però hanno una profonda relazione che li unisce. Ma prima di addentrarci nello specifico dell’intervista, parlaci un po’ di te Pasquale, chi sei?
Io sono del ’70, originario di Napoli. La mia passione è sempre stata l’apnea, e, in realtà, io nasco come apneista. A quattordici anni già cacciavo polpi e ricci di mare all’isola di Ischia con il manico di un ombrello. Poi, crescendo mi sono avvicinato alle immersioni subacquee con bombole, pinne e tutta l’attrezzatura, non avevo nemmeno diciotto anni. Insomma ero molto giovane. Solo successivamente mi sono avvicinato alla fotografia. Ed ecco che, qui mi si aprì un mondo. Ai tempi scattavo con una Nikonos, è una macchina fotografica a pellicola inventata per la guerra in Vietnam, perché essendo completamente stagna, permetteva ai cronisti dell’epoca, anche in condizioni impervie e piovose, di poter scattare foto. Prima mi sono avvicinato alla subacquea, poi alla fotografia, ma ne volevo di più, volevo conoscere.
All’età di trent’anni, quindi, mi sono iscritto a biologia marina, e non ti nascondo che è stato difficile. Ho dovuto studiare materie come matematica, fisica, chimica che per me sono ostiche. Però, questa scelta fatta in età avanzata mi ha aiutato ad ampliare la mia conoscenza degli organismi marini, ma più in generale la mia conoscenza del mare. Con il tempo ho sviluppato un mio personale taglio nel fare fotografia che mi ha permesso prestigiosi riconoscimenti come il Siena International Photo Awards, collaborazioni con aree marine protette o con il parco archeologico sommerso di Baia.
Come nasce quindi la necessità di avvicinarti alla fotografia subacquea?
Nasce dal semplice fatto che ogni volta che facevo un’esperienza subacquea avevo voglia di portarmi via qualcosa come souvenir. Andavo, ad esempio, nelle Filippine o in sud Africa e non potevo portarmi via un ricordo durante le immersioni. Volevo trovare il modo di portarmi a casa un ricordo dell’esperienza che fosse allo stesso momento tangibile, fisico, ma allo stesso modo non togliesse nulla dal mare. Ed ecco che la fotografia subacquea in questo ha rappresentato il giusto compromesso.
Essendo nato negli anni ’70, hai iniziato a scattare con la pellicola e nel corso del tempo hai assistito alla nascita del “digitale”. Lo hai trovato vantaggioso o svantaggioso per l’esecuzione delle foto subacquee?
Partiamo dal presupposto che il digitale ti fa fare cose che prima non potevi! Sai, per esempio, quante volte sono entrato in acqua con una pellicola da 36 mm e sul più bello esaurivo gli scatti. Adesso hai una quantità industriale di scatti e questo costituisce sicuramente un vantaggio, per non parlare poi del tuo bel monitor sul retro della fotocamera che puoi consultare direttamente in acqua.
Qual è il tuo pensiero riguardo a questo epocale cambiamento?
Nonostante gli indubbi vantaggi, è comunque importante conoscere quello che era prima la fotografia a pellicola, perché porta una concezione e uno studio del digitale completamente diverso. Ti faccio l’esempio di un ragazzo che durante un workshop mi disse che a casa avrebbe tolto un elemento di disturbo da uno foto con dei software. Ma la fotografia è far sì che gli elementi di disturbo non ci siano già in fase di scatto. Bisogna cambiare prospettiva, mettersi in un punto dove quella cosa che poteva darti fastidio non ci sia. Pensi ad eliminarla subito e non in post-produzione. Questa è una formazione che, comunque, chi ha usato per tanti anni la pellicola ha!
Per dirti, io in acqua non guardo mai il monitor. Perché nel farlo rischio di perdere l’attimo giusto per lo scatto. Non so se hai presente la foto con il polpo attaccato sotto al pallone, vincitrice al Siena International Photo Awards. Lì ho fatto tre scatti. Uno nel mentre mi avvicino al polpo per documentarlo, il secondo scatto che è quello che ho presentato poi con il polpo con le braccia aperte, e il terzo scatto che praticamente va via. Io se avessi guardato il primo scatto sul monitor avrei perso lo scatto decisivo. Il secondo non l’avrei fatto! Allora è più importante inquadrare la scena, poi i risultati li guardi a casa.
Secondo me la formazione pellicola è importante, poi le nuove generazioni conoscono solo il digitale e va bene. L’importante è non perdere di vista lo scatto e soprattutto quello che tu vuoi raccontare. Questa è la prima cosa! Il digitale questo non può sostituirlo!

La fotografia subacquea: voce della biologia marina e denuncia dell’“invisibile”
Tu fotografi molto a colori, poco in bianco e nero. È per tuo personale gusto o no?
A me piace il colore, non mi viene proprio in mente di scattare in bianco e nero. Ho provato qualche scatto, però non mi attira. Il mare è colorato, è bello per questo, perché renderlo triste? Poi non ti nascondo che spesso e volentieri ho apprezzato degli scatti in bianco e nero, ma è un altro genere di fotografia. Fondamentalmente io sono un fotografo più appassionato alla biologia.
Mi piace l’evento biologico, mi piace documentare un percorso, un organismo e quindi anche i suoi toni cromatici. Per esempio, l’anno scorso sono stato a Ischia perché ho seguito il percorso della deposizione delle uova di un polpo fino alla schiusa. Ci sono stato tre mesi, tutti i giorni a controllare, ecco questa è la mia passione. Non mi entrerebbe mai in testa di dire faccio una foto in bianco e nero di un polpo con le uova. Togliendo il colore tu togli la bellezza a quell’organismo, gli togli proprio le sue sfumature, i suoi colori.
Un conto è fare foto subacquee decontestualizzate, un altro è farlo per lanciare un messaggio. Tu, ad esempio, denunci l’impatto ambientale umano sui fragili equilibri degli ambienti marini. La domanda che mi viene da farti è: qual è stato l’elemento, la forza trainante o l’episodio magari nella tua vita che ti ha portato a intraprendere questa scelta tematica nelle tue foto?
Il golfo di Napoli, ma tutto il Mediterraneo in generale è pieno di rifiuti.Sono tanti, e a volte te ne rendi conto dopo una mareggiata, dove ci troviamo tutta una serie di immondizie arenate sulle spiagge. E quella è una minima parte! È bellissimo il golfo di Napoli, ma sappiamo realmente cosa c’è sotto la superficie del mare? Ed è proprio questo che mi spinge a fare questa tipologia di fotografia! Ci sono delle bellezze incredibili sott’acqua: la seppia, il polpo, le meduse e tutto quello che vogliamo.Però, purtroppo c’è anche una grossa quantità di rifiuti, che spessosi vanno a depositare sul fondo. Non li vediamo ma creano un grandissimo danno all’ambiente. Io ho visto di tutto in acqua! Basta una bottiglietta di plastica che con il tempo si degrada in particelle sempre più piccole, che poi i pesci involontariamente mangiano.
Dopo noi mangiamo la spigola, l’orata e tutto quello che abbiamo buttato impunemente in acqua ci viene restituito in toto. Voglio creare immagini che colpiscono sia sul lato estetico, ma che portino anche un messaggio di denuncia, questo è importante. Per esempio, c’è una foto mia di una seppia con un preservativo tra le braccia. È tra le più premiate in assoluto ma io invece la odio perché lì vedo il disprezzo per il mare,la non curanza da parte dell’uomo. E allora il messaggio che voglio passare è che un giorno quando sarai magari con la tua partner in riva al mare, ripensando a quella foto, il preservativo non lo abbandonerai nell’ambiente ma nell’apposito cestino.


Una tua peculiarità è quella di fotografare a pelo d’acqua. La domanda che mi sorge spontanea è: si può riprendere in un’unica foto, senza editing particolari, due realtà così diverse ottenendo una buona qualità per entrambe le parti o c’è un lavoro da fare successivamente di post-produzione?
Il mio stile fotografico è anche quello di fotografare mezzo dentro e mezzo fuori perché mi piace molto raccontare questa forma di linea sottile, di confine che c’è tra due mondi completamente diversi, tra due indici di rifrazione differenti, con un elemento che è l’aria e l’altro che è l’acqua e andare a fondere poi il tutto in un unico scatto. È una procedura non facile. Io di solito, con alcuni scatti, uso il blocco dell’autofocus sull’organismo che ho sotto e poi mi organizzo con i tempi giusti per riprendere anche il paesaggio sopra. Se fai foto dove hai pochi cm d’acqua e becchi una grande quantità di luce, una bella giornata di sole allora è tutto più semplice.

Il tuo rapporto con la post-produzione?
Oggi le immagini sono tutte post-prodotte, fa parte dell’era del digitale. Ma anche con la pellicola, all’epoca, potevi togliere qualche puntino di sospensione. Oppure potevi fare qualche taglio, aggiustarla, potevi dargli un po’ di luce. Certe cose son sempre state fatte! Diciamo che dovrebbe essere quasi fisiologico ma senza mai esagerare.
Una parte della foto la realizzo in acqua e poi la rifinisco in studio, al computer. Però, questo non deve diventare la parte fondamentale. Il passaggio importante è quello che realizzo al momento dello scatto. La post- produzione la faccio, ma lo stretto indispensabile. Non vado a stravolgere un’immagine. Perlomeno cerco di raccontare la verità. Anche perché sennò non ci sarebbe nemmeno più bisogno di andare in acqua e l’immagine la realizzi al computer. La bellezza è proprio quella di andare in immersione invece. Sai quante volte io vado in acqua e torno a casa senza aver fatto fotografie? Spesso. E io in mare non entro mai senza macchina fotografica!
Si sa che ogni fotografo ha il suo o i suoi obiettivi preferiti con il quale scatta la maggior parte delle foto. Il tuo qual è e perché?
Tu considera che noi subacquei utilizziamo due, tre obiettivi massimo, non è che hai questa grande gamma. Io scatto con obiettivo macro100 mm e con la macro ti diverti a fare tutti quegli organismi molto piccoli. Poi ho un 15 – 35 mm, quindi un grandangolo, che uso invece per fotografare ambienti underwater come per esempio relitti o per realizzare fotografie di pesci più grandi e squali. Devi però decidere prima di immergerti cosa vuoi fotografare e quindi che obiettivo montare, se la macro o il grandangolo! Questa è una sensazione bruttissima però.
Sono stato un bel po’ di anni fa in Papua Nuova Guinea per fotografare il cavalluccio pigmeo grande pochi mm. Allora io, montai l’obiettivo macro e mentre scattavo mi è passato sopra la testa uno squalo balena. Nulla, l’ho salutato…Ciao è stato un piacere! Purtroppo, capita spesso! Oggi però esiste una lente mini-dome che, posizionata davanti al Canon 8-15 mm, mi permette di realizzare foto macro contestualizzate. Cioè, posso fotografare anche un soggetto di pochi cm con tutto l’ambiente esterno e questa è un’ottica molto bella, io la preferisco! In acqua non scendo quasi più con il 100 mm macro ma con questa perché riesco a fotografare un cavalluccio marino contestualizzandolo con tutto quello che c’è intorno e se dovessi avere , un incontro fortuito, magari potrei documentare anche quello!

La fotografia subacquea: accortezze e consigli utili
Domanda un po’ più tecnica: scattare in un mezzo come l’acqua non è la stessa cosa rispetto a scattare in aria. La luminosità, per esempio, diminuisce con la profondità, ma non solo anche la tipologia di luce cambia. Infatti, più si scende in profondità più i colori della luce vengono assorbiti. Tranne il blu motivo per il quale molti animali che abitano mari e oceani vedono in questa particolare zona del visibile. Detto questo, quali accortezze tecniche sia a livello di kit che di accorgimenti in fase di scatto vanno adottati?
Purtroppo, certi colori li perdi in profondità. È la luce dei flash che restituisce la naturalezza, la bellezza a ciò che fotografi e sott’acqua è quella la cosa più importante e la più difficoltosa: gestire la luce specialmente quando fai immersioni un po’ più profonde.
Devi settare di volta in volta i parametri di scatto man mano che scendi, perché, scattando a diverse profondità le condizioni di luce cambiano velocemente. È importante anche trovare una ditta che ti fornisca un alloggio esterno valente per la macchina. Il mio della Seacam fa sì che tutti i comandi della macchina fotografica siano riportati all’esterno della custodia. E attenzione agli allagamenti. La custodia esterna è resa stagna da degli o-ring, ovvero guaine in gomma che impediscono il passaggio di acqua e ci vuole un po’ di attenzione. Basta un attimo di distrazione, una guaina consumata o rotta e rischi l’allagamento della custodia. Esistono dei test che si chiamano vacuum che vanno fatti prima di entrare in acqua e ti danno la certezza del non allagamento.
Poi di fronte alla custodia hai gli oblò che vanno davanti all’obiettivo e che variano in base alle ottiche che utilizzi, grandangolo o macro. Collegata alla custodia, hai i due flash laterali e dietro hai il monitor. Come dimensioni immagina una macchina fotografica ingigantita, ma il problema fondamentale è il peso, che in acqua riesce ad essere neutro, ma potresti avere difficoltà dove ci sono forti correnti.
Qualche volta mi è capitato, alle Maldive o nel mar Rosso, di esser trascinato via. Questo accade specialmente se hai l’oblò più grande. I flash si posizionano ai lati della fotocamera mediante dei braccetti mobili di lunghezza variabile. Ne esistono di più corti, solitamente usati per la macro perché ti permettono di avvicinare il flash al soggetto e quelli più lunghi per allontanarli durante le foto all’ambiente. I due flash sono uguali e li puoi utilizzare in maniera autonoma o sincronizzati. Io preferisco non scendere mai troppo in profondità, a meno che non debba per qualche motivo in particolare. Anche perché, poi in tutto questo, devi gestire pure l’attività di subacquea, bombole, consumo dell’aria. Insomma, sono tante cose a cui devi fare attenzione.
Quali accortezze e consigli ti senti di dare per riuscire ad eseguire questa pratica al meglio cercando di ridurre al minimo però l’impatto e il disturbo che il sub può avere sull’ambiente marino?
In realtà parte dalla tua coscienza…Io potenzialmente potrei prendere qualsiasi cosa e spostarla, posizionarla senza che nessuno mi dica nulla. Sta al tuo senso morale, al tuo modo di essere e di fotografare. E soprattutto sta alla tua coscienza essere una brava persona prima che un bravo fotografo. Io, ogni volta che mi immergo per fare foto, parto sempre dal presupposto di cercare di essere quanto più rispettoso possibile verso un ambiente che mi sta ospitando.
Pasquale Vassallo e il mondo marino: una passione che non si esaurisce mai
A me piace molto la foto L’ultima alba, dove un pesce imprigionato nelle reti dei pescatori viene tirato su e sembra avere un’espressione impaurita, quasi intuisse il funesto destino che lo attende. Per te, invece, qual è lo scatto a cui sei più affezionato e quale quello che invece ritieni il tuo miglior scatto? Perché?


Allora tutti gli scatti che ho te li potrei raccontare perché dietro ognuno di essi c’è una storia e un fattore anche affettivo. Ci sono delle mie immagini che mi hanno reso famoso tipo quella del polpo a mezz’acqua con il Vesuvio dietro o quella del polpo sotto al pallone. Forse ce ne sarà qualcuna a cui sono un po’ più legato, sì. Però, non ne dirò una in particolare perché ognuna in qualche modo ha contribuito appunto a portarmi dove sono ora, a farmi conoscere. Poi sinceramente? Il mio scatto migliore, secondo me, lo devo ancora realizzare! Perché dicendo così, è uno stimolo per me ad andare avanti, a migliorarmi.
Siamo giunti al termine di questa intervista e nel farlo ringrazio davvero tanto Pasquale per il tempo dedicatoci e per gli spunti di riflessione senza dubbio interessanti sul mondo della fotografia subacquea.
Sono io che ringrazio voi di Impronta Animale-APS! Questa rubrica di fotografia è un progetto importante che permette la divulgazione di branche tendenzialmente di nicchia come quella della fotografia subacquea. Negli ultimi tempi sento molte lamentele riguardo al fatto che nella subacquea ci sono pochi giovani. Parlando con amici che gestiscono vari diving, mi sento ripetere che c’è una mancanza di ragazzi, di un rinnovamento per intenderci. Che, da una parte, capisco pure, perché fare attività subacquea oggi costa, tra brevetto e attrezzatura varia non è semplice. Però, sembra anche che le generazioni siano poco interessate a questa pratica che permetterebbe invece una conoscenza più dettagliata e sicuramente meno invasiva e impattante di quelle che sono le meraviglie del mondo sommerso. A differenza invece degli apneisti che invece stanno aumentando tantissimo. Quelli però purtroppo pescano.
Grazie ancora Pasquale! Voglio però chiudere questa intervista rimarcando il fatto che nonostante tutto, grazie a questa rubrica, ci è stato possibile conoscere e intervistare già due giovani fotografi subacquei. Questo sicuramente ci fa ben sperare su quello che potrebbe essere il futuro di questa branca della fotografia, e sul fatto che queste interviste possano ispirare molti altri verso questo affascinante mondo!







