Le immagini scattate alla fauna che frequenta ambienti freddi, come le praterie alpine di alta quota o i pendii innevati delle montagne, sono sicuramente ricche di fascino. Tale incanto è legato sia alla peculiarità dei soggetti in questione, che all’inconsueta possibilità di poterli incontrare dal vivo. Infatti, se prima avvistare questi animali era un’impresa ardua, oggi lo è ancora di più. Complice sicuramente il riscaldamento globale dilagante! Gli habitat freddi, infatti, si stanno riducendo in maniera sostanziosa limitando la loro presenza a zone sempre più inaccessibili del pianeta.
Se già raggiungere questi luoghi è una sfida, scattare fotografie non è da meno. Condizioni meteo avverse, umidità, freddo e terreni scoscesi costringono chi pratica questa attività a scelte ben oculate per eseguire lo scatto al meglio, senza mettere in pericolo se stessi o esasperare le condizioni di stress già drammatiche dell’animale.
Ed ecco che, per continuare a “rompere il ghiaccio” sulla fotografia naturalistica in ambienti freddi- dopo Paolo della Rocca- andiamo ad aggiungere anche i preziosi consigli di Denis Bonfadini, fotografo che da diversi anni ormai pratica questa attività.

Conosciamo meglio Denis Bonfadini!
Ciao Denis. Guardando il tuo profilo Instagram (@denisbonfadini) e cercandoti su internet, oltre alle tue foto, non si trovano molte notizie su di te. Ad eccezione di quelle relative al tuo sensazionale incontro con un lupo, di cui però, parleremo più avanti. Quindi ti chiederei se ti vuoi presentare brevemente al pubblico di Impronta Animale.
Volentieri! Sono Denis Bonfadini. Di professione sono operaio. La passione per la montagna ce l’ho fin da piccolo anche perché vengo dalla Val Camonica che è un posto prevalentemente montano. Nel paesino dove abito, da piccolo, insieme ad altri bambini l’estate si usava fare quindici giorni in rifugio per avvicinarci un po’ a quella che è la vita di montagna, quella vera: senza internet, senza corrente, solo acqua fredda. Una vita bellissima, a me è sempre piaciuta. Quello è stato il primo avvicinamento alla montagna.
Adesso quello che è cambiato è che preferisco frequentarla in inverno piuttosto che in estate. Ho iniziato come escursionista. Per un periodo della mia vita mi sono avvicinato all’alpinismo e ho cominciato a fare uscite in ghiacciaio, a raggiungere alcune vette. Poi da lì son passato alle cordate sul ghiacciaio con i ramponi. Era bello, mi piaceva.
Ad un certo punto però questa fretta di raggiungere una vetta, dettato da tempi che giustamente bisogna rispettare per evitare situazioni di rischio, non si confaceva più a quello che stavo diventando. E questo mi ha portato ad avvicinarmi agli animali e ad un’esplorazione della montagna diversa, molto spesso in solitaria e con i miei tempi. Che sono anche quelli necessari per riuscire a fotografare determinate specie di animali.

La passione per la fotografia
Per quanto riguarda la passione per la fotografia invece, ci puoi dire quando e come è nata?
Sono dieci anni che pratico la fotografia. Inizialmente erano panorami. Mi è sempre piaciuto l’ambiente del bosco e della montagna che frequento da quando sono ragazzino. Mi sono avvicinato alla fotografia di animali quasi per sbaglio. Perché nei boschi sopra casa, durante i miei giretti serali, ho iniziato ad incontrare frequentemente alcune volpi. Allora ho cominciato ad appassionarmi a loro. Così ogni sera facevo la stessa strada per vedere se le incontravo nuovamente. Le osservavo, cercavo di capirne i comportamenti, quando nascevano i cuccioli, dove stavano le tane e così via. Classificavo anche gli individui della famiglia: la femmina, il maschio, i cuccioli di un anno piuttosto che quelli di due. Tutto questo sempre discretamente, senza avvicinarsi troppo o portando loro cibo.
E un giorno, guardando le foto sui social, mi son detto: “mi piacerebbe fotografarle!”. Ho cominciato con una macchina entry level a scattare alle volpi che pian piano si erano abituate alla mia presenza, probabilmente riconoscevano il mio odore e non si allontanavano. E questo mi permetteva di fotografarle meglio. Avevo imparato i loro orari, le condizioni climatiche in cui frequentavano un prato piuttosto che un bosco e questa cosa mi ha sempre più appassionato. Poi da una volpe si passa ad un tasso, e dal tasso via via all’animale sempre più particolare.
La deriva sugli animali dei climi freddi è nata con il voler fotografare un ermellino. Quella è stata la svolta! È difficilissimo vederlo. Mi sono studiato un po’ la vita dell’ermellino, i suoi comportamenti, i luoghi in cui abitualmente vive. Ho identificato un posto e ho iniziato a frequentarlo da semplice escursionista. Prima di riuscire a vederlo mi sono recato ventisette volte nello stesso punto. La ventottesima volta è stata quella buona. Ho assistito tra l’altro anche ad una scena molto rara dell’ermellino che, sbucando improvvisamente da una chiazza di neve, catturava un’arvicola e se la portava tra i sassi.
Da lì poi ho fotografato anche camosci, cervi, stambecchi, aquile, gipeti e tanti altri animali che ho la fortuna di vedere nella zona dove vivo, fino a quella che era la mia più grande aspirazione fotografica: la lepre variabile.

Hai dei luoghi del “cuore” dove torni spesso a scattare, dove sai che incontrerai la tipologia di animali a cui sei più interessato? Se sì, quale o quali e perché?
Sono luoghi di alta montagna. Io abito in Val Camonica, ci sono montagne ovunque. Sono luoghi abbastanza frequentati anche dagli animali. Abbiamo la fortuna di averne ancora. Ma proprio per questo non posso dire dove sono. Per preservarli!
Purtroppo, la tendenza è che appena si dà una minima indicazione su dove si trovi un animale, il giorno dopo ci arriva il mondo e questo non va bene. Ci tenevo anche a spiegare che incontrare un animale non è poi solo questione di fortuna, dipende anche dalle condizioni. Se uno parte presto la mattina, magari sotto la neve e con vento contrario può incontrare, per esempio, un lupo. Se uno esce a mezzogiorno con il sole per fare la stessa passeggiata è più difficile. Io vado in posti che so essere frequentati da certi animali, se li incontro bene, se no va bene uguale! A me piace tantissimo la montagna comunque.
Consigli utili per non dover chiamare l’elicottero a farsi recuperare
Sicuramente dalle tue foto e dagli ambienti che frequenti ne avrai di scene da raccontare! Ho citato prima del tuo faccia a faccia con un lupo selvatico, ma non è l’unica che mi sovviene. Ho visto pure un tuo scatto che narra la scena di un gruppetto di camosci intenti cacciare via dal loro territorio un aquila reale. Magari poi ci racconterai anche delle storie dietro queste immagini senza dubbio meravigliose. Però un passo alla volta! Prima cerchiamo di entrare più nel vivo della fotografia che pratichi, ovvero quella naturalistica di ambienti freddi: sono luoghi sicuramente bellissimi quanto insidiosi! E la prima domanda che mi sovviene è: sono accessibili tutto l’anno? Oppure tu scatti solo in determinati periodi?
Gli ultimi inverni non fanno molto testo visto che la neve è latitante. Mi è capitato di raggiungere in dicembre/gennaio posti che cinque anni fa erano impensabili. Ci sono arrivato comodamente per l’assenza di neve.
Comunque, con l’esperienza ci si organizza anche per queste eventualità. Naturalmente quando la neve si fa abbondante è ostico raggiungere alcune zone e lo si può fare solo con sci alpinismo. Però è difficile per me associare la macchina fotografica allo sci alpinismo. È più comodo farlo da escursionista. Ci sono però luoghi che si possono frequentare anche in pieno inverno dove c’è presenza di neve, ma sono facilmente raggiungibili per comodità di sentiero, assenza di slavine o sono ben esposti al sole.
Il problema, se cerchi gli animali, si pone anche d’estate. Gli animali sono molto più infastiditi di noi dal sole. Pensiamo comunque ad un cervo o un camoscio. Sopportano benissimo il freddo, non altrettanto bene il caldo e quindi si spostano, magari, a quote elevatissime, difficilmente raggiungibili, per cercare refrigerio.
Quindi per riuscire a fotografarli anche d’estate in luoghi accessibili devi sapere dove cercare, tendenzialmente in quei luoghi ombreggiati che lasciano un po’ di tregua a queste creature.

– Foto: Denis Bonfadini
Siccome ti troverai a dover stare spesso fermo per degli appostamenti, aspettando l’animale da fotografare, uno dei problemi maggiori sarà il freddo e l’umidità che ti entrano dentro. Tu come gestisci questa problematica?
Non sono un grande amante dell’appostamento perché di carattere non riesco mai a stare fermo. Poi sinceramente mi annoio molto a farli. Però è comunque necessario, a volte, piuttosto che l’immobilità, il momento di attesa per non farsi avvertire da un animale. Quello può durare anche diversi minuti. In quei casi il freddo è un fattore abbastanza pesante. Specialmente, per un fotografo, le dita ghiacciate sono all’ordine del giorno. E niente, per quei casi, ci siamo muniti di piccoli gadget. Per esempio, dei blocchetti di plastica con all’interno delle batterie che si riscaldano quando le accendi da tenere nei guanti per riscaldarsi le dita.
Anche perché noi abbiamo un altro problema: partiamo sempre con lo zaino pieno, non abbiamo troppo posto! C’è dentro il ricambio, la felpa, magari i ramponi, a volte le ciaspole per la neve alta, il cibo e ovviamente l’acqua. E quindi una delle poche cose che ci possiamo permettere sono queste cosine che ci aiutano un po’ nel combattere il freddo, oltre a due paia di guanti, berretto e scaldacollo.
Manuale di sopravvivenza ad alta quota
Quali sono le insidie peggiori a livello logistico, secondo la tua esperienza, che un fotografo di Wild freddi si trova solitamente a dover affrontare approcciandosi a questa branca?
L’insidia peggiore è la fatica. Bisogna essere dei grandi camminatori per raggiungere comunque delle quote elevate. Ad esempio l’ermellino si trova dai 1800 metri di altitudine in su, quello è il suo ambiente. La lepre anche più in alto. Sono camminate lunghe, che in inverno si fanno sotto la neve; c’è meno luce e di conseguenza hai meno tempo per percorrere certe distanze. Quindi, se si vuole raggiungere un determinato posto bisogna farlo in un tempo abbastanza breve per non rimanere al buio.
L’altra cosa è che devi farlo con il peso dell’equipaggiamento per fotografare e dello zaino stesso, del vestiario e di tutto quello che ne consegue per frequentare questi ambienti. In questi luoghi, specialmente in inverno anche solo il pranzo diventa una cosa abbastanza difficile da gestire perché bisogna calcolare che si è in mezzo alla neve, non c’è comunque un punto asciutto in cui fermarsi. A volte si mangia in piedi, a volte si stende un telo sulla neve e si mangia il panino con i guanti. A volte con le condizioni meteo avverse non riesci nemmeno a fare pranzo.

Dovendo salire parecchio in alto e camminando anche sulla neve, immagino che non ti potrai caricare molta attrezzatura fotografica: tu cosa ti porti dietro a livello di kit fotografico? Cosa non può mai mancare nel tuo corredo di fotografo?
Una cosa che non può mai mancare sono le batterie di scorta per la macchina fotografica. Frequentando ambienti molto freddi, le batterie durano pochissimo! Le conservo in una tasca dello zaino riparata di modo che non le prenda già scariche.
Avere sempre anche una scheda di scorta naturalmente, in caso ci siano dei problemi a quella che ho montato su. Per il resto non utilizzo cavalletto perché appunto non sono amante degli appostamenti. Se ho bisogno in caso cerco un appoggio a terra, su un sasso o contro un albero.
Il corredo è molto semplice comunque: la macchina fotografica, l’obiettivo, le batterie e la scheda. E ovviamente tutto il kit citato prima per la sopravvivenza in ambienti freddi.
Entrando nel clou dello scatto, ma sempre in punta di piedi
Per avvicinarti agli animali e fotografarli usi qualche tecnica particolare di mimetismo con l’ambiente circostante?
Non amo indossare mimetiche, non uso richiami, non uso nulla di tutto ciò! La mia tecnica è molto semplice: riuscire a fotografare il soggetto senza farmi vedere.
Ci sono tanti aspetti positivi in questo. In primis, si riduce al minimo il disturbo inflitto agli animali; in secondo luogo ne guadagna la qualità dello scatto. La fotografia agli animali selvatici, infatti, li vuole immortalati nella maniera più naturale possibile. E la prima cosa che un animale fa appena ti percepisce è quella di guardare nell’obiettivo. Ma lo scopo sarebbe quello di immortalare un animale tranquillo che non ti fissa, mentre sta conducendo la sua vita, possibilmente magari in una scena di movimento.
La mia tecnica, quindi, prevede l’essere il più discreto e silenzioso possibile, effettuando un avvicinamento molto cauto e prestando molta attenzione. Cerco dei ripari naturali, magari non mi vesto di giallo fosforescente ma uso tinte sul verde/nero. Quello che conta di più però è il movimento. Stare attenti ai movimenti. Gli animali sono bravissimi nel percepirli, quasi più dei colori.
Tendo inoltre a non avvicinarmi mai troppo! Uso un buon teleobiettivo che mi permette di recuperare gli ultimi metri che mi separano e che servono per il loro rispetto. Molto semplice, o perlomeno sembra molto semplice. Purtroppo, non con tutti gli animali si riesce a farlo, per difficoltà varie, per il posto, per la scomodità, per il freddo, per il caldo, per tanti motivi.

Hai parlato di teleobiettivo nella domanda precedente. Posso chiederti quali utilizzi per le tue foto?
Utilizzo un 100-400 mm. Non è un grandissimo teleobiettivo. Specialmente ora si va molto oltre: 800, 1000, 1200 mm. Io mi trovo bene con questo però. È da qualche anno che lo uso e, secondo me, è di buona qualità. Ha una buona luminosità, che è una caratteristica fondamentale. Questo perché gli animali sono difficili da trovare in condizioni di luce perfetta. Motivo per il quale avendo un obiettivo luminoso si può anche un po’ scattare in condizioni di ombra: tempo nuvoloso, neve, pioggia e così via. Noi frequentiamo la montagna con ogni tipo di tempo. Anzi, con le condizioni meteo avverse è forse il momento migliore per sperare di incontrare gli animali.
In che modo avviene la ricerca degli animali? Come procedi in questo senso?
Come tutti i fotografi di animali abbiamo dei periodi di fissazione, almeno io li chiamerei così. Ovvero quando gli animali che vuoi fotografare te li sogni anche la notte!
Parte tutto con lo studio dell’animale, informandomi sull’ambiente in cui vive, la quota che frequenta, se è amante del freddo, del caldo o del sole. La prima fase deve essere necessariamente di informazione. La seconda prevede invece la ricerca, ovvero tentare di associare un luogo che potrebbe essere ideale per questo tipo di animale.
Con l’esperienza ho imparato a riconoscere il luogo che può essere frequentato dal tipo di animale che sto prendendo in considerazione. Poi quando finalmente si riesce a trovarlo, lì parte un altro tipo di ricerca: quella del posto migliore per fotografarlo. Questo perché, se è un animale che frequenta la zona boschiva, è molto difficile ottenere una foto pulita e luminosa, ad esempio.
Tu fotografi spesso animali che per necessità si mimetizzano con l’ambiente circostante: in quel caso lì, come si fa a scovarli?
Secondo me la parte più divertente di quello che faccio è riuscire a trovare gli animali. L’unico vantaggio è che il movimento attira il nostro occhio. L’ occhio fa veramente tutta la parte. La prima volta che vedi il soggetto che cercavi sei quasi incredulo. È bellissimo il momento del primo avvistamento perché non ci credi nemmeno tu di esserci riuscito. Poi io dico sempre che il nostro occhio sblocca un nuovo livello. E ogni volta che vediamo un animale per la prima volta poi sarà più semplice rivederlo. Praticamente il nostro occhio memorizza le sue movenze, il suo colore, e da lì cominci a farci più attenzione e lo vedrai sicuramente più di frequente.

Incontri sensazionali e dove trovarli
Ho letto in un articolo su internet che sei stato protagonista di un incontro ravvicinato con un lupo in Alta Val Camonica… vuoi raccontarci un po’ di questa magica esperienza?
Era febbraio. Ho preso una strada che d’estate è transitabile anche in auto ma d’inverno è totalmente irriconoscibile per i metri di neve. Mi sono incamminato di primo mattino, c’erano una trentina di metri di neve fresca. Ho cominciato a battermeli da solo sotto una copiosa nevicata e ho iniziato a salire. Era una mattina abbastanza ventosa.
Dopo una mezz’ora di salita avevo incontrato uno scoiattolino che rosicchiava una pigna e a cui ero riuscito a fare delle belle foto. Ero già soddisfatto e tra l’altro non sapevo ancora dove stavo andando. Da lontano ho visto un larice su cui erano posati tre corvi. Quando su un albero ci sono i corvi probabilmente ci sarà del cibo. Lo impari con l’esperienza. Ho ripreso a salire e ad un certo punto ho visto un movimento davanti a me e mi sono totalmente immobilizzato. Era la prima volta che vedevo un lupo così da vicino.
Nella mia sequenza di scatti si può notare che grazie al vento contrario lui non mi aveva visto e proseguiva verso di me.Penso abbia avvertito il mio odore controvento, perché la loro sensibilità olfattiva è incredibile. Ha intrapreso un pendio che stava alla mia destra, vicinissimo al sentiero. Fatta una decina di metri, si è girato e mi ha visto. Io sono rimasto immobile. Ho scattato un paio di volte molto velocemente, poi ho abbassato la macchina fotografica.
C’è uno scatto in cui il lupo si gira e mi vede: è il momento esatto in cui lui avverte la mia presenza! Mi ha guardato un momento, solo un momento, e ha continuato la risalita venendo verso di me. Mi ha raggiunto a 10-12 m di distanza, rialzato di 3 m sul pendio. Quando è arrivato dritto al mio sguardo, si è seduto e mi guardava. Il primo momento ho scattato un paio di volte ma lui non si è mosso. Al terzo scatto ha inclinato leggermente la testa, come fanno i cani. A quel punto ho smesso di scattare. Ero davanti ad un animale selvatico e carnivoro. Ma non lo avvertivo come un pericolo. Anzi mi sembrava incuriosito. Probabilmente era la prima persona che vedeva in vita sua e si è fermato ad osservarmi per alcuni minuti.
Stavo congelando ma non potevo muovermi. Allora ogni tanto facevo uno scatto, perché poi subentra la paura di non riuscire a far la foto. Dopo essere stato ad osservarmi, ad un certo punto si è alzato tranquillamente, si è girato e ha proseguito per la sua strada. Ho uno scatto che mi piace particolarmente ma che non ha mai visto nessuno, dove c’è il pendio di neve e le orecchie del lupo che spuntano mentre si allontana. Si vedono proprio le orecchie. Dopodiché è sparito in un bosco di larici poco distante. È stato un regalo fotografarlo, una grande fortuna. Me lo sogno ancora la notte. Sono quelle esperienze che ci vogliono nella vita, ti mettono al tuo posto nei confronti della natura.


Questa tipologia di fotografia immagino ti predisponga a tutta una serie di incontri mozzafiato con specie animali che solitamente si vedono solo sui libri. Hai qualche incontro pazzesco di cui ci vuoi raccontare che si nasconde dietro qualcuno dei tuoi scatti?
Ci sono tante scene a cui ho potuto assistere. Ora ne racconta una. Ero con un mio amico e nel salire da un sentiero abbiamo visto un’aquila reale poggiarsi sul crinale di una roccia. Ci siamo fermati ad osservarla perché era abbastanza inusuale per un’aquila. Di solito è molto sfuggente, ha dei sensi incredibili con cui avverte le presenze di umani o animali da lontano. Ma lei stava lì, ferma, e così noi abbiamo preso una posizione abbastanza avvantaggiata per fotografarla.
Mentre osservavamo l’aquila sono apparsi tre camosci che salivano dal crinale proprio in direzione dell’aquila. Ad un certo punto due di loro si sono fermati sotto la roccia su cui l’aquila si era posata. ll terzo, invece, era arrivato, caricando con le corna da dietro la roccia, spaventando l’aquila e facendola volare via. Siamo riusciti a fotografare quel momento! È stata una scena bellissima. L’hanno fatto perché probabilmente c’erano i cuccioli in giro.

Ho visto un altro scatto dell’aquila, quello in cui si porta la marmotta come preda. L’ho trovato bellissimo. Come si realizza uno scatto del genere?
La fortuna è stata che l’aquila è arrivata comunque nella mia direzione brandendo già la marmotta tra gli artigli. La stava portando praticamente in un luogo dove consumare il suo pasto. Il problema per lei (e la fortuna per me) è che quando è arrivata nella mia direzione e altitudine ha cominciato con dei voli circolari causati dal disturbo dei corvi che volevano rubarle la preda. Così facendo, nonostante la luce abbastanza difficile, ho fatto diversi tentativi per eseguirla al meglio. I tempi di scatto sono molto alti, circa 1/1000 s anche per fermare le vibrazioni delle penne delle ali con il vento.

C’è un animale di questa categoria che vorresti fotografare e che ancora non sei riuscito a trovare o immortalare?
Sì. L’orso!
L’ho visto due volte da lontano in vita mia ma mai fotografato. E l’altra è la lince, purtroppo mai vista.
Argomento spinoso ma attuale: il cambiamento climatico
Tu che spesso frequenti ambienti di alta quota: si percepiscono gli effetti del cambiamento climatico e la riduzione del manto nevoso sulle nostre montagne? E in particolare sulla vita degli animali che si sono abituati a vivere in questi ambienti?
Si percepiscono chiaramente gli effetti. La neve è sempre meno e arriva sempre più tardi. Purtroppo per gli animali questo è un grande problema specialmente per gli animali bianchi.
Mettiamo il caso dell’ermellino. Lui d’inverno diventa comunque bianco anche se non c’è la neve e quindi diventa molto identificabile per i predatori. Si ritrovano a vivere in un ambiente che non regala più il minimo mimetismo. Ho delle foto dell’ermellino bianco tra le rocce, è veramente visibilissimo. O anche gli altri animali che non sopportano il caldo, più predisposti per il freddo e che si stanno stabilendo a quote sempre più elevate, più fresche. Alla ricerca delle poche chiazze di neve che persistono e che cervi e camosci cercano come l’oro.

Pensi che tra qualche anno con la scomparsa di alcune specie che vivono questi ambienti sarà più difficile per i fotografi di questa branca fare fotografie?
Sicuramente sarà più difficile perché gli animali si sposteranno ad altitudini maggiori; quindi, sicuramente più difficili da raggiungere e saranno in minor numero. Già per l’ermellino sono state registrate delle flessioni nel numero di individui dovuta all’esposizione alla predazione.
La fotografia che fai potrebbe aiutare in qualche modo a sensibilizzare il pubblico su questo aspetto?
L’obiettivo principale della fotografia che faccio è la sensibilizzazione in generale. Sono una persona che non ama fare mostra di sé e di quello che fa.
Quello che faccio come fotografo lo faccio essenzialmente per gli animali. Spesso ho distribuito materiale sul lupo ai bambini delle scuole per combattere quell’idea del lupo cattivo e altre che ci hanno messo in testa quando eravamo piccoli. Non eravamo pronti ad analizzarle criticamente. Non lo siamo neanche ora in realtà. Ma possiamo fare qualcosa per migliorare, cominciando da piccoli con le foto come strumento di sensibilizzazione.
Mi è sempre rimasta impressa una scena! In collaborazione con il parco Adamello abbiamo fatto dei poster, alcuni didattici per i bambini con delle vignette in cui c’era un cervo con una lacrima perché si era tagliato una zampina con dei rifiuti di vetro abbandonati nel bosco. Un giorno l’ho regalato uno ad un bambino e il bambino si è messo a piangere perché diceva che il cervo piangeva e non riusciva a trovare quiete. Ed è bello vedere che loro hanno ancora questa sensibilità che tanti di noi hanno perso nel tempo purtroppo.
La sensibilizzazione verso gli animali ha di conseguenza anche quella verso il clima perché è sempre una questione di rispetto. Se li rispetti devi rispettare anche l’ambiente dove vivono.
Consigli e riflessioni finali
Vuoi lasciare qualche consiglio a chi vuole approcciarsi a questa branca della fotografia?
Nessuna foto è impossibile! Io dico sempre che è difficile ma non è impossibile. La costanza, anche il sacrificio se vogliamo chiamarlo così sono tutti ripagati da uno scatto fatto bene. Ma il motivo per cui il tuo scatto ti ripagherà sarà sempre per il momento che hai vissuto. La gente potrà vedere lo scatto, potrà stupirsi e meravigliarsi, ma la cosa più bella l’hai vissuta tu che hai scattato. Quindi andate, divertitevi, e per favore rispettate sempre gli animali.
Concludiamo questa intervista a Denis Bonfadini con una sua interessante riflessione:
“Dietro ogni scatto c’è sempre un momento. Chi mostra una foto racconta un momento. Il modo migliore per raccontarlo è proprio immortalarlo! E chi meglio degli animali può insegnarci il valore di questi momenti? Tutti pensano ad un animale e immaginano la bella vita che conduce nel bosco, libero.
Ma non è così. La vita di un animale è una preoccupazione continua: predatori, cibo, condizioni climatiche, caldo, freddo. È una continua lotta per la sopravvivenza, ma nonostante tutto si ricavano spesso e volentieri dei momenti per rilassarsi, anche di gioco quando sono nei primi anni della loro vita. Ho avuto la fortuna di osservare tante scene di gioco tra varie specie di animali, in particolare cuccioli di volpe.
Questi sono i ritmi insegnati dalle volpi e, in generale, dall’osservazione degli animali. Dobbiamo imparare da loro i ritmi per rimettersi in pari con la natura che ci circonda. Noi siamo ormai snaturati da quel punto di vista, ma la fotografia naturalistica in questo ci può aiutare a ritrovare il senso del tempo, a fermarci un attimo, a vivere il momento.”
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