L’impressione che l’essere umano stia diventando una macchina non è un errore di percezione, ma la conseguenza di come abbiamo riorganizzato l’esistenza, sacrificando la complessità sull’altare dell’efficienza.
Società disumanizzante
La catena di montaggio è uscita dalle fabbriche per colonizzare ogni aspetto della nostra vita: siamo diventati iper-specializzati, esecutori impeccabili di singoli compiti, ma incapaci di visione d’insieme e creatività. Anche l’amore è stato ridotto a bene di consumo. Le app e i social hanno creato un mercato dell’offerta infinita che, paradossalmente, annulla l’impegno. Vogliamo tutto e subito, senza sacrificio. Viviamo una sorta di “pornografia emotiva”: un’esposizione totale e superficiale dove ci si sfiora costantemente senza legarsi mai. Inoltre, siamo bombardati da un flusso ininterrotto di stimoli. Da un lato, i social fungono da narcotico, che ci scollega dai nostri bisogni reali; dall’altro, l’esposizione costante alle tragedie globali satura la nostra capacità di partecipazione.
Per pura sopravvivenza psicologica, attiviamo un’anestesia emotiva: chiudiamo i canali dell’empatia per non affogare nel dolore del mondo. Non siamo più soggetti che vivono, ma funzioni che processano dati, consumano emozioni e registrano catastrofi senza lasciarsi attraversare da nulla. Se oggi sentiamo che una macchina può sostituirci, non è perché la macchina è diventata umana, ma perché la nostra società (e con essa il lavoro) è diventata disumana. Abbiamo trasformato anche le professioni intellettuali in “catene di montaggio” dove prevale la performance. Abbiamo reso la nostra attività lavorativa così meccanica da poter essere svolta da un algoritmo. Assistiamo ad un processo di antropomorfizzazione dell’AI e ci riflettiamo in essa come si fa davanti ad uno specchio dai cui emergono le nostre angosce e paure.
In un mondo in cui l’essere umano assomiglia sempre più ad una macchina, cosa ci rende davvero umani?
Per rispondere, basta una sola e potentissima parola: la coscienza.
La coscienza è il modo in cui diamo forma unitaria alla nostra natura sfaccettata. Siamo una moltitudine di cellule, pensieri e sensazioni. Ma è proprio nella coscienza che questa complessità trova una struttura identitaria. Come afferma il neuroscienziato Giulio Tononi nella sua “Teoria dell’Informazione Integrata”: la coscienza è un’esperienza strutturata e unificata, in cui parti elementari si combinano per creare un tutt’uno coerente.

Questa capacità di sintesi inizia nell’infanzia, ma con modalità diverse da quella adulta. Lo psicologo e pedagogista svizzero Jean Piaget, suggeriva che il bambino vive una sorta di simbiosi con l’ambiente, in cui non esiste una distinzione netta tra il proprio Sé e il mondo esterno. Tale confine si delinea solo progressivamente, attraverso il tempo e l’esperienza.
Ciò spiega perché da bambini eravamo una “moltitudine”: artisti per istinto, scienziati per curiosità, supereroi per il potere dell’immaginazione. Crescendo, non abbiamo sacrificato questa complessità, l’abbiamo semplicemente ordinata tramite la coscienza. Quest’ultima, a mio parere, non è intervenuta per vincolare o soffocare la nostra moltitudine interiore, ma per offrirle una connessione. È diventata il percorso coerente lungo il quale abbiamo imparato a camminare come persone, integrando regole, confronti e strutture in un’identità solida. Eppure, quelle ‘altre nature’ non sono svanite: sono rimaste lì, sopite sotto la superficie della nostra identità adulta. Spesso, quei frammenti di noi riemergono attraverso ciò che chiamiamo passione. L’essenza artistica vibra ancora nel gesto del disegno o nel ritmo della scrittura; la curiosità dello scienziato si risveglia nell’interesse per il digitale o nella meraviglia per il mondo fisico. La nostra coscienza non ha cancellato il bambino che eravamo, ha semplicemente imparato a dirigere questa magnifica orchestra.
La Coscienza Quantica
Federico Faggin, fisico e pioniere dell’informatica, spiega con chiarezza la distinzione tra uomo e macchina. Se prendi un computer e lo smantelli, il sistema smette di funzionare. Ciò significa che ogni componente dipende strettamente dalle altre e l’intero sistema è la somma delle sue parti. Se si toglie un pezzo, la macchina si spegne, perché non ha una vita autonoma al di fuori della sua struttura predefinita. Per cui, la macchina è definita: sistema riduzionistico classico.
Invece, l’essere umano è diverso. Se si prende una cellula del nostro corpo separandola dal resto, continua a vivere e a funzionare. Si può capire ogni dettaglio di una cellula, ma è impossibile ricostruire un essere umano come si fa con un computer. L’essere vivente è un sistema quantistico irriducibile.
È quantistico perché la nostra coscienza non è semplice elaborazione, quanto il risultato di un entanglement quantistico, un fenomeno che “unisce” istantaneamente più particelle (anche molto distanti) in un’unica esperienza coerente. Ed è irriducibile perché non si può spiegare la coscienza o il funzionamento di un essere vivente limitandosi a guardare le singole molecole o i singoli neuroni. È qualcosa di più profondo, un mistero che va oltre la semplice biologia e che, in fondo, potrebbe nascondere il segreto stesso della vita.
Faggin sostiene che la coscienza non sia un “prodotto” dei neuroni, ma una proprietà fondamentale dell’universo. La immagina come un campo universale (simile a quello gravitazionale o elettromagnetico). Noi siamo come una “radio”, che si sintonizza su una frequenza ed entra in risonanza con quel campo. Il modo con cui entriamo in risonanza dipende dalla nostra struttura biologica. Ciò spiega perché un essere umano o un animale (secondo alcuni) abbiano “livelli” diversi di coscienza: non è che gli animali ne siano privi, semplicemente la loro biologia permette di accedere a una porzione diversa del campo rispetto alla nostra.

Ma se la coscienza è un campo universale, perché manifestarsi attraverso la fragilità di esseri biologici?
La risposta risiederebbe in un paradosso: la complessità dell’infinito, per conoscersi, deve ridursi a forme più semplici. Siamo gli “occhi” attraverso cui l’universo osserva sé stesso. Secondo Bernardo Kastrup, gli individui non sono entità isolate, ma simili a vortici in un oceano: appaiono come forme distinte, ma restano fatti della stessa acqua. Perché è solo scendendo nel dettaglio dell’esperienza singola, tra la precisione del pensiero e l’intensità del dolore, che la coscienza può indagare su di sé.
In questa prospettiva, essere “quantistici” significa essere in puro divenire. Se la macchina è determinata da un programma, l’essere umano abita il regno delle possibilità. Ogni nostra scelta è l’istante in cui l’infinito ventaglio di universi paralleli e probabilità, quella che i fisici chiamano funzione d’onda, collassa in una realtà concreta. Non siamo spettatori passivi del teatro del mondo: noi diventiamo ciò che facciamo. Attraverso l’atto della scelta, definiamo la nostra natura e partecipiamo all’evoluzione di quel campo di coscienza, di cui siamo parte integrante. In questo viaggio, la vita non è un problema da risolvere, ma un mistero da abitare. Un segreto che inizia nel battito di una cellula e si espande fino ai confini dello spazio-tempo.
Cercando l’uomo
Forse la coscienza resta un enigma indecifrato, e le nostre riflessioni nient’altro che congetture ingenue e speculative. Eppure, un pensiero torna a bussare con insistenza: in un’epoca in cui macchine e uomini sembrano scambiarsi i ruoli, chi è la vera macchina tra i due?
Forse entrambi o forse nessuno. Di certo la ricerca di un senso è una prerogativa umana. Un “bug” meraviglioso che non può essere programmato in un essere artificiale. Probabilmente, il vero traguardo della nostra epoca non è superare l’umano, ma riappropriarsene, difendendo quella scintilla di coscienza in un mondo che vorrebbe ridurci a semplici algoritmi.
Fonti
Faggin, Federico, Irriducibile, Mondadori, Milano, 2022;
Seth, Anil, Come il cervello crea la nostra coscienza, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2023;
Chalmers, David J., The Conscious Mind: In Search of a Fundamental Theory, Oxford University Press, Oxford, 1996;
Tagliasco, Vincenzo; Manzotti, Riccardo, Artificial Consciousness, Università di Genova (DIST), pubblicato su ResearchGate, dicembre 2021;
Sandosham, Eric, “What Kind of Conscious AI Do We Want?”, Medium, 24 maggio 2025.








