SHARK PREYED: mangiamo carne di squalo senza saperlo

È finalmente disponibile su Prime Video il nuovo documentario Shark Prayed, scritto e diretto da Marco e Andrea Spinelli, già autori di Missione Skerki, Io Tevere e Missione Euridice.

Frutto di tre anni di lavoro intenso, il documentario ha debuttato a inizio giugno di quest’anno, conquistando subito il pubblico. Le immagini mozzafiato, girate con la maestria che contraddistingue i fratelli Spinelli, accompagnano una narrazione, capace di catturare lo spettatore dall’inizio alla fine.

Shark Prayed apre gli occhi su una realtà globale ancora oggi poco conosciuta. A meno di due minuti dall’inizio, il documentario colpisce con una sequenza di immagini forti (precedute da un avviso: “le immagini potrebbero nuocere alla sensibilità”) e una colonna sonora che lascia spazio solo allo sconcerto.

Poi, il silenzio.

Un’inquadratura mostra un piatto servito a tavola, contenente innocui carne di squalo. E lì arriva la rivelazione, semplice e devastante:

“Mangiamo carne di squalo senza saperlo.” E questo è solo l’inizio.

Squali: da predatori a prede

Gli squali sono tra i principali predatori degli oceani, abitano i mari da oltre 450 milioni di anni e hanno superato cinque estinzioni di massa. La loro presenza è cruciale per l’equilibrio dell’ecosistema marino. Eppure oggi, oltre il 36% delle specie di squalo rischiano l’estinzione. Come siamo arrivati a questo punto?

Una delle principali cause è il commercio globale della carne di squalo, che coinvolge numerosi paesi, Europa inclusa. Tra i protagonisti di questa filiera ci sono due nazioni insospettabili: l’Italia — primo importatore europeo — e la Spagna, principale esportatore mondiale.

Ed è proprio da Cadice, nel nord della Spagna, che inizia il viaggio dei fratelli Spinelli.

Un mercato invisibile

Attraverso interviste e testimonianze, il documentario svela i meccanismi di un sistema invisibile ma solido. Nonostante molte specie di squalo siano a rischio estinzione, non esistono regole chiare che ne limitino la pesca. La Spagna guida questo mercato: enormi navi, cariche di centinaia di squali, arrivano a Vigo, dove si trova il mercato ittico più grande d’Europa. Da qui, la carne viene distribuita verso i vari acquirenti (si stima che la Spagna esporti verso 85 paesi). Tra il 2012 e il 2019, questo commercio ha generato 2,5 miliardi di dollari.

 La carne viene spesso venduta già sfilettata con il nome di “cazón”, un termine usato per indicare diverse tipologie di carne di squalo, e che rappresenta un prodotto tipico della cucina spagnola. E spesso il consumatore non è conscio di ciò che sta mangiando…

“Signora, ma lei sa che questo è carne di squalo (riferendosi a un esemplare sul banco del pesce)?”

“No, si sbaglia. Il palombo (Mustelus mustelus, specie comune in Mediterraneo) è un pesce che si usa per fare il brodetto.”

Esemplari di squalo appena sbarcati in un mercato ittico prima che di essere sfiletatti e la carne di squalo venduta agli acquirenti (Fonte: Shark Preyed – mangiamo carne di squalo senza saperlo)

Il finning e il traffico di pinne

Ma dietro al commercio della carne di squalo si cela una realtà ancora più brutale: il traffico delle pinne di squalo, destinato in gran parte ai mercati asiatici. Con il termine finning, si indica la rimozione delle pinne dal corpo dello squalo; purtroppo non esistono normative precise per regolamentare questa pratica (non solo crudele, ma oserei dire anche irrispettosa), tanto che in alcuni paesi ancora è consentita. Si stima che ogni anno vengano pescati tra i 70 e i 100 milioni di squali per questo scopo, cifra che potrebbe raddoppiare se si includesse la pesca illegale e non dichiarata. Anche l’Italia figura tra i paesi coinvolti. In molte regioni la carne di squalo è parte della tradizione culinaria, ma paradossalmente i consumatori spesso non sanno di star mangiando proprio uno squalo.

A questo si aggiunge un ulteriore problema: essendo predatori apicali, gli squali tendono ad accumulare elevati livelli di contaminanti, come il mercurio ed altri metalli pesanti. Di conseguenza, il consumo di carne di squalo potrebbe esporre l’uomo a sostanze in grado di causare effetti dannosi per la salute.

Si può ancora fare qualcosa?

Vedendo immagini di squali seviziati, uccisi, abbandonati come rifiuti, é legittimo chiedersi: siamo arrivati al punto di non ritorno? Fermare il mercato della carne e delle pinne di squalo è complicato: servirebbero leggi più severe e controlli più efficaci.

Eppure, c’è ancora una possibilità. Esistono numerosi progetti per la conservazione degli Elasmobranchi in tutto il mondo. Alcuni prevedono il recupero delle uova di piccole specie, come il gattuccio (Scyliorhinus canicula), da individui vittime di by-catch (pesca accidentale). Le uova vengono fatte schiudere in acquario e, una volta cresciuti, gli esemplari vengono reintrodotti in mare.

Ammirare gli squali nel loro ambiente naturale viene considerato una forma di turismo blu sostenibile (Fonte: Shark Preyed – mangiamo carne di squalo senza saperlo)

Queste iniziative sono portate avanti da realtà come Fondazione Oceanogràfic di Valencia, Sharklab Malta e Cestha in Italia. 

Sensibilizzare per riqualificare

Seppur piccoli, questi gesti coinvolgono direttamente le persone, con l’obiettivo di informare il pubblico riguardo le minacce che mettono a rischio gli squali e al contempo riqualificare l’immagine di questi maestosi animali, che sono essenziali per l’ambiente marino. Potrebbe suonare strano, ma uno squalo vivo vale più di uno morto. Perché ? Beh, perché può essere ammirato più volte e più volte, generando un indotto attraverso il turismo sostenibile. 

Queste azioni non avranno un impatto significativo sulle popolazioni di squalo, ma coinvolgendo le persone in prima persona è possibile sensibilizzarle su un problema che prima non conoscevano. 

Esperienze come quelle citate sopra sono fondamentali per riuscire a ricreare quella connessione con il mare che purtroppo l’uomo ha perso. Forse sarà proprio quello che oggi chiamiamo “mostro” a insegnarci di nuovo ad amare il mare. E a ricordarci che, in fondo, uno squalo non è affatto un mostro. È un guardiano.

Per la tua poca memoria,

Mi costringi a raccontarti una storia.

Avevi paura, ma i tuoi occhi spalancati mi studiarono.

Eccoti: ti stai svegliando, i tuoi occhi adesso si stanno aprendo.

Ben tornato amico mio, ti ricordi di me ?”

Esemplare di squalo gattuccio (Scyliorhinus canicula. Fonte: Shark Preyed – mangiamo carne di squalo senza saperlo)

Federica Mongera

Fonti:

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Laureata in Biologia Marina. Durante la carriera accademica ho avuto modo di approfondire le mie conoscenze sui contaminanti emergenti e gli effetti che hanno sugli ecosistemi marini, quindi con me sentirete parlare spesso di inquinamento e (ovviamente) mare! Adoro i cetacei… ma guarda, quella non è forse una balenottera?

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