Il libro della Speranza

Guerre, cambiamenti climatici, ed una società sempre più frammentata e distaccata dalle proprie emozioni. Eppure, Jane Goodall continua a girare per il mondo diffondendo ciò che più le sta a cuore: la speranza.

Figura 1 Jane Goodall durante il suo primo viaggio nel Gombe mentre ha un contatto con un giovane scimpanzè (Photography by Hugo Van Lawick/National Geographic)

Una giovane donna che aveva la passione per gli animali e il sogno di avere un giorno l’opportunità di andare a studiarli in Africa. È così che si descrive Jane Goodall nelle prime pagine di questo libro. Una lettura che si articola sulle domande dell’intervista svolta dallo scrittore e giornalista americano Douglas Abrams.

Narrando di come una semplice ragazza si è ritrovata a condurre la ricerca sugli scimpanzé nel Gombe, la naturalista racconta una storia che si fatica a credere e che non si vorrebbe mai smettere di ascoltare. Tra aneddoti, esperienze sul campo e riflessioni profonde, Jane Goodall ripercorre la sua lunga ed intensa vita sulla strada tracciata dalle domande di Douglas, che ha l’arduo compito di mettere nero su bianco questa avventura.  

Ma chi è Jane Goodall?

Valerie Jane Morris – Goodall è tante cose: etologa, antropologa, conservazionista, ambientalista ed una donna piena di speranza. 

Si autodefinisce una naturalista e non una scienziata, perché, come dice lei stessa nel libro:

Il naturalista cerca le meraviglie della natura: ascolta la voce della natura e impara da lei mentre cerca di capirla. Invece lo scienziato si concentra più sui fatti e sul desiderio di quantificare tutto”

Figura 2. Jane Goodall ritratta in uno dei numerosi momenti in cui osserva gli scimpanzé nel Parco del Gombe.

Nata in Inghilterra nel 1934, alla soglia della guerra più efferata che il mondo abbia vissuto fino ad ora, Jane ha sempre preferito stare all’aria aperta che tra i banchi di scuola. Come lei stessa ci racconta all’interno del libro, amava passare il tempo in compagnia del grande faggio nel giardino di casa sua e del suo cane Rusty. Quest’ultimo era il suo più sincero amico e saggio insegnante. Fu lui a farle intuire, ancor prima di confermarlo con i suoi studi sugli scimpanzé, che “[…] gli animali hanno menti capaci di risolvere i problemi, provano emozioni e hanno personalità ben definite”.

Sulla base di questa sua inclinazione, all’età di ventitré anni partì alla volta dell’Africa per condurre gli studi del dottor Louis Leakey. Un viaggio che avrebbe cambiato per sempre la concezione delle altre specie da parte dell’uomo. 

Un’avventura chiamata Vita

L’intervista si svolge in più giornate e nell’arco di diversi mesi. Ciò è dovuto non solo alle tempistiche editoriali, ma anche al verificarsi di imprevisti, come la pandemia. Da qui, la difficoltà di riuscire a riprogrammare le interviste; ad incastrarle nella ricca, complessa e intensa vita di Jane Goodall.

Jane, infatti, nonostante la veneranda età, continua a viaggiare di Paese in Paese per cercare di ridestare le persone e diffondere il suo messaggio di speranza attraverso congressi, incontri e programmi per le comunità. 

Una vita che, seppur intensa, non si lascia trascinare dalla frenesia che purtroppo permea la realtà odierna, e che mantiene un legame profondo con la natura. Sono infatti numerosi gli aneddoti raccontati dalla scienziata durante l’intervista. Ad ogni nuova storia non si può far a meno di mettersi comodi e attenti, come quando ci si metteva seduti a terra o sulle gambe del nonno, pronti ad ascoltare qualche nuova avventura che aveva vissuto nel passato. In questa maniera, facciamo la conoscenza di Chitcus, il guaritore Karuk che la curò durante un periodo di debolezza e depressione. Ci viene narrata la storia di Wounda, la scimpanzé salvata dal bracconaggio. O, ancora, veniamo a sapere dell’incontro con la balena anziana avvenuto in Messico e di ciò che la guida le disse quando questa si avvicinò:

Questa balena ci ha perdonati. Ci ha perdonati per quello che eravamo e vede quello che siamo oggi”

Le quattro ragioni per sperare

Così si intitola e si apre la seconda parte di questo libro. Perché ciò su cui si fonda la speranza di Jane Goodall, nonostante la cupa realtà del mondo, sono quattro ragioni: l’incredibile intelletto umano, la resilienza della natura, il potere dei giovani e l’indomito spirito umano.
Nel corso di questa seconda fase, che si sviluppa in tutta la parte centrale del libro, la naturalista ci porta a riflettere su questi quattro pilastri. Seppur trattati distintamente, le quattro ragioni hanno lo stesso filo conduttore: la speranza

La speranza che l’uomo riesca ad essere all’altezza del nome che ci diede Linneo, sapiens, e sappia fare un uso consapevole e ponderato del suo intelletto. 

“Quello stesso intelletto che ci ha portato prima sulla Luna e poi su Marte, ma che è stato anche l’origine dei crimini più barbari, come l’Olocausto e la devastazione dell’unica casa che abbiamo”La speranza che nasce in noi quando assistiamo alla resilienza della natura anche nelle situazioni più critiche e impensabili, riuscendo ad adattarsi e a sopravvivere. Come il Survival Tree, l’albero che sopravvisse al crollo delle Torri Gemelle e che dopo un mese venne rinvenuto e ripiantato proprio lì, a Ground Zero, come simbolo di resilienza.

Figura 3 Jane Goodall a Ground Zero con il Survival Tree (Photo by Jane Goodall Institute)

Infine, ciò che alimenta la speranza di Jane ogni giorno: i giovani e l’indomito spirito umano. 

I giovani rappresentano per la naturalista un tesoro da proteggere e guidare e la risorsa principale per la salvezza di questo mondo. Per questo, come racconta ne “Il libro della speranza”, nel 1991 ha dato origine a Roots & Shoots: perché ogni azione conta e i ragazzi, se motivati, sono sempre i primi ad agire.

E le azioni non potrebbero durare a lungo se a sostenerle non ci fosse l’indomito spirito umano, “[…] quella qualità in noi che ci permette di affrontare quello che sembra impossibile senza mai arrenderci”.

Figura 4 Logo del programma internazionale “Roots & Shoots” (Photo by Jane Goodall Institute)
“Insieme possiamo. Insieme faremo!”

Il libro si conclude con una lettera scritta direttamente al lettore. Nelle ultime dieci pagine Jane condivide a tu per tu le proprie riflessioni, sulla pandemia, su ciò che essa ha comportato e sulle sfide future, senza nascondere le proprie preoccupazioni, ma trattandole con risolutezza e con la convinzione di poter salvare questo mondo. 

In questo poco spazio riprende le quattro ragioni e ci esorta, ci prega, a farle nostre, a crederci. Perché se non ci crediamo perderemo la speranza, sprofonderemo nell’apatia e nella disperazione e non faremo nulla. Ed invece, insieme possiamo, possiamo cambiare la rotta di questo mondo e in alcuni posti questo già accade, ce lo mostra innumerevoli volte Jane in questo libro! Perché come lei stessa dice in ormai quasi tutti gli incontri che svolge “Insieme possiamo. Insieme faremo!”

Figura 5 In alto Jane Goodall ora (Photo by Vincent Calmel). In basso ultime righe de “Il libro della speranza – Manuale di sopravvivenza per un Pianeta in pericolo

Valentina

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Laureata in Biologia Marina e ho un master in Acquacoltura. Sono co-fondatrice di Impronta Animale, grazie alla quale cerco di portare avanti le mie grandi passioni: la scienza e il mare, nate già in tenera età, e la divulgazione, interesse maturato grazie ai documentari e sviluppato tramite diverse esperienze come la Notte dei Ricercatori. Credo inoltre che il modo più efficace per trasmettere la scienza sia a tu per tu con il pubblico e nel modo più divertente possibile…Quiz?!

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